il bar come unità di misura della pressione a cui è soggetta la gente

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Il distributore Total su cui si affaccia casa mia è provvisto di un piccolo caffè con tanto di tavolini e sedie fuori, uno spazio esterno che la pandemia ha ridimensionato e in cui ora nessuno non può sedersi e consumare. Se c’è un benzinaio è facile intuire che la strada in cui è ubicato non è certo via dei Condotti, non ha il pavé e soprattutto negozi. C’è un discount poco più in là, qualche attraversamento pedonale, pericolosissimo quando viene sera, e poi una serie di rotonde che costringono il traffico a rallentare. Per darvi le coordinate, ci troviamo nell’hinterland milanese di nord-ovest in una sorta di arteria che devia il traffico fuori dal centro del paesino in cui ho sono residente. L’apparente mission del bar, prima del coronavirus, era principalmente quella di servire un caffè al volo a chi faceva rifornimento. In realtà nel tardo pomeriggio non era raro notare qualche addetto alla manutenzione stradale o qualche altro lavoratore in tuta blu – penso a elettricisti o operai del gas, sempre che si dica così – chiudere la giornata di fatiche outdoor con un bianco mosso o una Moretti da 66cl. Da quando siamo zona arancio scuro il bar del benzinaio ha messo un tavolino sulla porta per impedire l’accesso e servire i clienti solo per l’asporto. Ogni volta che passo di lì ci solo gruppetti di persone che bevono il caffè in bicchierini di plastica da distributore e fumano una sigaretta chiacchierando. Il culto del caffè e della sigaretta al bar a tutti i costi, anche se costretti in piedi, al freddo, fuori dal locale di un benzinaio in una strada di periferia con l’aggravante del rischio di contagiarsi e contagiare a causa del coronavirus mi ha lasciato incredulo. Non è meglio starsene a casa?

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