cosa c’è da sapere

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Qualcuno in riunione ha appena proposto, come attività legata alla Pasqua, di preparare dei biscotti. Ho dato il mio assenso a un’iniziativa così sorprendente senza pensarci due volte, con uno slancio e un fervore smisurato. Vedermi in classe con il grembiule e il cucchiaio di legno in mano ed esprimere il mio consenso è stato un tutt’uno. Il fatto è che sono talmente provato e disilluso dalle astrazioni che solo l’idea di costruire un manufatto concreto qualsiasi (e senza una stampante 3D) mi manda in estasi, non importa il materiale di cui è composto e senza contare che l’idea in sé di farlo è, a sua volta, un’astrazione. Il problema è che ho la netta sensazione che qualcuno stia espropriando parti di superficie dell’interno della mia testa per annetterle a un progetto la cui visibilità mi è interdetta da muri altissimi – anche questa è un’astrazione, spero mi stiate seguendo – al di là dei quali non mi è possibile scrutare. Ne consegue che lo spazio e le risorse dedicate alla comprensione delle cose si sta riducendo sempre più velocemente. In parole povere, ho la netta sensazione di non capire mai un cazzo. Di conseguenza mi butto sul fare, visto che mi si sta precludendo il pensare.

Ho immaginato (attività che invece si avvicina molto di più ai nostri rendering, passatemi il termine, e quindi non va a occupare, una volta terminata, ulteriore spazio in memoria, quella del cervello, intendo) i miei bambini con le mani in pasta – è proprio il caso di dirlo – con farina e zucchero e gusci di uova che si versano ovunque in classe, per la gioia dei collaboratori scolastici che si innervosiscono anche dei nomi scritti a matita sul banco, ma il tutto è stato mitigato dal pensiero del risultato. Una teglia interamente popolata da biscotti dalle forme più assurde – so già che Cecilia li farà come unicorni, mentre Denis chiederà di colorarli come la maglia del Milan, e dovrò dirgli che non si può – pronti per essere infornati nella cucina della mensa dal cuoco Matteo.

In riunione si dice anche che, a quelle temperature, i virus cuociono insieme al resto e che quindi, tra le attività manuali sconsigliate, mettere in pratica una ricetta non è poi così più rischioso di altri momenti in cui è inevitabile lo scambio di materiali. Poi a me cucinare piace, e molto di più che ricoprire quei cazzo di rametti con i fiori realizzati con la carta crespa e appiccicati con il vinavil. Ma c’è di più. Gli esseri umani di sesso maschile hanno spodestato le donne anche dai fornelli (avrei voluto ricordare alle colleghe che oggi gli uomini vogliono fare anche le donne e spiegare alle donne come si fa a essere donne) e io, che ho l’aggravante di essere un essere umano di sesso maschile e in età avanzata, non mi sono certo tirato indietro e anzi voglio che la mia classe faccia i biscotti più buoni e più belli di quelli delle altre terze.

Cosa c’è da sapere per fare dei biscotti buoni? Non lo so. Non ne ho mai preparati ma sono convinto che, su uno dei miliardi di blog di ricette con video annessi che si trovano in rete, troverò quello che mi serve. Il punto è che la didattica laboratoriale è la formula vincente. La prova è che la pratica e tutto ciò che credo possa essere ricondotto alla memoria muscolare resta nel tempo, mentre cose come la filologia romanza, Persio, Rosmini, Fichte e l’Orlando Furioso pian pianino evaporano dal tessuto su cui avevamo appiccicato tutto quello che c’era da studiare per superare gli svariati esami universitari che avrebbero dovuto forgiare il nostro futuro da intellettuali. Mia figlia è alle prese con la scelta della facoltà con cui continuare il suo percorso scolastico e già la vedo sulle orme del padre, a fare lavori – ammesso che si trovino – in cui ciò che abbiamo studiato non conta un fico secco. Tanto il sapere è tutto qui dentro, tutto condiviso, tutto pronto all’uso, e l’unica competenza di cui abbiamo bisogno è saper cercare. Per il resto, è meglio preparare i biscotti.

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