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Se scartabellate su youtube troverete decine di spezzoni video con le gag di un comico genovese che si burla, giustamente, del bizzarro modo in cui si esprimono i savonesi. A Savona coesistono tre lingue: l’italiano con la còcina, la tipica cadenza genovese, laggiù dal flavour un po’ meno brasileiro ma più basso-piemontese probabilmente per il fatto che il lido savonese, con tanto di cargo all’orizzonte e ciminiera Tirrenopower di sfondo, soddisfa da sempre le modeste aspettative vacanziere mordi e fuggi estive dei cuneesi, che riversano sulle strade della riviera di ponente la loro discutibile idea di conduzione automobilistica (soprattutto se muniti di Golf bianca). Una parlata, per di più, il cui effetto è in grado abbattere qualunque slancio di erotismo nei momenti intimi ma che è invece funzionale nei contesti ufficiali e che viene sfoggiata, senza il mimino sforzo di adeguamento agli standard di pronuncia nazionali, da chi ha studiato e dagli intellettuali del posto.

Poi c’è il dialetto savonese, che è un genovese a tutti gli effetti ma con qualche variante locale caparbiamente difesa in onore dell’antica rivalità con il capoluogo reo, secoli or sono, di aver rinchiuso i miei ex concittadini in una fortezza, di aver simbolicamente ridotto in altezza qualche torre pretenziosa in eccesso e di aver interrato il porto tanto che, ancora oggi, non sono pochi quelli che, in visita alle imparagonabili bellezze turistiche della Superba, portano con sé da Savona qualche pietra da restituire alle acque della suggestiva area expo di Renzo Piano.

Infine c’è l’italo-savonese, che è come la lingua che si pratica nel resto della penisola ma farcita di modi di dire che capiscono solo i savonesi e che i locali più presuntuosi – praticamente quasi tutti – ritengono sia intesa ovunque, motivo per cui non si pongono minimamente il dubbio che chi non mastica l’idioma in questione perché originario di altri posti possa comprenderne il senso. Si tratta di un fenomeno strettamente derivato dalla comprovata auto-centralità dei savonesi, veri campioni di campanilismo estremo, che pensano, come dice il comico di cui sopra, che tutto il mondo sia Savona. Mia moglie – che è di Milano – oramai non fa più caso alle volte in cui mia mamma o mia sorella (ma anche se girelliamo per i negozi, su tutti quelli di pasta fresca che a fronte di un conto di 40,02 € di ravioli ti battono sul pos – quando funziona – rigorosamente 40,02 €) si rivolgono a lei nominando certe vie del centro come se si trattasse di toponomastica nota a livello internazionale, per cui una via Guidobono o una via Niella hanno uguale dignità di via Montenapoleone, piazza di Spagna, Time Square e Carnaby Street.

Ci sono poi certe espressioni che lasciano chi le ascolta – e che ha la fortuna di non vivere lì – con un vistoso punto interrogativo dipinto sul viso. Vi scrivo giusto le prime che mi vengono in mente ma spero di tornare su questo vocabolario per aggiornarlo ogni volta che mi ricorderò qualcosa, al netto di certe riduzioni grammaticali – che altrove suonano come veri e proprio strafalcioni – del calibro di “andare a spiaggia” o “ho lasciato la moto dal comune” (nel senso di ho parcheggiato lo scooter nei pressi del municipio) o “prendo la corriera”, quando ci si affida al servizio di trasporto pubblico urbano. Gli autobus, per intenderci.

  • Quando qualcuno si rivolge a te coprendoti di insulti o, comunque, in modo verbalmente acceso si dice “me ne ha dette d’appendere” o “da pendere”, a seconda della vulgata, una formula che io ho sempre visualizzato con l’essere oggetto di così tanti appellativi spiacevoli che, per alcuni di questi, è stato necessario appuntarli da qualche parte – come si fa con i post it – per leggerli con calma in un secondo momento.
  • Se devi metterti d’accordo per incontrare qualcuno e occorre verificare la sua disponibilità nell’orario proposto, si dice “ti mette bene”. Per esempio: “Ci vediamo lunedì? Ti mette bene?” che può essere tradotto con “come sei messo lunedì?”.
  • Se vuoi negare un servizio o un favore a qualcuno perché sconveniente per te, o magari perché con la persona in questione non scorre buon sangue, si usa l’espressione “nei denti” accompagnata spesso dal gesto: si mette la mano di taglio e la si batte due o tre volte contro gli incisivi, tenendo la mascella ben serrata ma con le labbra aperte. Un esempio? “Se Tizio mi chiede ancora la macchina, dopo tutte le volte che l’ha usata senza mettere benzina, gliela presto ancora nei denti” (e qui si fa il gesto).
  • Una ramanzina accalorata e particolarmente estesa si traduce con l’espressione “leggere la vita” che io intendo come un cazziatone unidirezionale talmente lungo in grado di, appunto, corrispondere a un monologo dettagliato della storia dell’esistenza del destinatario sin dal giorno di nascita. “Dopo l’ennesimo voto insufficiente a scuola i miei mi hanno letto la vita” è un esempio sufficientemente calzante.
  • Se non stai bene puoi dire di essere “malpreso”, un termine inesistente nel dizionario della lingua italiana ma utile anche per connotare una cosa fatta male o un esito negativo. Un aggettivo piuttosto diffuso: qualche anno fa, nel corso della puntata su Savona di un programma RAI dedicato alle città di provincia a cura di Concita De Gregorio, un giornalista del posto lo ha usato con disinvoltura durante il suo intervento, come se fosse la più normale delle cose e chiunque fosse in grado di capirne il significato.

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