le 10 migliori interpretazioni dell’avviso di non parlare al conducente

Standard

I lavoratori dei trasporti sono una delle categorie più influenti di questo paese, nel bene e nel male. Nel bene perché è grazie a loro che arrivo in ufficio puntale (ehm) ogni mattina. Nel male perché, a differenza degli operatori museali, quando mettono in ginocchio un paese scioperando nessuno si può permettere di fare osservazioni. Ma mentre è lecito chiacchierare con i taxisti, possibilmente evitando la politica dal momento che quello più moderato ha il tatuaggio con la croce celtica sulla nuca, rivolgere la parola ai conducenti di tram e autobus è così vietato e così da tanto tempo che ormai è entrato nel nostro DNA. Nasciamo già consapevoli che non potremmo mai scambiare qualche battuta con un conducente.

Se proviamo a ribaltare la questione dal punto di vista opposto, mi chiedo se i conducenti, quando scelgono di fare quel lavoro lì, siano consapevoli che non potranno mai confrontarsi con nessuno sul lavoro, e considerando che i turni sono da – boh – sei ore? otto ore? ecco che gran parte della giornata passa via senza fiatare, in silenzio, ciascuno immerso nei propri pensieri e senza possibilità di trovare comprensione condividendo verbalmente un qualunque pensiero o stato d’animo.

Tuttavia non sono pochi gli utenti del trasporto pubblico di superficie convinti che l’avviso di non parlare al conducente sia solo un vezzo, una delle numerosissime regole messe lì per bellezza ma che non hanno nessun valore sotto il profilo della convivenza civile e se le rispetti fai la figura dello sfigato come tenere i cani al guinzaglio, sedersi sull’asse per fare la pipì anche se sei un maschio, attraversare con il rosso se non passano automobili, usare il cucchiaino per prendere le arachidi all’apericena, non stare in più di due persone per volta al cospetto di un parente in ospedale, restituire nei tempi indicati i libri alla biblioteca, installare programmi craccati sul pc, scaricare musica da Internet, usare le cinture di sicurezza nei sedili posteriori e così via. A leggerle tutte ci si sorprende del valore della percentuale della nostra vita in cui agiamo fuorilegge, vero? Per questo ci sediamo sul tram o sull’autobus e ce ne stiamo belli zitti. D’altronde, cosa vorreste dire a un conducente?

A questo punto del racconto ho deciso di costituirmi. Almeno una decina di volte nella mia vita ho chiesto informazioni al conducente mentre guidava, cose tipo quante fermate ci sono prima di x, o scusi dove trovo la coincidenza con l’autobus y e così via. In un’occasione ho persino portato avanti una vera e propria conversazione ma si trattava di un caso particolare perché il conducente era il padre della mia ragazza. Ho avuto anche una pessima customer experience quando, a tram serale fermo al capolinea, ho chiesto al conducente indicazioni se la direzione fosse quella giusta (la cosa più difficile in certe città di pianura, per noi che veniamo dal mare e che quindi abbiamo solo tre punti cardinali utili, è capire se il senso in cui dobbiamo dirigerci è verso destra o verso sinistra) e di ritorno ho ricevuto una risposta molto sgarbata con un poco velato suggerimento a consultare i cartelli alla fermata prima di salire su qualunque mezzo per non disturbare chi lavora.

Dicevo, e poi vi lascio, che la regola numero uno per un conducente, se il conducente la prende alla lettera, comporta poi la disabitudine dello stesso alla relazione. Stamattina alla fermata del 27 un’anziana signora dalla pelle scurissima ha avuto l’ardire di chiedere all’autista del 27 quando sarebbe invece passato il 19. Il conducente, fedele al proprio giuramento professionale di non parlare con nessuno, si è voltato verso la signora ma ha tenuto le labbra serrate. Lei allora gli ha chiesto di mostrarle almeno i denti, se proprio non poteva rispondergli, ma hanno sentito tutti e lui ha fatto proprio una bella figura di merda.