è la grande, bellezza!

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Il turismo 2.0 può davvero rimettere in sesto l’economia del nostro paese soprattutto se, alla base dell’evoluzione della nostra capacità ricettiva, poniamo non tanto la trasformazione delle singole realtà in un vero e proprio sistema-paese, quanto il superamento di alcuni preconcetti antichi quanto la nostra tradizione. Prendete, per esempio, il divieto di scattare fotografie nei musei. Voi m’insegnate che il problema di base consiste nel fatto che al popolo, quando è in vacanza, non interessa se ci sono fior di cataloghi con immagini di quella statua o del quadro preferito realizzate da professionisti e, quindi, stampate con una resa di gran lunga superiore alla presunzione con cui ci piace immortalare le opere stra-note per dimostrare a noi stessi e al mondo che, davanti al capolavoro in questione, ci siamo passati anche noi. Ma nell’era degli smartphone e della condivisione sui social si tratta di una norma più che obsoleta. Malgrado la presenza di personale disseminato in ogni sala dei nostri grandi musei, i visitatori contemplano l’arte con i propri dispositivi in mano e nessuno ahimè è in grado di distinguere chi sta whatsappando da chi infrange il divieto di riproduzione. Lasciateci allora liberi di riempire l’Internet con i nostri caravaggi e i nostri raffaelli, che fotografati senza flash non hanno sottratto nemmeno un millesimo della bellezza dei loro originali. Non solo: saremmo alle vette delle visite al nostro patrimonio artistico se i dipinti dei nostri maestri che ci invidiano in tutto il mondo la smettessero alle soglie del duemila, anzi, nel terzo millennio di seguire con gli occhi i turisti che li osservano, costringendoli a considerarsi il vero centro dell’esposizione anziché dedicare l’attenzione necessaria ai ritratti incorniciati posti sulle pareti. E comunque, se pensate così, sbagliate di grosso, perché è scritto su tutti i libri di storia dell’arte che la Gioconda guarda solo me e nessun altro.

Un secondo punto di riflessione riguarda invece la visita delle chiese in abbigliamento consono. Da sempre cosce, spalle e pance scoperte sono bandite come il peccato originale dai luoghi di culto. Una convenzione che spesso impone dress-code improvvisati con foulard e teli da mare indossati come burqa ed è proprio qui che si consuma il corto circuito del cattolicesimo. Si viene cioè a scoprire – oltre al corpo femminile – che anche noi che ci sentiamo tanto superiori rispetto ai nostri principali competitor dell’escatologia ci basta mettere a nudo la pelle delle nostre ragazze che gridiamo subito alla blasfemia. Il problema è che anche la teoria secondo cui l’iconografia cristiana non risparmia corpi vestiti solo di minuscoli teli nei punti più critici e che la povertà dei nostri martiri imponeva il minimo indispensabile addosso è altrettanto superata. Ma a questo non sembra esserci una risposta plausibile, ci sono troppi interessi in gioco senza tirare in ballo il controllo sui costumi che da sempre esercitano alcune delle parti coinvolte, quindi meglio soprassedere.