Nadine Shah – Filthy Underneath

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Il quinto album di Nadine Shah è quello decisivo, quello della svolta, quello che, toccato il fondo, attesta l’urgenza di raccontare come sia stato possibile sopravvivere.

Tra tutte le cantautrici che seguo con religiosa devozione, Nadine Shah è quella più piacevolmente impegnativa, l’artista che più di ogni altra comporta ascolti scomodi e, proprio come tutte le cose ad accesso non immediato, appaganti.

Fin dai tempi del suo straordinario esordio di Love Your Dum and Mad, album che ha compiuto dieci anni il 22 luglio scorso, Nadine Shah si distingue principalmente per la sua voce e il suo timbro, una versione di Siouxsie arricchita dalla versatilità, dalla tecnica e dal gusto di una ricercata interprete jazz, e per il suo stile musicale che riflette perfettamente questa apparente dicotomia.

Il risultato è infatti un raffinato post-punk arricchito da una sofisticata varietà di art rock, da cui risulta un magnetico equilibrio tra elettrico e elettronico, tra chitarre graffianti e synth ultra moderni, frutto della produzione di Ben Hillier (già dietro le quinte del synth rock dei Depeche Mode del nuovo millennio).

Pubblicato a quattro anni dal precedente Kitchen Sink, l’impressione è che Nadine Shah, forse per la prima volta, si concentri completamente su di sé, dopo essersi lasciata ispirare, nei precedenti lavori, da temi sociali di urgente attualità, come la questione femminile, la fragilità e l’instabilità mentale e i migranti, a cui ha dedicato il concept del riuscitissimo Holiday Destination.

Un lockdown intimo che non sorprende, se ripercorriamo le vicende umane che hanno portato alle tracce che compongono Filthy Underneath. Dal 2000 a oggi Nadine Shah ha accompagnato la madre lungo un doloroso decorso di fine vita. Si è sposata per poi divorziare a brevissimo giro. Ha messo volontariamente in discussione la sua stessa vita. Ha risalito il baratro grazie a un faticoso cammino di recupero e, riemersa, ha prestato il suo estro al teatro, la disciplina artistica che più si avvicina alla sua musica, impersonando Titania, la regina delle fate protagonista di Sogno di una notte di mezza estate di William Shakespeare, un barlume di commedia nella tragicità degli eventi.

Un concentrato di vita in quattro anni che non poteva non generare un disco così intenso e sofferto come Filthy Underneath, probabilmente il lavoro meglio riuscito e più completo e maturo di Nadine Shah. Il titolo non lascia dubbi sul desiderio di non nascondere nulla delle torbide vicende di cui l’artista è stata protagonista, suo malgrado. Il disco si apre con “Even Light” che è un vero compendio del suo stile: ardite acrobazie melodiche, l’inconfondibile vibrato della voce in coda alle note tenute, parte di batteria che ricorda “Fool”, uno dei suoi indimenticabili successi, e modernissimi suoni di synth che testimoniano la ricerca in fase di arrangiamento di cui il disco si caratterizza.

Anche il ritmo di “Topless Mother” rimanda a un altro cavallo di battaglia di Nadine Shah come “Stealing Cars”. Qui però si accelera il bpm e si parla di sedute di terapia, mentre nel ritornello (non a caso) si sciorinano disturbanti parole in libertà. C’è persino una rivisitazione in chiave dark del soul e della black music in “Food For Fuel”, basta concentrarsi sul cowbell percosso sul battere e sugli accenti della linea di basso che sembrano fare il verso a “Lady Marmalade” dei Labelle. A spegnere i fuochi ci pensano l’incipit della fredda “You Drive, I Shoot”, una traccia che non stonerebbe in Violator, e “Keeping Score”, forse uno degli episodi migliori del disco, coinvolgente ballad elettronica in cui Nadine Shah, in un mondo in fiamme (sono parole sue) trova un’ancora di salvezza.

Grazie allo spoken word di “Sad Lads Anonymous” la voce si fa conturbante e scende di tono, in un esercizio di terapia della lentezza propedeutica all’esplosione ritmica di “The Greatest Dancer”, uno dei singoli che ha preceduto l’album, trascinante e ipnotica danza (con un tema di synth epocale) perfetta per perdere il controllo e portare all’oblio di tutto, dolore compreso. “See My Girl” è una conversazione che Nadine Shah tesse con se stessa e con la madre morente, lungo una rassegna di istantanee per una sigla finale in accompagnamento ai titoli di coda di una relazione tra mamma e figlia. La lista delle venti peggiori cose che possano venire in mente è invece un fedele resoconto dell’esperienza del suo percorso di riabilitazione in clinica, episodio in cui la cantautrice storyteller che è in lei ha raccolto le toccanti testimonianze dei suoi compagni di destino (compresi quelli che non ce l’hanno fatta) per poi metterle in musica in “Twenty Things”.

Della scarna “Hyperrealism” ci aspettiamo una versione remix con una base electro sotto. Il pezzo risulta infatti una potenziale hit, a partire dal riff di synth e piano a corollario della melodia delle strofe. Nadine Shah ci lascia (senza lasciarci, per nostra fortuna) infine con l’escamotage della “French Exit”, l’andarsene alla chetichella dai party senza salutare, perché abbandonare qualcosa a cui si partecipa senza dare nell’occhio è un soffio, una sillaba tra l’istante in cui sei vivo e il nulla, proprio come la morte per propria scelta.

Converrete con me che Filthy Underneath è un album di una cupezza unica, un’opera che non lascia scampo, una testimonianza di amore per la vita di chi è sopravvissuto ma non ne è ancora del tutto consapevole, e per questo non possiamo che consumarlo di ascolti.

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