una camicia coi baffetti

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E pensare che era uno dei pilastri per sentirsi tali, più avanti scoprirete tali a che, perché indossandola sotto una giacca e i più dandy con l’aggiunta di una cravatta, entrambe dello stesso colore, creava quel tono su tono per darsi un tono ed enfatizzare sia il pallore del viso che, per chi li aveva, i capelli corvini pettinati in barba alle leggi di gravità. Mi riferisco alla camicia nera, pezzo numero due (il numero uno erano le scarpe da prete) indispensabile per soddisfare le guideline del look all-black per non sfigurare alle convention (chiamiamole così) new wave di allora.

Diventava fondamentale mettere da parte i pregiudizi nei confronti di un capo di abbigliamento già ampiamente messo in discussione per motivi politici, tanto che se ne trovavano pochissime in commercio e quando le chiedevi ti guardavano in cagnesco, e poi vagli a spiegare che non eravamo post-nazifascisti ma solo boriosi ragazzotti di provincia intrisi di ideologia musicale britannica. Però poi quando passavo davanti alla bancarella del venditore di libri usati, i cui numerosi candelabri a sette bracci tra un contenitore di volumi e un altro non lasciavano dubbi circa le sue radici, avere addosso la camicia nera mi metteva sempre a disagio e addirittura una volta il libraio di strada mi ha assalito verbalmente facendomi vergognare non poco. Non passare più qui vicino, mi ha urlato, non sai le camicie nere cosa hanno fatto alla mia famiglia. In pieno riflusso, mentre i simboli più atroci del novecento venivano ampiamente decontestualizzati dalle correnti e dalle sottoculture pop – ricordiamo le svastiche indossate dalle star del punk commerciale – una casareccia quanto autarchica camicia nera indossata tutt’altro che militarmente e fuori dai pantaloni speravo potesse anche suscitare maggiore indulgenza dalle frange della popolazione mondiale passate al setaccio dalla storia. Poi, trattandosi dell’unico esemplare in mio possesso e dovendolo indossare in ogni occasione, giorno dopo giorno, lavaggio dopo lavaggio iniziò a sbiadirsi. Ma la sbornia dark riuscii a smaltirla prima di una dismissione forzata di quell’uniforme. Un bel giorno rigettai quella schiavitù in cotone misto acrilico e acquistai un più consono golfino rosso girocollo. Ma non è finita qui.

La camicia nera era anche una delle più ambite divise delle orchestre di musica da ballo. Nelle mia lunga militanza sui palchi delle principali balere e feste di piazza del basso Piemonte, il fisarmonicista che dava anche il nome alla band imponeva la mise pseudo-repubblichina ai musicisti, cosa di cui mi vergognavo io questa volta, e con l’obiettivo di distinguermi dagli altri e non essere frainteso politicamente usavo svisare sui pezzi di ballo liscio suonando adattamenti in tre quarti di cavalli di battaglia della tradizione musicale comunista, su tutti l’Internazionale che ben si presta alle costruzioni armoniche di valzer e mazurche. Da quell’esperienza, gettata l’ultima camicia nera in uno dei tanti contenitori destinati alla fornitura di vestiti ai più poveri, mi è stato possibile dire basta e promettermi che mai più ne avrei indossata una. Questo proprio in un momento in cui la camicia nera era tornata di moda e portata fisicamente e metaforicamente pure dal nostro, anzi vostro, ex-premier. E tutt’ora tamarri di ogni latitudine sfoggiano camicie nere in ogni stagione, sotto completi da sera o aperte sul petto nei mesi più caldi, un capo di abbigliamento che è sempre stato troppo impegnativo per me. E se siete orgogliosi proprietari di un così nefasto cimelio, vi lascio un paio di suggerimenti circa la sua conservazione: per non scolorirla lavatela a temperature fredde, mentre per asciugarla vi consiglio di stenderla al contrario, appesa con il colletto verso il basso, che è la morte Sua.