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L’ora di scienze è un vero incubo. Trovo insegnare scienze superfluo e inutile e, paradossalmente, non solo è la cosa più importante che c’è al mondo e grazie alla quale, per dire, studiandola si possono fare cosucce come debellare una pandemia, ma è anche quella tra tutte che interessa di più i bambini. Molto di più della matematica e delle sue astrazioni che poi, voglio dire, che ce ne facciamo nella vita delle proprietà delle quattro operazioni? Molto più di inglese e di questo sistema per cui si scrive in un modo e si legge in un altro, senza contare che i bambini non sono nemmeno più interessati alla lingua delle canzonette, al massimo a scovare le parolacce nei testi. Più di arte che, a dirla tutta, non è facile trovare qualcosa che le mamme più organizzate, con gli svariati siti dedicati all’educazione parentale, non abbiano ancora proposto ai loro figli per trascorrere un pomeriggio in santa pace. Più di musica e del gap che passa tra quello che si fa ascoltare a scuola e quello che ascoltano i ragazzi d’oggi. A ogni lezione di scienze, non importa l’argomento, i bambini mi assillano di domande su esseri viventi e non viventi, materia e antimateria, terra e sistema solare, chimica fisica astronomia biologia zoologia e tutti quanto fa stem. Anche il ciclo dell’acqua genera una serie di questioni e aneddoti famigliari che non vi sto a raccontare: chicchi di grandine grossi come patate, stagni con i più disparati animali, pentole che bruciano e zii che vivono al Polo Sud. Cerco di glissare sulle domande con cui vengo letteralmente sommerso perché la scienza impone precisione. Ai bambini dico sempre che per saperne di scienze occorre essere uno scienziato e che io non sono uno scienziato. Posso rispondere a qualunque curiosità sui Cure, sui Depeche Mode, al limite sui Genesis. Ma per scienze rispondo sempre di cercare su Google e di non rompere i coglioni. Non proprio così ma il senso è quello.

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