porcelain

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Quando facevo il copy nel settore della pubblicità, il project manager con cui lavoravo abitualmente intercettò al primissimo ascolto – su mio suggerimento ma resto umile – la portata evocativa di “Porcelain” di Moby. C’eravamo addirittura inventati un soggetto da proporre al nostro principale cliente, un brand che commercializzava emozioni – derivanti dall’impeto, tipico dell’essere umano, di spingersi sempre oltre – forgiate e modellate in orologi sportivi da centinaia di migliaia di lire. Non se ne fece però nulla. Uno dei testimonial storici di quei prodotti ci aveva da poco lasciato le penne proprio per essersi spinto un po’ troppo oltre e “Porcelain” suonava un po’ troppo lugubre per il mondo dell’adv. Era il 2000 o giù di lì, l’album “Play” era stato appena pubblicato e “Porcelain”, che oggettivamente è una delle canzoni pop più evocative al mondo, non aveva ancora raggiunto, nell’immaginario collettivo, anche il primato della canzone più triste al mondo.

Ma il mio pm ed io eravamo nel settore della comunicazione da abbastanza tempo per capire che le emozioni non c’entravano nulla con quel rifiuto. Piuttosto non c’era abbastanza budget a disposizione, un dettaglio che ridimensionò anche il nostro slancio – durato il tempo di una media chiara – di accaparrarci i diritti della canzone per usarla con un altro spot emotional, prima o poi. Eravamo abbastanza morti di fame entrambi, io più di lui che comunque aveva una famiglia benestante alla spalle e, in più, si stava accoppiando con la responsabile comunicazione di uno dei marchi di make-up leader di mercato, ma ci avevamo visto giusto. Di lì a poco “Porcelain” di Moby sarebbe stata scelta millemila volte come colonna sonora di film o come canzone per video pubblicitari e sono sicuro che chiunque di noi ha almeno un ricordo di un’esperienza da rivivere, mentalmente, con il sottofondo di “Porcelain” di Moby.

È per questo motivo che è da allora che vivo nella speranza che mi capiti un’occasione per infilarla dentro a qualche video per confermarmi, come se non lo sapessi già e non fosse di dominio pubblico, che avevo ragione. E, a distanza di quasi venticinque anni, l’occasione si è palesata proprio alla fine di quest’anno scolastico che ha coinciso con la fine del mio primo ciclo scolastico. Negli ultimi mesi ho raccolto una serie di interviste ai bambini della mia classe realizzate con tutti i crismi (telecamera su treppiede e microfono professionale, il tutto in una nuovissima aula tutta insonorizzata che abbiamo allestito grazie al PNRR) e ho montato le loro dichiarazioni – sull’esperienza di fruitori della scuola primaria, sui momenti più belli dei cinque anni, sulle paure per la scuola secondaria di primo grado – un po’ come si fa oggi nei documentari emotional in tv. E, finito il montaggio, ho pensato che “Porcelain” di Moby fosse il commento sonoro più appropriato. Tenete conto che il bello della scuola è che, a differenza del mondo reale, è tutto ammesso – e per fortuna -, a partire dai software craccati fino al download libero di film dal web. Per non parlare del copyright sull’uso delle musiche. D’altronde, trovatemi voi le differenze tra quello che ho realizzato io con un reel di foto che si susseguono a tempo su “Le tagliatelle di nonna Pina”, come fanno certi genitori di mia conoscenza.

Insomma, per farla breve, alla fine il video è venuto piuttosto bene. Almeno, così mi sembrava. Poco più di sei minuti – quasi interamente di parlato – con i bambini inquadrati in primo piano secondo la regola della sezione aurea, sequenze di interventi che si alternano a regola d’arte inframezzate da footage raccolto durante i cinque anni, in cui la musica esplode nei suoi momenti più drammatici, un bel piano di ripresa e svariati fattori che non sempre si vedono in un video di un insegnante di scuola primaria. Il punto è che, se volevo emozionare i bambini, è finita con un saccheggio del loro stato d’animo accompagnato dall’esaurimento delle loro risorse lacrimali, tra attacchi di panico da futuro incerto e abbattimento parziale della smania di crescere.

Al termine del pay off conclusivo – un bel font, scritta bianca su fondo nero – ho preso atto, con sommo sbigottimento, di una classe completamente devastata. Ho cercato di minimizzare, ma era troppo tardi. A due ore circa alla fine della loro esperienza nella scuola primaria, mi trovavo al cospetto delle macerie provocate da uno stato di depressione collettivo. Li ho portati in giardino, confidando nella portata di deconcentrazione che hanno gli spazi esterni in primavera sui bambini, ma niente. Nemmeno il pallone ai maschi ha colmato quella sensazione di nulla cosmico e di buco nero in cui la mia classe era caduta. All’uscita, poi, ci sono stati i soliti festeggiamenti con i palloncini, i coriandoli e le bolle di sapone, ma il mood era fin troppo evidente.

Quanto a me, mi sono commosso molto mentre preparavo il video e ascoltavo a ripetizione le strofe e i ritornelli di “Porcelain”, tanto che, durante la premiere collettiva, oramai il pathos si confermava quasi una routine. Ai primi piagnistei però ho rischiato di scoppiare in lacrime con loro. Poi, compresa la gravità della situazione, la fermezza imposta da ciò di cui ero spettatore ha prevalso e mi sono messo a fare l’adulto. Va da sé che “Porcelain” mi è rimasta addosso tutto il giorno e praticamente tutto il tempo, da allora. La canto con trasporto ed evito persino di parodiare la voce campionata del ritornello, come ho sempre fatto. Domani ci sarà la festa di fine anno e, probabilmente, qualche genitore mi chiederà spiegazioni. Non è un video per bambini, gli dirò. Ditegli di tenerlo, di conservarlo chiuso in una scatola, e di aprirlo e proiettarlo non prima di aver compiuto trent’anni.

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