siamo solo di passaggio

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Da quando lavoro qui ho i miei riti. Conservo tutte le email, per esempio, inviate e ricevute, ho gli archivi ordinati su backup dal 2002 ad oggi, mese per mese. Un approccio maniacale ma che, almeno un paio di volte, ha tolto da situazioni imbarazzanti me e qualche collega. Ma la cosa a cui tengo di più è la mia collezione di, come li chiamo io, Ricariche Temporizzate per Fornitori in Visita. Nulla di pericoloso, sia chiaro, è solo un gioco che mi sono inventato e suppongo nemmeno così originale, ma che mi piace immaginare essere frutto di una condizione reale, un meccanismo tutto sommato credibile nel mondo del lavoro odierno, fatto di soldi che sempre meno circolano, di offerta di gran lunga superiore alla domanda, di solidarietà latente tra lavoratori della stessa società, e figurarsi tra individui di società diverse. Vi spiego.

Quando vado in visita da uno dei miei principali clienti, mi registro presso la reception che, dopo così tanti anni, mi conosce perfettamente, così perfettamente che mi viene chiesto sempre il nome, o le ragazze di turno provano a indovinare il cognome storpiandolo un po’. Comunque il mio nominativo è lì da molto tempo. Il sistema lo pesca, estrae tutti i field del mio record dal CRM e stampa un pass adesivo da appiccicare sul petto. Ecco, questa è una Ricarica Temporizzata per Fornitori in Visita. Su questa sorta di etichetta di riconoscimento, da ostentare nei corridoi e nelle sale riunioni della sede multipiano tra le centinaia di dipendenti che sfrecciano indaffarati su e giù per il palazzo tutto di vetro, ci sono i miei dati. Così in ascensore, per esempio, c’è chi li guarda e mi può dire “ah ma tu sei Plus1gmt, ci siamo scritti mail sai quante volte” e io vorrei dirgli “certo, lo so, le ho anche tutte backuppate in ufficio, sai, non si sa mai” ma mi sembra poco carino, io sono lì per prendere un lavoro, non voglio spaventare nessuno con i miei riti professionali. Ma non è questo il punto.

La suddetta Ricarica Temporizzata per Fornitori in Visita, sotto lo strato superficiale in cui sono stampati i miei dati di riconoscimento, contiene un cerchio nascosto tra l’etichetta e la parte adesiva. Questo cerchio, man mano che trascorre il tempo in visita, acquista colore, diventa lentamente rosso, e fa comparire in superficie l’inquietante monito “expired”, ripetuto. Una texture di expired che mette in risalto il fatto che la mia presenza lì lentamente si trasforma in illegale, non gradita, clandestina. La ricarica si sta esaurendo, fornitore fai attenzione: hai i minuti contati.

E fortunatamente non ho mai trascorso più di mezza giornata lì, nel palazzo di vetro con la mia Ricarica appiccicata sul petto. Non so dirvi se, una volta raggiunta la colorazione massima, la toppa adesiva inietti qualcosa attraverso l’epidermide causando conseguenze nefaste, tipo desiderio di proporre sconti esagerati sul progetto motivo della mia visita, oppure semplice senso di soffocamento e induzione a scappare via, accelerando la riunione il più possibile per liberare lo spazio nella sala meeting prenotata per me. O il contrario: appena la metti su ti spara una sostanza sconosciuta, di cui solo il Facility Manager conosce la composizione, un liquido che fa effetto solo dopo il tempo programmato. L’unico antidoto è rimuovere l’adesivo, firmare il registro in reception, e uscire da lì.

Ma ogni volta, alla fine, rientro sano e salvo in ufficio, a testimonianza del fatto che la Ricarica Temporizzata per Fornitori in Visita è innocua, e attacco l’ennesima figurina adesiva ormai tutta rossa di “expired” sul mio album, e dentro di me, e per il bene di tutti, spero che la collezione sia ritirata dal commercio il più tardi possibile.