la casa che ti porti dentro

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Uno dei punti di forza del mio bar sono le foto incorniciate e appese, a partire da quella con Enrico Ruggeri. Sono tutte foto scattate qui. Ne ho una con un paio di calciatori dell’Inter degli anni 90 e poi alcune che mi ritraggono agli albori della mia attività professionale, quando muovevo i primi passi nella ristorazione da ragazzo, a fianco di mio padre che mi insegnava il mestiere. A luglio c’è tempo per questo genere di riflessioni. Non ci sono le mamme e le nonne che prendono il caffè dopo aver accompagnato a scuola o all’asilo i bambini, non ci sono i ragazzi che vanno al liceo, mancano persino gli impiegati che, a turno, vanno in ferie chissà dove e mi spiace un po’ doverlo scrivere perché so già che di tutto questo racconto qualcuno scriverà qui sotto commenti del tipo “beati loro che sono in ferie, a me mancano ancora tre settimane”, che è a suo modo la vecchia storia della luna e del dito. Luglio è invece il mese dei traslochi. Tra ieri e oggi, solo nella via dove ho il bar, ne ho visti sei in portoni diversi. Ci sono società che cambiano sede, una so che ha chiuso i battenti. Ci sono un paio di famiglie che sloggiano e dalle finestre ho visto portar via poltrone che, dovessi traslocare io, lascerei lì senza pensarci due volte. Una delle ditte di traslochi era francese. Mi chiedo quanto possa costare fare armi e bagagli e trasferirsi all’estero. Un’altra era della zona ma, curiosamente, il personale era tutto napoletano e per certi aspetti pittoresco, almeno prima che si mettessero a litigare con la portinaia del 19. Una cliente mi ha raccontato che sono volate parole grosse. Viene qui spesso. È malata da tempo ma spero tanto che vinca la sua battaglia. Oggi si è presentata come al solito sulla carrozzina spinta dalla figlia ma priva del foulard che usa per coprire la testa ormai calva. Dice che fa troppo caldo e nelle giornate in cui il sole la risparmia può farne anche a meno. Sono state insieme al Genius Bar, che anche se si chiama così non mi fa concorrenza perché, non so se lo sapete, altro non è che il centro di assistenza della Apple. È rimasta sorpresa dall’efficienza con cui funziona quel posto: prendi un appuntamento, spieghi il problema, se non riescono a risolverlo ti danno un iPhone nuovo. In realtà non è proprio così, ha aggiunto sua figlia, perché non dev’essere ancora scaduto il primo anno di garanzia. Io ho paura delle cose che si rompono ma, al cospetto di una persona malata, non mi va proprio di dirlo perché mi è chiaro che i veri problemi sono altri, non tanto la tecnologia che non funziona quanto il corpo umano.

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