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I genitori dei fratelli G. si sono dati da fare. Hanno sfornato 6 figli tutti maschi e tutti in scala come i Dalton di Lucky Luke, nonostante il cognome da tramandare racchiuda in sé l’essenza etimologica della cattiveria, non preannunci niente di buono, un esplicito invito della natura ad andarci piano con la conservazione della specie. Con questi presupposti meglio non procreare ma sono tempi acerbi, visti da qui. Indigenza e deprivazione sociale lasciano spazio a credenze che il boom economico, esauritosi da un po’, ha reso già ampiamente superate. Una famiglia numerosa sono bocche da sfamare ma anche braccia e gambe da immolare al sostentamento e al bene comune. Più lavoro uguale più opportunità. Oneste, nel migliore dei casi. Altrimenti, si sa, il malaffare ti attende a braccia aperte, soprattutto nel tessuto urbano in cui, al seguito di flussi migratori dal sud, è approdato il capostipite di quel nucleo famigliare scomodo per la comunità, all’inseguimento di un po’ di fortuna e al riparo dai mestieri faticosi e umilianti della terra arida delle radici.

Del miraggio del benessere i genitori dei fratelli G. non ne colgono nemmeno i contorni dalle piccole finestre delle topaie di quella specie di ghetto dei vicoli del centro storico, prima che un ripensamento del tessuto urbanistico trainato dalla gentrificazione non imporrà a quella gente di fare armi e bagagli per trasferirsi nelle case popolari alla periferia, su modello degli standard di convivenza delle grandi città industriali del nord. I fratelli G., in quel quartiere da cui è meglio stare alla larga, sono venuti fuori tutti problematici e, se i figli sono diventati dei delinquenti, mi domando come possano essere i genitori, anche se nessuno li ha mai visti. La leggenda narra che la cosa sia addirittura promiscua, un marito con due mogli e tutta quella prole con cui condividono la stessa stanza.

Il meno pericoloso dei fratelli G. è il più grande. Sfoggia baffoni da film western e si capisce che non è del tutto normale anche solo dal modo in cui cammina. Gira con un borsello trascinando un piede malandato per la città, vestito in modo molto approssimativo e parlando da solo e, fidatevi, è meglio così perché, penalizzato dal dialetto stretto, non si sa bene che cosa dica. Gli altri cinque invece sono dei teppisti, ciascuno di essi pronto ad andare in soccorso del fratello minore prossimo nella scala, con il risultato che il più piccolo di tutti, paradossalmente, è quello da cui stare di più alla larga perché beneficiario di un’immunità multilivello senza confronti. Ha dodici anni, fa la prima media e ai suoi coetanei e ai più grandi chiede favori poco leciti facendo leva sulla copertura dei fratelli che chiama subito in aiuto nel caso qualcuno si permetta di alzare la testa. A me chiede spesso di comprargli le Marlboro perché lui ha ancora le fattezze di un bambino e i tabaccai della zona oramai lo conoscono. Però almeno mi dà i soldi e non pretende che gliele paghi io a suon di ceffoni. Insomma, potrebbe andarmi peggio. È un’occasione che non mi sono lasciato scappare. Quando lo incrocio lo saluto per primo ma mantenendo un profilo basso in modo che non si accorga che lo faccio per tenerlo buono e non essere uno dei tanti contro cui accanirsi per dimostrare a tutti chi è che comanda.

I fratelli più grandi girano con armi bianche, coltelli, catene, tirapugni e la cosa non sarebbe un problema se non avessero dai 14 ai 19 anni e se, come il minore, non frequentassero tutti ancora la scuola dell’obbligo. Siamo alla fine degli anni settanta e nessuno, in quella che più tardi verrà identificata come secondaria di primo grado, si fa tanti problemi a bocciare i più asini, con la paradossale conseguenza di trasformare le medie in piccoli carceri minorili o riformatori senza vitto e alloggio, in cui i ragazzi come i rampolli della famiglia G. fanno il bello e il cattivo tempo alla guida di vere e proprie gang che, al confronto, bulli e cyberbulli degli anni duemila sono seminaristi. La scuola dei G., che purtroppo è anche la mia, è un edificio già fatiscente malgrado risalga ad appena trent’anni prima, quando era stato costruito sui ruderi di un antico quartiere a ridosso del porto, bombardato durante la seconda guerra mondiale. A guardia della scuola c’è un custode che vive con moglie e figli in un appartamento ricavato nella struttura, provvisto di balcone che dà sul giardino dove la moglie del custode stende montagne di bucato.

