rompere il ghiaccio

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Non c’è modo più efficace di cominciare la scuola rompendo il ghiaccio, soprattutto se fa ancora molto caldo in aula e la metafora della cella frigorifera non è poi così male. Peccato che il ghiaccio, a proposito di relazioni tra le persone, significhi freddezza di rapporti, e non è detto che le schegge che si generano rompendolo siano in grado di migliorare l’ambiente. Meglio lasciare che siano il tempo e il caso a scioglierlo, come accade in natura, e che il riscaldamento locale faccia il suo dovere? No. In questi casi è consigliata una terapia d’urto. Ho chiesto così alla dozzina di bambini che avevo davanti – gli irriducibili iscritti al piano scuola estate 2021 che hanno scelto di frequentare anche l’ultima settimana di vacanza precedente all’inizio ufficiale del nuovo anno scolastico – di rompere il ghiaccio, facendomi spiegare da loro il significato di quel modo di dire. Davanti avevo una classe eterogenea, in una gamma comprensiva di studenti in procinto di andare in alla secondaria di primo grado sino a bambini appena usciti dalla prima primaria, con l’aggravante che non tutti si conoscevano tra di loro.

Per rompere il ghiaccio ho detto allora che l’estate 2021 è stata un’estate straordinaria, di quelle che non ci dimenticheremo mai più nel corso della nostra vita. Un’estate pazzesca, nel bene e nel male. Ho diviso la lavagna in due settori con i rispettivi titoli: “che cosa è successo” da una parte e “che cosa MI è successo” dall’altra, avviando il dibattito su tutto ciò che, privato o pubblico, porteremo con noi per sempre dagli ultimi mesi appena trascorsi.

La sfera personale è filata via liscia. Viaggi, città d’arte, mare, grotte, laghi, montagna, amici e famiglia. Un granchio ha pizzicato la mano alla più piccola del gruppo, ma solo perché lo ha accarezzato (a me i granchi non ispirano tenerezza, e se la devo dire tutta anch’io mi sarei ribellato a una confidenza di questo tipo. Non è così che si rompe il ghiaccio tra specie diverse). Un’altra è stata costretta dai genitori a quaranta ore di viaggio senza sosta per raggiungere una cugina moldava. Un’altra ancora è stata in fila un giorno intero sotto il sole per il biglietto del concerto di Sangiovanni. Ben gli sta. Cose così, come tutte le cose che capitano quando siamo in vacanza.

Quando si è trattato di elencare gli avvenimenti pubblici la questione si è fatta critica, colpa delle tragedie che sono state ricordate nei primi tre o quattro interventi: incendi di boschi e di palazzi, i finestrini mandati in pezzi dalla grandine (è il ghiaccio a rompere le altre cose, ho aggiunto io) e cose così. Ho dovuto insistere per ricordare a tutti che abbiamo vinto gli europei di calcio, che abbiamo portato a casa una valanga di medaglie tra olimpiadi e paralimpiadi, che abbiamo stravinto gli europei di pallavolo. A quel punto Leonardo ha alzato la mano per aggiungere un’altra cosa bella, e cioè che siamo a buon punto con la campagna vaccinale. Non l’ha detto proprio così ma il senso era quello. Così mi sono stupito di non averci pensato prima. Anzi, di non aver messo il vaccino al primo punto di quell’elenco di cose belle. Avrei dovuto dirlo io. Il fatto è che il vaccino a scuola potrebbe risultare un argomento divisivo. Ci sono insegnanti (quattro gatti, per fortuna) che mettono i bastoni tra le ruote, ma tra i genitori di quei bambini e di quei ragazzini i recalcitranti potrebbero essere molti di più. Ho risistemato l’elenco alla lavagna con il vaccino al primo posto e ho osservato quella classe di studenti così vari. Solo gli occhi, naturalmente, l’unica parte del viso che si vedeva. Ho pensato a un altro anno con la mascherina e chissà se magari il prossimo non ci sarà bisogno di stilare una classifica perché la vera notizia, quella più bella, sarà una sola.

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