alcuni aneddoti dal mio futuro

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cambio degli armadi – day #48

In coda all’ingresso della Coop mi specchio nelle vetrine dei negozi chiusi del centro commerciale per assicurarmi di non avere un aspetto più inquietante del solito, che andrebbe ad aggiungersi ad alcune forme di regressione dovute al lockdown. Non solo c’è bisogno di un parrucchiere in famiglia, ma mi sono disabituato a guidare, tanto per iniziare, ed è una fortuna che ci siano poche auto in giro. Tenere la mascherina mi fa andare in iperventilazione o comunque l’effetto è quello di quando ti fanno respirare nel sacchetto per farti riprendere. Il risultato è che mi sento euforico e con le altre persone in fila indiana col carrello ci scambiamo sguardi che vogliono dire guarda come siamo ridotti. Indossiamo tutti le prime cose che abbiamo trovato lasciate su una sedia la sera prima e non è una forma di trasandatezza. L’outfit dei sopravvissuti impone abbigliamento comodo nel caso dovessimo darcela a gambe levate, metti che spunti Godzilla dal retro del ristorante cinese di fronte al negozio di ottica. I punti vendita della fast fashion hanno abbandonato i loro manichini semi-vestiti nemmeno fossimo nel set di un film catastrofico americano. I più accorti hanno aggiornato però le vetrine con capi primaverili, non si sa mai che qualcuno, giocando con il proprio riflesso proprio come sto facendo io, sigli venga voglia di collegarsi al sito e-commerce con il telefono e concluda al volo qualche acquisto. Ma che ce ne facciamo di scarpe nuove? Perché dovremmo comprarci i pantaloni leggeri se tanto, quando si potrà uscire di casa, sarà di nuovo autunno? Ogni brand ha personalizzato il proprio messaggio di andrà tutto bene. Quelli che tengono a sottolineare il loro paese di origine scrivono parole di amore per i consumatori italiani in un’altra lingua, che anche se nessuno la parla il significato è facilmente comprensibile. Fare la spesa alle otto, appena apre il supermercato, è il momento migliore. Tutto sommato la coda è accettabile ed è solo una parte di una serie di attese che stanno una dentro l’altra come matrioske che poi, a pensarci bene, quella delle bambole russe è una metafora azzeccata per il social distancing.

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