L’ingresso della scuola dà su una piazzetta che ospita un’impresa di pompe funebri, una chiesa e la farmacia a cui uno dei G., non ricordo quale nella scala, ha sfondato con la sua catena la vetrina mentre eravamo tutti in attesa che suonasse la prima campanella. Una bravata, più che un’azione criminale, pensata con l’intento di mettere le mani su una confezione maxi di preservativi e lanciarli sulla folla dei ragazzi in attesa di iniziare le lezioni, allibiti da tanta sfrontatezza sfoggiata in barba al rischio di conseguenze penali. Alcuni miei compagni di classe ne hanno raccolti un po’, attirati dalle buste color arancio, e abbiamo iniziato a giocarci come se si trattasse di palloncini. I bidelli, accorsi con il vicepreside nel tentativo di mettere ordine a quella specie di sommossa situazionista, impediscono con ogni mezzo che qualcuno introduca i profilattici in classe, costringendo i docenti a dare delle risposte in tema di sessualità. Io mi sono limitato a nasconderne uno nel portafoglio. Ricordo di averlo aperto dopo, a casa, e di averlo testato da solo con la calma necessaria.

Un altro dei fratelli G. invece è un seguace di Bruce Lee, il che lo rende doppiamente pericoloso. Lui gira direttamente con un nunchaku infilato dietro, nella cintura dei jeans e, quando lo estrae, lo fa fischiare intorno alla testa come nei film d’azione del suo eroe. La sua specialità, a parte darlo in faccia a chi non gli va a genio, è quello di impiegarlo secondo il suo corretto uso di antico strumento di caccia scagliandolo verso assembramenti di piccioni accorsi per abbeverarsi alla fontana sul sagrato della chiesa, con il risultato che almeno due o tre uccelli ogni volta ci lasciano le penne.

Ma il resto dei fratelli non è da meno e, singolarmente o insieme, fanno il bello e il cattivo tempo. Un paio girano sempre con Gabriella che è l’insegnante laica di religione che se li porta appresso per evitare che diano in escandescenze con i colleghi più refrattari all’inclusione, fedele alla sua missione di salvare gli ultimi. Gabriella è la stessa che poi io ritroverò alle superiori e alla quale con Massimo prenderemo in prestito la A112 parcheggiata sulla rampa di accesso alla scuola per farci un giro durante la sua ora di lezione, roba che in caso di incidente – e lo dico da uomo prudente in piena terza età nel nuovo secolo – potrebbe costituire un problema per noi, per lei, per la scuola e per i nostri genitori, almeno i miei perché io sarò protagonista di quella bravata da minorenne mentre Massimo, mio compagno di classe, da adulto fatto e finito. Nella società a ridosso degli anni ottanta essere ripetenti non è un grosso problema, come si evince per i fratelli G. Hanno tutti frequentato ogni classe almeno due o tre volte e in terza media, quasi diciottenni, li vedi con i baffi e la barba, i vestiti da adulti (poveri) e le ragazze che, affascinate da tutte quelle dimostrazioni di prepotenza, almeno le più scaltre ci fanno un pensierino.

Nulla di cui stupirsi. Maria Antonietta, che è una che la vita l’ha resa precoce e sveglia a nemmeno quattordici anni, la noto spesso accompagnarsi alle reclute della gigantesca caserma che è la ciliegina sulla torta della nostra città, che, al netto della leva obbligatoria, è una delle più brutte d’Italia. La domenica, al luna park o a spasso per le vie dai negozi chiusi, si incontrano solo militari provenienti dal sud o dall’estremo est. Si ingegnano a rimorchiare le ragazze e poi cercano un po’ di intimità in uno dei numerosi cinema del centro, pagando biglietti ridotti per scadenti film comici con Pozzetto o Montesano. Poi, fuori al buio dopo i titoli di coda, con l’obiettivo di aumentare il potenziale di squallore di quello scenario di provincia della domenica sera, vanno a disporsi in torno ai tavoli delle pizzerie.

Anni dopo, sulle pareti del piccolo cinema d’essai della città – un posto che per un periodo importante per la mia formazione mi vedrà presente quasi tutte le sere, orgoglioso della mia unicità nell’assistere a spettacoli di elevato valore culturale – si leggerà incorniciata un’intervista a un noto intellettuale del posto, oggi leader dei Novax, che brutta fine che ha fatto. Nell’articolo si sosterrà proprio quello che ribadisco qui, e cioè che non ci sia niente di più triste al mondo di una pizzeria, in quella città, la domenica sera, una perfetta ambientazione per una scena deprimente di un film. E malgrado sia da tanto tempo che non abito laggiù, sono passati 40 anni, non ho dubbi sul fatto che le sue parole siano ancora attualissime.

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