Protomartyr – Ultimate Success Today

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[questo articolo è uscito su Loudd.it]

Potrebbe esser peggio: potrebbe scatenarsi una pandemia globale. Composto a cavallo del coronavirus, il nuovo album dei Protomartyr suona bene lo stesso anche nel pieno dei contagi, una lugubre sigla di coda di una società a stelle e strisce che non era messa tanto bene nemmeno prima.

Che sia frutto di un esperimento maldestro o di un errore di laboratorio, che si tratti di un inquietante presagio della natura che si prende le sue rivincite o di una subdola scaramuccia batteriologica tra superpotenze commerciali, la pandemia da Covid-19 è un 11 settembre che riguarda tutto il pianeta. E, come l’attacco alle torri gemelle per i newyorkesi, il coronavirus si impone inesorabilmente a ogni latitudine come lo spartiacque tra un prima e un dopo, nella vita come nella letteratura e nella musica. Artisti, scrittori e band ne racconteranno le speculazioni nelle loro opere, d’ora in poi, ed esporranno con rigore i loro severi bilanci mettendo a confronto la vecchia spensieratezza con la nuova inquietudine. Il passato con una pietra tombale sopra, il presente che non sarà più quello di una volta, il futuro con i giorni contati.

“Ultimate Success Today” dei Protomartyr è uno dei tanti dischi già in odor di pubblicazione prima del lockdown che, dopo il lockdown, potrà sembrare una testimonianza a caldo di come andassero male le cose già prima che peggiorassero. Anche liberi dall’epidemia negli USA c’erano Trump, le diseguaglianze sociali, il muro ai confini con il Messico, i disastri naturali, il suprematismo con i muscoli, la polizia con le ginocchia sul collo degli afroamericani senza respiro sull’asfalto, i vecchi WASP a dare il benvenuto con le armi da giardino.

Prima che la diffusione senza confini del virus ridefinisse la scala delle priorità, i Protomartyr avevano già pronto l’epitaffio per il mondo come lo conoscevamo. Non fa così tanta differenza, quindi, se le dieci tracce della band di Detroit siano state composte a priori o a posteriori rispetto al ricovero del Paziente Zero. Possiamo leggere nell’amara e tetra poesia di Joe Casey, ispirata dalla paura della morte e dalla volontà di lasciare un testamento politico ed esistenziale, il primo resoconto dell’umanità che ha un motivo in più per sentirsi vulnerabile, un manifesto della società FFP2 che, con le mani unte di gel igienizzante soffocate nei guanti monouso, raccoglie i cocci di un tetro malessere atavico nato quando, per distanziamento sociale, si intendeva il rispetto di ben altre lunghezze e spazi metaforici.

Sarà una coincidenza, ma in questo annus horribilis il post-punk è stato estremamente produttivo. E l’ibridazione garage dei Protomartyr, al momento, ne risulta forse la variante più radicale, fiorita in una stagione tutta da dimenticare ma si sa, la storia è piena di cose bellissime nate dalle macerie. Il fatto è che anche se il Covid-19, rispetto ad avvenimenti come la Seconda Guerra Mondiale, è una gita a Gardaland, viviamo in tempi poco rassicuranti e dischi come “Ultimate Success Today” ne sono la colonna sonora più adatta. Possiamo dire che i Protomartyr musicalmente sono la fine del mondo, ma meglio non portare sfiga più di quanta già ne abbiamo intorno. Anziché perdere tempo in una rilettura dei Maya, è sufficiente analizzare i testi del nuovo album dei Protomartyr per capire che cosa ci aspetta.

Joe Casey ha dichiarato di esser stato poco bene, prima della diffusione del coronavirus. Stress, spossatezza e crisi da mezza età. La degenza, unita alla recente ristampa di “No Passion All Technique”, il disco di debutto della band, ha influito su una riflessione circa lo stato delle cose. Il malessere cambia la prospettiva sulle vicende del mondo, o è quello che si legge sui social che ci mette angoscia? Mutano i fattori ma non il risultato: le liriche dei Protomartyr, ancora una volta in “Ultimate Success Today”, non lasciano speranza.

Ma la band non è solo Joe Casey che, un po’ crooner e un po’ declamatore, biascica intonando i suoi flussi di coscienza da una stagione all’inferno, perché Scott Davidson (basso), Greg Ahee (chitarra) e Alex Leonard (batteria) ne costituiscono il vero apparato di amplificazione, un megafono in grado di potenziare con un muro di suono l’effetto struggente delle parole, un rumoroso ed entropico dedalo sotterraneo di strumenti elettrici, archi e fiati in costante competizione con l’incedere straziante del cantato per la conquista dell’attenzione dell’ascoltatore.

