francobollo

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Il layout a mosaico di Google Meet anche in collegio docenti ordina impietosamente in righe e colonne fino a 49 partecipanti con un meccanismo volutamente casuale. Quando si supera abbondantemente il numero massimo consentito tutti i colleghi dal cinquantesimo in poi finiscono nel dimenticatoio – una specie di sottosopra dello schermo del pc – a meno che un rumore diffuso dal microfono lasciato inavvertitamente acceso durante l’ordine del giorno li riporti in primo piano e, di conseguenza, ai vertici della notorietà. Le campane della chiesa a fianco, un figlio che impreca in un inglese inventato giocando a Fortnite, l’effetto delle casse del pc riprese dal microfono e ritrasmesse nelle casse del pc e ri-riprese dal microfono e ri-ritrasmesse dal pc e ri-ri-riprese dal microfono in un loop di ritorni che, se la preside non chiudesse l’audio di chi ha scarsa dimestichezza con la tecnologia, andrebbe avanti in eterno.

L’unica certezza configurabile è il primo video a francobollo in alto sulla sinistra, quello in cui ci sono io. Un io che varia di partecipante in partecipante, sia chiaro. Sul mio schermo ci sono io, sullo schermo della collega che urla con la figlia perché usa il suo pc per le videolezioni e poi non ricollega le cuffie della mamma (perché la mamma non sa ricollegare le cuffie al pc) ci sarà la collega che urla con la figlia e così via. Ciascuno di noi ha un suo io la cui figurina viene incollata da Google Meet nel primo spazio in alto a sinistra, come il portiere di una qualunque squadra di calcio in un album digitale Panini.

Il fatto è che mi trovo a disagio a essere lì in bassa risoluzione e come capo cordata della riunione. Mi sento fuori luogo perché la telecamera del pc è una tacca sotto rispetto agli specchi del parrucchiere, quelli che per un effetto di luci studiato in qualche laboratorio della NASA ti fanno sentire una merda, da un punto di vista estetico. Ma forse il problema è solo mio perché io, a tutti gli effetti, sono una merda da un punto di vista estetico. Ecco. In video sembro peggio ma, soprattutto, sembro un vecchio di settant’anni. Ma forse il problema è solo mio perché io, a tutti gli effetti, sono un vecchio di settant’anni ma questa volta ho le prove che non è così. Ho un certificato di nascita.

E ho provato a indossare la camicia, perché il collo degli anziani spesso è cascante. E ho provato a radermi anche se mi faccio la barba tutte le mattine per non vedermi quei puntini grigi sulla faccia con la lampada del mio scrittoio sparata sulla faccia. E ho provato a tenere gli occhiali sulla fronte come gli architetti fighi e gli intellettuali un po’ vintage. Ma niente. Anche se sono quello che fa cose pazzesche sulle piattaforme digitali e sui dispositivi IT che nemmeno il prof più innovativo del mondo vedo dopo di me, nel layout a mosaico, tessere più giovani di me e più in linea con il nuovo millennio perché vestite e con tagli di capelli più in linea con il nuovo millennio. Ma a me la gente del novecento che si atteggia a duemila mi fa solo tristezza. Si vede che sono uno del novecento, lì nel primo riquadro.

Uno del novecento che schiuma di invidia per i trentenni con le loro dentature perfette e i toraci depilati e le creste con le righe rasate e le sopracciglia disegnate e i tatuaggi di ogni genere, su qualunque parte del corpo che flirtano tra di loro appena tornano nella parte alta della lotteria dei quarantanove francobolli. Anche se fanno gli insegnanti e, a tutta questa deriva, mi ci devo ancora abituare.

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