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La scuola a funziona a due velocità. Non sono più uno studente da un pezzo ma sono certo che la settimana di chi va a scuola duri circa un mese. Avete letto bene. Per tirare al venerdì pomeriggio, o per chi fa la settimana piena arrivare al sabato, trascorrono stagioni, addirittura anni e in alcuni casi lustri fino a quando, finalmente, si può uscire, fare tardi nei club e la domenica mattina dormire. La settimana degli insegnanti dura invece a malapena un paio di giorni e nessuno ha ancora compreso quale sia il motivo di questa percezione ai confini della realtà.

Il mio orario settimanale quest’anno comprende sei ore a lunedì e sei ore al martedì. Questo vuol dire praticamente che mi brucio in due giornate la metà del monte ore dedicato alla didattica.

Alla primaria non c’è bisogno di quei software complessissimi pensati per incastrare l’orario dei professori. In due maestri per classe ci si distribuisce le ore a seconda della rispettiva disponibilità. La mia collega di team si è organizzata la sua presenza pensando al figlio che quest’anno va alle medie e deve seguirlo nello studio. Per questo è risultata una distribuzione dei turni così sbilanciata. Per alcuni colleghi questa equità è oggetto di battaglie sindacali e sfide in presidenza, ma a me va bene tutto. Non ho grossi problemi. Vengo da una realtà professionale in cui non c’erano giornate lavorative. Ci si metteva davanti al computer e non si sapeva quando sarebbe terminato il lavoro. A volte la mattina ci trovava già con il pc acceso dalla notte prima.

Ecco perché per me è indifferente lavorare la mattina oppure nel pomeriggio e non ho ancora capito se cambiando gli orari la cosa potrebbe giovarmi. Non nascondo però che quest’anno faccio un po’ più fatica. L’aver concentrato dodici ore nel giro di trentasei circa mi pesa. Ed è per questo che arrivo al martedì sera come se avessi conquistato mio vero venerdì sera. Stanco, spossato, completamente bollito, con una birra media in mano davanti alla tv.

Mi sono così adattato a questa situazione solo ribaltando completamente tutte le priorità e le aspettative sulla settimana. Finisce che la febbre del sabato sera – il Covid non c’entra – mi assale il mercoledì, mentre dovrei essere nel pieno della mia settimana lavorativa, e già al venerdì pomeriggio accuso già quel malessere che in condizioni normali mi renderebbe inviso il lunedì mattina. Proprio così. Il mio martedì è in realtà un venerdì, quindi la domenica è come se fosse un giovedì e già al venerdì sera mi arriva l’eco della musica della Domenica Sportiva. Se esco, in giro trovo tutto chiuso anche se è tutto aperto, e se fossi ancora fidanzato la porterei tutto azzimato al ristorante cinese e poi andrei al cinema.

Non ci avete capito nulla, vero? Nemmeno io. Ora non so più quando riprenderà quel tourbillon di ore in classe, di materie, di bambini che fanno domande, di quaderni da consegnare e da ritirare, di compiti da correggere, di parole parole parole e forse è questo il motivo per cui, agli studenti, le settimane durano mesi, stagioni intere, anni. Dentro alle loro settimane c’è tutta la confusione che facciamo noi adulti.

Un pensiero su “sette

  1. Sai che il tuo articolo mi ha fatto capire che in un certo senso è una violenza piegare il tempo dei bambini alle necessità degli adulti? Una violenza ed un indottrinamento: li si abitua al fatto che da grandi dovranno obbedire agli orari fatti da altri.

    Poi la tua frase sullo stare al computer dalla sera prima alla mattina dopo mi ha fatto sorgere un quesito: ma tu hai dovuto fare la DAD? Se sì, come l’hai vissuta?

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