facciamo quadrato

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Quando vedo in vendita tamburi realizzati con pelle di capra o strumenti a corde per le quali si è impiegato il budello di pecora o financo gli archetti dei violini in crini di cavallo – pratiche non poi così tanto superate dai materiali sintetici – mi chiedo quanto siano contenti i nostri amici animali di fornire il loro contributo al nostro estro artistico. Mi chiedo anche come sia possibile che, a parte il genere umano, a nessun altro essere vivente – forse un po’ gli uccelli con il loro cinguettio ma si riconosce lontano un miglio la forzatura ampiamente ottimistica – venga voglia di comporre musica e di mettere in rima con melodie e armonie, solo con il canto o accompagnati da uno strumento, le proprie emozioni.

Se ascoltate però con attenzione qualcosa tratto dagli svariati miliardi di composizioni strutturate a forma di canzone prodotte da donne e uomini nel corso dei milioni di anni in cui abbiamo abitato il nostro pianeta, potreste chiedervi intanto se valga ancora la pena infierire sulle altre specie per il nostro tornaconto – discorso che ovviamente ha un suo perché anche per altri svariati campi che riguardano la nostra sopravvivenza, i nostri passatempi e il modo stesso in cui ci relazioniamo a loro – e soprattutto se davvero ci sia il bisogno di stipare la componente intangibile della materia che ci circonda con così tanta musica.

Che poi intangibile mica così tanto. Date un’occhiata alle discariche che traboccano di cd e relative custodie di plastica (quasi sempre rotte) o ai mercatini che pullulano di cultori dei dischi in vinile disposti a pagare fior di quattrini per delle prime stampe, per non parlare di tutta la musica liquida che ok, non possiamo afferrarla con le mani e non ha una forma sua, ma comunque ci vogliono server per contenerla, di conseguenza data center, di conseguenza capannoni nelle periferie che consumano energia come poche altre strutture al mondo e come non ci fosse un domani che infatti, se continua così, non ci sarà sul serio.

Ma anche a considerare tutto questo solo da un punto di vista sonoro, ci si chiede spesso il perché. Perché esista il suono, perché può essere controllato e riprodotto a piacimento, perché può essere eseguito simultaneamente da più apparati preposti alla sua generazione, perché ci appaghi a tal punto da dedicare tempo vita prezioso alla sua cura, alla sua ricerca, alla sua modulazione e al suo ascolto. Una responsabilità che va imputata intanto a chi si arroga il diritto di inventarla, la musica, e presume che ci siano esseri simili disposti a consumarla. Poi a chi fa da intermediario tra offerta e domanda in tutte le varie declinazioni in cui si articola il settore industriale preposto, con evidenti scopi più o meno venali. Quindi all’utente finale colpevole – un peccato originale e vecchio quanto il genere umano – di sentirne il bisogno, o di convincersene, e di non saper spiegare il motivo di tale esigenza. Perché sprechiamo ore, sborsiamo soldi e perdiamo persino il controllo strappandoci i capelli per chi ha il potere di conquistarci con la sua capacità di organizzare suoni e spesso parole in modo più o meno ordinato ma comunque in linea con il nostro sentire in quel preciso momento.

Io ascolto principalmente musica cantata in inglese perché l’inglese lo capisco così male tanto che la voce sulle canzoni mi risulta uno strumento come tutti gli altri. Mi piace un pezzo e magari il cantante mi sta mandando affanculo o mi dice l’equivalente di che confusione sarà perché ti amo ma, come dice a grandi linee il proverbio, orecchio non decodifica cuore non duole, anzi, cervello non percepisce imbarazzo. Più divento vecchio e più la retorica dei testi nella mia lingua madre mi mette a disagio. Ma anche di gente del calibro di De André o di Manuel Agnelli. Come se l’architettura di significanti e significati e simboli e cazzi e mazzi crollasse sotto i colpi del cinismo tipico della terza età, che a me che sotto sotto sono una persona gentile, sembra più buon senso dovuto all’esperienza dovuta agli inverni sul groppone. Li ascolto e penso che cosa vogliano da me, dove pensano di andare, a chi credono di darla a bere.

Vedo – anzi sento – che però la pratica di imbracciare chitarre e dar fiato alla bocca liberando parole lungo melodie più o meno appropriate non passa di moda. Qui da noi, dove la musica è stata oramai svilita del tutto, sempre meno, e da un certo punto di vista è una fortuna. Nei paesi anglofoni, specie in quelli in cui la storia è così breve da indurre a credere che il rock sia una cosa seria come da noi i sumeri o il latino, non passa giorno in cui non si pubblichino dischi interessanti a supporto di generi sempre nuovi con cose registrate sopra mai sentite.

Ne consegue un mondo popolato di quadratini colorati che sono poi le copertine dei dischi appena pubblicati e continuano a essere di tale forma e foggia anche se poi il disco mica viene messo in commercio su supporto fisico. Appiccato sul web, a noi che abbiamo vissuto i fasti dell’emancipazione giovanile sonorizzata dalle grandi band del passato ogni quadrato conferma il suo ruolo evocativo. A quelli della generazione Z o quella che ci sta fagocitando ora, non ho idea della lettera dell’alfabeto a cui siamo giunti, boh. Che valore hanno i quadrati colorati per costoro? Perché non farle tonde, le copertine, o rettangolari, o con una linea a una dimensione, o del tutto invisibili?

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