giùggol

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Oggi a scuola non mancava solo il bambino, quello nuovo, quello che la segreteria mi aveva detto avrebbe iniziato stamattina e che chissà da che istituto viene e perché si è trasferito proprio nella mia classe e se avrà già fatto la tabellina del quattro e che sono rimasto ad aspettarlo all’ingresso al freddo e al gelo solo con il maglione e la t-shirt sotto, tanto che la rappresentante dei genitori mi ha detto di indossare la giacca che alla classe servo sano.

Oggi a scuola mancava Google perché era giù, insieme a tutta la piattaforma di didattica a distanza. Dicono gli hacker russi. Dicono gli studenti della secondaria di primo grado del comprensivo in cui insegno io, quelli che sbagliano di proposito tante volte la password dell’account della prof di matematica così le si blocca l’accesso e per ventiquattr’ore niente lezione. Dicono gli emuli di quel gruppo trasversale di goliardi di un liceo di provincia negli anni 80, che telefonavano per dire che c’è una bomba e che al primo di aprile hanno cementato un water e un bidet davanti al cancello principale. Dicono un black-out alla primaria che ha messo fuori uso persino il sistema che apre il cancello elettrico – appunto – che ha bloccato tutti dentro e l’erre esse pippì, di indomite origini pugliesi, si è messo a smadonnare in dialetto tra lo sgomento dei genitori in attesa fuori. Se un virus biologico mette fuori uso la didattica in presenza, un virus informatico non può mandare in tilt la didattica digitale integrata. Poi Google è tornato con le sue mail, il suo archivio nel cloud infinito, la sua videoconferenza e gli scherzi che i ragazzi fanno ai professori. Non funziona il microfono, non la vedo, non va Internet, la-sen-to-a-scat-ti, la mail con il compito è tornata indietro con un messaggio di errore, la mail gliel’ho mandata ieri sera, non l’ha ricevuta?

Alcuni hanno però sperato che si spegnesse tutto, una volta per sempre, per una di quelle conclusioni drastiche che auspichiamo nelle serie tv che vanno tanto per le lunghe in cui, a un certo punto, non si capisce più niente. Bisognerebbe ripartire dal primo episodio, di questa scuola da remoto, e ripercorrere le trame che ci hanno condotto a relazioni a singhiozzo, a raccapriccianti metodi didattici, a sistemi di valutazione randomizzati. Quello che è certo è che il bambino, quello nuovo, quello che oggi avrebbe dovuto iniziare ma che invece ha preferito un sopralluogo da fuori per mano con la mamma, durante l’intervallo lungo quando i bambini sono in giardino con tre gradi perché è più salutare che stare seduti in classe, comincerà domani. Stamattina avevo persino scritto “Benvenuto Mattia” sulla lavagna, quella di ardesia, quella che si usa col gesso, quella sulla quale, se Google non funziona, i disegni delle cose che spieghi – per farle capire – li devi fare ricordandoli a memoria.

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