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Vivo in un borgo alla periferia nord di Milano – casa mia è ubicata a meno di un km dal cartello che sancisce ufficialmente i confini urbani – che i poteri forti hanno deciso di isolare dal resto del mondo. Non so spiegarmi il motivo se non con il fatto che ci abito io che sono un blogger di tendenza che pesta i piedi a chi ordisce complotti e a tutte quelle organizzazioni lì che tramano per cancellare il genere umano dalla faccia della terra e fare tabula rasa per l”ormai programmata sostituzione della razza del milanese con quella delle popolazioni che odiano il presepe.

Non si capisce infatti perché tutte le vie di accesso e di uscita dal borgo in cui vivo (lo chiamo borgo anziché paesello o quartiere dormitorio o hinterland per dami un tono e farmi sentire come uno di Colle Val d’Elsa) simultaneamente siano oggetto di lavori, risultino chiuse o a doppio senso ma a una carreggiata perché l’altra è in fase di ristrutturazione, con il risultato che uscire o entrare da qui è un’impresa per la quale ogni volta occorre prepararsi psicologicamente.

Tutto questo con l’aggravante che, da quando siamo fiaccati dal Covid, la gente preferisce muoversi in auto piuttosto che usare i mezzi pubblici, variabile impazzita che impazzisce ulteriormente – non mi sono mai spiegato il perché – sotto Natale, come se tutti ci fossimo messi d’accordo per muoverci in massa alla ricerca dei regali rigorosamente prendendo la macchina. Il risultato è che occorre programmare ogni spostamento con attenzione, partendo almeno mezz’ora prima per avere un margine sufficiente da dedicare al tempo da trascorrere in coda al semaforo o bloccati nel traffico.

C’è una specie di tangenziale, per noi una vera e propria arteria grazie alla quale raggiungiamo facilmente ogni destinazione verso ogni punto cardinale, per la quale è stato previsto un sacrosanto interramento in previsione di Expo 2015. Siamo nel 2021 e, manco a dirlo, non è per nulla finita e anzi più passa il tempo e più ci privano di un pezzetto tanto che, ogni volta, è possibile imbattersi in un ingresso chiuso o un’uscita indisponibile e, magari, spostata più avanti, così da aggiungere oltre alla coda in un senso anche quella in senso opposto, per tornare indietro.

A me piace che il sistema, quello sano, per intenderci, quello che si oppone ai poteri forti, faccia di tutto per scoraggiarmi a usare l’auto e muovermi con i mezzi o in bici. Nonostante ciò le volte in cui sono obbligato a usare la macchina mi trovo sempre più spesso fermo con il motore acceso, con un’auto prima e una dietro, a osservare il discutibile panorama ai lati in attesa che finalmente sia il mio turno e possa proseguire con successo l’esperienza di spostamento da un punto all’altro che cerco di portare a termine.

La gente, quella che invece non vuol essere disincentivata a spostarsi con il proprio suv, sta uscendo di testa e posta sui social le foto delle code. Code in entrata e in uscita dal paese. Code con il tramonto rosso o con la brina ghiacciata del mattino. Code con uomini che pisciano nelle aree di emergenza e code con manifesti pubblicitari di organizzazioni anti-abortiste. Code con scoiattoli che si arrampicano sugli alberi e persino con le volpi e le lepri che fanno capolino dai loro nascondigli per vedere che cosa sta succedendo, perché ci sono così tanti esseri umani fermi con i loro mezzi di trasporto.

Forse un giorno tutti i lavori termineranno e si potrà riprendere a sfrecciare sulle strade con i nostri bolidi noleggiati a lungo termine – così è come avere sempre la macchina nuova –  e tornare a far valere il principio della velocità come fattore discriminante della società. Ora, tutti fermi in coda, sembriamo davvero tutti uguali. Il piano dei poteri forti è molto più democratico di quando potessi immaginare.

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