cosa non fai a capodanno?

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Mi piace l’idea della messa di mezzanotte alle ventidue perché può essere interpretata come la citazione di una celebre scena di uno degli innumerevoli film di Fantozzi, quella in cui l’orchestrina in servizio presso il ristorante in cui si tiene il cenone di San Silvestro sposta le lancette indietro di un paio d’ore in modo da poter sgattaiolare verso un secondo ingaggio e raddoppiare il compenso della serata. Un altro celebre caso di festeggiamenti asincroni è quello di un veglione televisivo condotto da un Pippo Baudo appena sbarcato sulle reti Mediaset in pieni anni ottanta, quando le tv di Berlusconi non godevano ancora del privilegio della diretta. Fu registrato giorni prima e andò in onda la sera del trentuno in modo che il conto alla rovescia per il nuovo anno spaccasse il secondo coincidendo con quello in tempo reale, una consistente metafora del fake-entertainment delle tv commerciali.

Ci sono certe date che corrispondono a commemorazioni solo per convenzione sociale. Natale si festeggia a Natale ma, senza il Natale, sarebbe un giorno come la vigilia o Santo Stefano. Stesso discorso per capodanno. Hanno persino posticipato le Olimpiadi che, per evitare di spendere miliardi in bianchetto per la correzione del logo stampato ovunque, si chiameranno lo stesso Tokyo 2020, sempre che il DPCM ci permetta di portare a destinazione la torcia olimpica. Siamo adulti – non ancora vaccinati – e per una volta possiamo desistere dalla nostra smania di rispettare le tradizioni ad ogni costo. Il dibattito sulla disposizione degli invitati a tavola frena le aziende del settore dei segnaposti e, ancora oggi, nessuno sembra in grado di prevedere chi festeggerà cosa e con quali parenti.

Per questo dovremmo spostare in blocco le feste natalizie a un momento meno soggetto a restrizioni e, da qui all’Epifania che non si porterà via nulla, tirare dritto con la scuola e il lavoro. Dobbiamo avere pazienza e attendere giorni migliori. E poi che bello, ci pensate? Fare l’albero a fine febbraio e battere le mani a ritmo della Radetzky Marsch – rigorosamente trasmessa da Vienna – a metà marzo? E perché non ad aprile, a ridosso della pasqua, per fare un intero mese di ponti per festeggiare la sconfitta del coronavirus nel modo che preferiamo? Il problema è che siamo troppo rigidi, in queste cose. Io mi batto da tempo per far sì che le scuole superiori rientrino in classe spostando gli orari di frequenza di un paio d’ore, in modo da non intasare i mezzi pubblici. Si inizia alle 10, si mangia un panino alle 13 e poi in aula fino a metà pomeriggio, magari metà classe per volta. Eppure siamo ancora qui a sbattere giù dal letto adolescenti alle 6.30 del mattino per pigiarli su bus e metropolitane insieme ai lavoratori che dello smart working se ne fanno un baffo. Per una volta, nella storia del genere umano, si può fare un cambiamento, no? Dove sono i paladini della resilienza quando servono?

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