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C’è un bar tavola calda proprio a trecento metri dalla filiale italiana della multinazionale in cui, tra poco più di un’ora, parteciperemo alla riunione. Anche se è presto per pranzare meglio portarsi avanti e riempirsi lo stomaco, chissà per quanto ne avremo. Ci consigliano di andare comunque in auto perché, a piedi, la strada non ha un marciapiedi a lato e la visibilità non è delle migliori. In macchina per così poca distanza?, ci chiediamo io e il mio collega. Alla prima curva lo scenario si trasforma, Roma defluisce in un misto di periferia e rovine antiche prima e aperta campagna subito dopo. Ma, prima del definitivo salto di dimensione della città verso il nulla, un cartello invita a voltare a destra per una pausa di ristoro. Il parcheggio è ubicato proprio sopra la piccola salita, davanti all’ingresso del bar. L’edificio è fatiscente ma l’insegna ha un nome all’inglese e spicca per un font che sa di modernità low cost. Una combo che altrove tradirebbe una gestione made in China. Invece gli inservienti ci accolgono con l’inconfondibile parlata del posto. Solo che la vetrinetta a lato del bancone risulta vergognosamente sguarnita per gli standard della capitale della gastronomia. Qualche tramezzino dimesso e dolci inequivocabilmente industriali sono agli antipodi delle vestigia della cacio e pepe o della carbonara. Non conosciamo la zona e si rischia di fare tardi, quindi ci accontentiamo. Per garantire almeno un po’ di piacevolezza al gusto prendo una lattina di Pepsi. L’esperienza è, se possibile, ancora peggiore delle apparenze. Consumiamo alla svelta il pasto freddo in uno dei tavolini dozzinali ubicati all’esterno, sotto ombrelloni decorati con il brand di un produttore di dolci da grande distribuzione. A fianco c’è un’officina da cui entra ed esce un tizio minaccioso in tuta da meccanico e, dalle finestre sopra al bar, si sente gente litigare al telefono in una lingua dell’est europeo, a completare il set perfetto per una serie tv su mafia capitale. Rientriamo per pagare senza nemmeno prendere il caffè e la donna dietro al bancone estrae uno di quei registri cartacei che si impiegano per segnare gli incassi degli esercizi pubblici. “Abbiamo aperto stamattina”, ci confida mentre scrive l’importo che dovremo pagare, naturalmente in contanti. Non hanno nemmeno la cassa, figuriamoci il POS. Il mio collega per fortuna chiude la discussione con una banconota da 50 euro e il cameriere si offre di farla cambiare al gestore dell’officina a fianco. Siamo i primi clienti della nuova avventura commerciale e, manco a dirlo, non ci spetta nessun trattamento speciale.

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