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Milano dà il meglio di sé in estate e in quello che forse erroneamente chiamiamo hinterland, inteso come l’insieme di comuni dell’area metropolitana privi di un’identità locale in quanto nell’orbita del lavoro, delle scuole, degli ospedali e dei servizi culturali della città e che, se vogliamo usare il termine non in lingua italiana più appropriato, dovremmo tradurre con outskirt, i sobborghi. Il paradosso è proprio questo: nel posto dove vivo non c’è niente, ma mi basta spostarmi a Dergano – quartiere periferico a nord-ovest e a cinque minuti da qui – per trovare un’animata comunità e iniziative e ambienti gremiti di gente che vive al meglio il posto in cui abita. Nelle settimane che precedono il consueto esodo agostano, soprattutto nelle sere prefestive e festive, una categoria di persone a sé degna di venire immortalata con foto o scritti come questi è composta da quelli che camminano nei non-luoghi come il mio paese con la stessa noncuranza come se si trovassero a Sestri Levante, a Cervia, a Senigallia o ad Alghero. Sabato sera ho raggiunto un rinomato ristorante greco d’asporto a qualche km da casa mia e, lungo il tragitto, ho notato coppie a spasso, famiglie precedute da bimbe in monopattino, e addirittura un bar aperto su una strada anonima di quartiere dormitorio che aveva allestito un vero e proprio apericena trionfale con un buffet gremito e musica tanto quanto i locali del centro. Mi piace questa reazione allo stare in casa a vedere la nuova stagione di Stranger Things. Ero in auto con mia figlia e ci siamo confrontati su quella realtà ai margini dell’idea che si ha di una metropoli come Milano. A lei piacerebbe fotografare quel genere di circostanze e di umanità, e io non mi sono tirato indietro dal tentativo di spronarla per provarci.

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