Il valore aggiunto al suono, questa volta, è dato dalle improvvisazioni del sassofonista Jemeel Moondoc, dalle incursioni di Izaak Mills alle ance e di Fred Lonberg-Holm al violoncello, e dal cameo vocale di Half Waif. L’effetto è lo stesso che ci aveva trasmesso “Blackstar” di Bowie: metti in mano a qualcuno che mastica un po’ di jazz una traccia su cui improvvisare e allora sì che ci sono possibilità di ottenere, all’istante, un vero ultimate success. Basta invertire i paradigmi dell’approccio: un po’ meno passion e un po’ di technique in più. E, nell’insieme, lo stile musicale dei Protomartyr conferma il mix tra post-punk e noise rock, con la stessa alternanza di dissonanze e puzzle armonici a cui la band di Detroit ci ha già abituato.

L’album si apre con “Day Without End”, un’introduzione senza fine che cresce orfana di una risoluzione, un climax che toglie il fiato. “Non posso essere raggiunto”, esordisce Casey, e non importa per quante volte l’half sister dell’ultima di traccia di “Relatives in Descent” ci avesse provato. “An empty space/That’s the whole of me” è la constatazione lapidaria della natura del cantante e, allo stesso tempo, un ponte sospeso sul nulla con il disco precedente. In “Processed by the Boys” i Protomartyr mettono al centro del dibattito la trasformazione degli USA in uno stato di polizia e le crescenti limitazioni alle libertà civili. La distruzione non avrà nessun carattere hollywoodiano, tanto meno non sarà nessuna malattia esotica a fare piazza pulita. La realtà è molto meno scenografica e ha il volto sorridente degli agenti federali dell’ICE (la polizia statunitense che si occupa del controllo della sicurezza delle frontiere e dell’immigrazione) che ti processano per decidere il tuo destino. I colpi di chitarra suonano come pugni in faccia sferrati dall’autorità precostituita per liberare il campo al clarino basso, agile a insinuarsi e lenire le ferite.

Quindi una parte di Casey scende dal palco e inizia ad osservare – con approccio da stalker – quello che ne rimane sopra in “I am you now”, mentre in “The Aphorist” lo spoken word lascia spazio finalmente a un po’ di melodia, almeno fino a quando il brano si impenna in un furioso bridge post-grunge. Dopo è lo spettrale incipit di voce femminile a condurci nel pieno dei fastidi dell’estate in città. È il “June 21” ed è tutto un frinire di cancelli arrugginiti e ventole, a tempo sul pezzo più post-punk dell’album. Il mulo della copertina, l’animale che proverbialmente più di tutti incarna il lavoro duro senza ricompensa, fa capolino in “Michigan Hammers”, insieme al violoncello che doppia una veloce frase di chitarra. Il suono dei Protomartyr torna a essere decisamente allarmante in “Tranquilizer”, a dispetto del titolo, un testo sul disagio fisico caratterizzato da un latente fastidio di sax che culmina in picchi di noise a dare la scossa, per virare sul punk di “Modern Business Hymns” e sulla cinica descrizione del presente, in cui ritorna il titolo dell’album: “The past is full of dead men/The future is a cruelty/Resign yourself/Hey, have you heard them say/Ultimate Success Today?”.

Il disco così si avvia alla fine, con il concentrato di emozioni di “Bridge & Crown” e il lugubre commiato di “Worm in Heaven”, una canzone con cui Casey ci dice addio e nella quale, in uno star-system di cantanti suicidi, forse dovremmo cogliere un campanello di allarme.

In un momento di carestia di ottimismo, di certo “Ultimate Success Today” non è la soluzione a meno che, come ci hanno abituato questi quattro testimoni dell’angoscia da Detroit, non ci resti nessuna alternativa che spegnere i riflettori, chiudere gli occhi nell’oscurità e godere dei contorni dell’ultima immagine che ci rimane, prima di perderla per sempre nel buio. Se già “Relatives In Descent” era un album superlativo, “Ultimate Success Today” si colloca una tacca sopra e va a conquistare l’ingombrante ruolo di perfetta soundtrack per questo momento in cui, crogiolandoci pigramente su un’amaca intessuta di spleen, non sappiamo ancora bene che cosa accadrà, se ci sarà un album nuovo più avanti dei Protomartyr, se saremo ancora qui ad ascoltare dischi.

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