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A scuola il tempo passa in fretta. Basta giungere indenni alle vacanze di Natale che, in quattro e quattr’otto, ti ritrovi a cantare “è finita la scuola” sulla melodia di “Seven Nation Army” varcando l’ingresso, anzi, l’uscita per l’ultima volta prima dei cinque mesi di vacanze estive stipendiate che spettano a noi insegnanti. La velocità della scuola si percepisce in diversi dettagli. Due ore di lezione all’insegnante durano una manciata di minuti. I bambini che giocano scalmanati in classe negli intervalli post-mensa al chiuso in inverno riducono la lunga pausa dopo mangiato al tempo impiegato per sorseggiare un caffè. Al termine delle corpose e piene giornate del lunedì e martedì, quelle che cominciano alle otto e trenta e si prolungano fino alle otto di sera a causa degli incontri di programmazione didattica con i colleghi e organizzativi con gli altri dello staff della dirigente, ci si ritrova di venerdì sera, con un bicchiere di prosecco in una mano e una tartina salmone robiola erba cipollina e pane di segale nell’altra. Il guaio è che, trascorso nemmeno un ciclo completo dalla prima alla quinta, sei già carne avariata da pensionamento. Tutta questa frenesia, che attenzione mica è colpa nostra, rende impercettibili certi dettagli come Axios che, a valle di una migrazione nel cloud, si perde chissà dove i voti e i giudizi di metà corpo docente o Marco Giulio che si scompiscia dalle risate mentre sei voltato alla LIM, pardon, verso la Touchboard a cercare di disegnare un triangolo equilatero a mani nude perché il suo vicino di banco Nicolò imita i movimenti più esilaranti del balletto di Mercoledì. Ma, con la scansione temporale che vi ho riassunto prima, nessuno sa quando sarà Mercoledì perché, ripeto, è facile che di certi giorni, a scuola, non ci si accorga nemmeno.

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