Does It Really Happen? – Yes

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Pensate a come può sentirsi disorientato un fan di un qualunque gruppo che non ha mai subito particolari vicissitudini tra i propri membri – per esempio gli U2 – al cospetto della rappresentazione grafica della timeline degli avvicendamenti nella formazione degli Yes.

Chi si è preso la briga di studiarla avrà notato, a ridosso del primo scioglimento della band risalente al 1981, il breve gap nella linea che indica la continuità di Jon Anderson, il cantante storico che ha reso riconoscibilissime con il suo falsetto (un vero marchio di fabbrica) le canzoni degli Yes, e che corrisponde all’assenza di un altro pezzo da novanta, Rick Wakeman.

Sembra infatti che i due abbiano mollato il colpo al termine del tour di “Tomato”, consapevoli delle divergenze con Steve Howe, Chris Squire e Alan White. Non che gli Yes non si fossero ancora risparmiati in turn over. Il fatto è che, questa volta, i problemi sono di carattere stilistico.

Siamo nel novembre del 1979. Gli anni ottanta sono alle porte, punk e post-punk stanno mandando in pensione i dinosauri del rock, e la generazione prog non se la passa molto bene. Non tanto per la fedeltà della fanbase – il popolo del rock classico continua a riempire gli stadi – quanto per la difficoltà di adattare le nuove sonorità imposte dall’estetica (musicale e non) imperante e l’evoluzione stessa degli strumenti – le tastiere in primis – a un genere basato su rigidi paradigmi ormai radicati in più di dieci anni di storia. In poche parole, la musica si sta trasformando come mai successo in precedenza, e questa volta senza ritorno.

Howe, Squire e White, probabilmente l’anima più prog degli Yes, giudicano il materiale proposto da Anderson e Wakeman per il nuovo album troppo leggero e folk e si ostinano, nelle sessioni di recording in uno studio a Parigi, a voler far rientrare lo stile degli Yes nei binari tradizionali. Ma ormai c’è poco da fare. Il gruppo approfitta di un infortunio del batterista per interrompere le registrazioni, far sbollire gli animi e rivedersi qualche mese dopo a Londra, ma anche il nuovo tentativo fallisce e la band si ritrova priva di cantante e tastierista.

Il caso vuole che Brian Lane, il nuovo manager, segua anche i Buggles di “Video Killed the Radio Stars” e che il cantante Trevor Horn e il tastierista Geoff Downes siano fan degli Yes. Per dare corpo al nuovo materiale che Howe, Squire e White stanno componendo, i due vengono invitati a contribuire alla stesura del nuovo disco, e la voce di Horn, simile a quella di Anderson, non passa inosservata. Stesso discorso per la destrezza di Downes con i synth. La nuova line-up è servita e si assicura persino la benedizione della casa discografica. Di lì a poco (e in tutta fretta) gli Yes daranno alle stampe “Drama”, un album di grande successo malgrado costituisca una svolta per una delle band più rappresentative del rock di un’era dai giorni contati.

Il connubio tra i due ceppi artistici dei nuovi Yes ha la sua massima rappresentazione in “Does It Really Happen?”, il primo singolo dell’album “Drama”. Due anime per un amalgama – quello tra progressive e synth pop – che riesce perfettamente, contro ogni previsione. La versione da 6:34 (fuso orario di Spotify) presente come ultima traccia del lato A del disco è l’evoluzione di uno spunto in gestazione durante le sessioni parigine, a cui Horn e Downes nello studio londinese conferiscono un vigoroso e decisivo svecchiamento.

Il brano si presenta con il celebre riff di basso suonato con il plettro, un perfetto bordone per il giro armonico che fa brillare gli accordi colpo dopo colpo e sprigiona tutta la sua potenza di hit da arena rock. Non riesce difficile immaginarlo nel live come brano di apertura del concerto, con tanto di esplosioni di luce sincronizzate e il pubblico che si gode lo spettacolo a bocca aperta.

L’apparente semplicità funky della strofa – la ritmica di Howe è inconsueta quanto deliziosa – introduce al potente ritornello in cui la voce di Horn non fa rimpiangere per nulla l’assenza di Anderson. Chitarra e synth si muovono all’unisono in quella che può essere considerata una prova generale dei fasti di “Owner of a Lonely Heart”, un allenamento preparatorio alla scalata delle classifiche mondiali. Ma è la parte cantata sul tema di basso e stacchi iniziale, a metà pezzo, a dare un valore aggiunto al brano, rendendolo sorprendente nei botta e risposta, verso dopo verso, un parte ripresa magistralmente a partire dall’ultimo minuto con il solo di basso sopra a un tema modernissimo lasciato ai sintetizzatori, prima, e alla chitarra, subito dopo.

I ragazzi degli anni ottanta, però, hanno la versione a 45 giri – quello che oggi chiameremmo radio edit – nel cuore, perché “Does It Really Happen?” fu selezionata come sigla della trasmissione Discoring, appuntamento fisso del primo pomeriggio della domenica. E la notizia non è che la produzione di Discoring avesse messo una canzone come sigla del programma (ai tempi costituiva la norma), e nemmeno che avessero deciso di farla ascoltare tutta – alla luce delle sigle da una manciata di secondi a cui siamo abituati oggi -, ma che avessero scelto un brano di una band progressive che, si sa, sono i campioni del mondo di suite articolate e tempi da capogiro.

“Does It Really Happen?” era la password per accedere a un mondo di canzonette che faceva parte del nostro vissuto, la colonna sonora della giornata di riposo dallo studio per noi adolescenti appassionati di musica. E non era difficile che una trasmissione nazionalpopolare, parte di un contenitore altrettanto dozzinale come “Domenica in”, ospitasse musica e band di qualità, mescolate al solito pop all’italiana. “Does It Really Happen?” degli Yes era solo l’aperitivo, un assaggio di cui, nel peggiore dei casi, ci saremmo comunque accontentati.

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