tagliare corto con una lunga storia

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Secondo me con i concerti abbiamo un po’ perso il senso della misura, perché giustamente le popstar hanno capito che con le vendite dei dischi marca male ed è ora di rimboccarsi le maniche e puntano tutto sull’attività live. Da qui deriva il fatto che i prezzi dei biglietti non stanno né in cielo né in terra, una roba che se tornassimo ai tempi degli autoriduttori altro che processi del proletariato a De Gregori. Il punto, al limite, è come concentrare le proprie risorse economiche e scegliere concerti che ne valgono veramente la pena. Lo so, starete pensando che ho scoperto l’acqua calda, magari non proprio così ma con una locuzione più sbrigativa tipo “grazie al cazzo”. Perché anch’io sono uno come voi che si muove solo per i propri beniamini. The National, i Tv on the Radio (ho già da un bel po’ i biglietti per il concerto del 6 febbraio a Milano), gli Interpol, St. Vincent, Sharon Van Etten, Satellites se prima o poi deciderà di eseguire live i suoi due capolavori. Tutti artisti un po’ della nicchia che al massimo ti costano 25 o 30 euro a cranio, cioè sessantamila lire, non dimentichiamolo (ho da qualche parte un biglietto per il tour di “Sono solo canzonette” di Bennato a 1500 lire). Ma va be’, mettiamoci pure l’inflazione e il passaggio dalla lira all’euro che nessuno ha regolamentato, per questo più che un referendum per uscire dall’euro occorrerebbe un referendum per uscire dagli italiani. Per farla breve, il mio budget per le esibizioni di gruppi e artisti famosi dal vivo non supera i cento euro l’anno. Ma sarà capitato anche a voi di scambiare qualche parola con gente che va a sentire cani e porci solo perché sono degli eventi, lasciandoci ogni volta mezzo stipendio. E gli U2, e Biagio Antonacci, e Fedez, e jovanotti che esce purtroppo con un altro album, e i Negramaro a San Siro, ma non distribuiti ciascuno tra i propri fan ma nel senso che singoli individui onnivori e bulimici di musica da tanto al mucchio vanno a vederli tutti. Immaginate la confusione che regna in quelle zucche, una cosa da non credere.

Poi ci sono i nostalgici facoltosi, ma quelli sono un caso a parte e fanno tenerezza. So di persone che hanno pagato migliaia di euro per una manciata di biglietti per l’imminente concerto degli AC/DC, quando poco prima erano sotto il palco di Billy Idol e contano i giorni che mancano al live degli Spandau Ballet. Il trait d’union sono i tempi che furono, gli anni 80 indiscriminati, un calderone in cui anche a me è capitato di cadere un paio di volte e ve l’ho già raccontato. Una reunion che non potevo perdere del Police qualche anno fa e una deludente serata con una Siouxsie davvero invecchiata e poco propensa a rivangare il proprio passato in favore di un nuovo lavoro discografico – un po’ così. Tutto questo però parte dalla band di Tony Hadley, che con i suoi costumi new romantic ci faceva piuttosto ridere ma oggi che importa, siamo abbastanza vecchi e a certe cose, purché ci ricordino certe vecchie storie, non badiamo più. Stavo aspettando mia moglie fuori da uno dei negozi di quel girone infernale che è l’outlet di Vicolungo nei giorni dei saldi, e sapete che c’è sempre musica in ogni angolo, quando a un certo punto è partita questa canzone qui.

sharon van etten – serpents

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