chef moi

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La notizia è che una vincitrice di un noto talent per aspiranti cuochi aspiranti giudici di talent per aspiranti cuochi sostiene di non andare mai al ristorante. Avete letto bene: non le piace mangiare fuori. Non la biasimo. Da quando ho imparato a preparare quelle quattro cose ignoranti che propongo a rotazione nel menu domestico ho ridotto a zero quell’unica volta all’anno in cui si usciva a cena. Vuoi mettere pensare la ricetta, scegliere gli ingredienti e cucinare per famigliari e amici rispetto a mettere le gambe sotto il tavolo, impestarsi il loden di odore di fritto e spendere un occhio della testa in cose che poi lungo il tragitto intestinale si trasformano in quello che sappiamo?

Denis, che è il mio alunno di origine rumena nonché uno dei più simpatici della classe, chiama la cacca “la numero due”, per distinguerla dalla pipì che è “la numero uno”, e ora che siamo alle prese con l’apparato digerente finiamo sempre lì, anche perché è il cibo, primo tra tutti, a finire sempre lì. Malgrado nei testi della trap che ascoltano sia contenuto l’intero vocabolario delle parolacce italiane e non solo, i miei bambini sono timorosissimi e inutilmente pudici in eccesso quando si tratta di pronunciare qualunque sinonimo di feci, per questo attribuire a merda e piscio una perifrasi riconducibile a una gerarchia morale – l’urina è il numero uno perché è considerata meno impegnativa, si fa davanti e il canale appartiene a un rango più nobile dell’altro, probabilmente perché è anche veicolo di piacere ma anche l’altro non è poi così male, insomma esprimere una preferenza tra i due non è così scontato – mi fa sorridere. Ho detto loro mille volte che le parolacce sono volgari ma a seconda del contesto, ma non voglio mettere in dubbio i paradigmi della loro rigida educazione. Però mi hanno seguito e li ho percepiti persino in linea con me quando ho provato a convincerli della mia idea: spendere così tanto per questioni di palato non esiste. Il loro pantheon della ristorazione comprende solo McDonald’s, Burger King, Roadhouse e l’all you can eat cinogiappo sulla provinciale, quello frequentato anche dai ludopatici attirati dalla consistente concentrazione di videopoker. E quello di cui voglio convincere anche voi è che è molto meglio imparare a spignattare.

L’unico compromesso, a casa mia, è la pizza. Almeno un paio di volte al mese, in quelle giornate che si vede già alle otto del mattino che finiranno in pizza. Quelle che entri alla prima ora, accompagni le quinte a visitare la caserma dei Carabinieri, fai due ore di matematica per poi scendere nel chiasso assordante nella mensa-inferno, quindi altre due ore con i bambini con l’impallo catatonico postprandiale e, per chiudere, altre due ore di formazione digitale ai colleghi docenti online.

È andata proprio così, anche questa volta. Ho terminato la videoconferenza e ho subito lanciato l’idea sul gruppo di famiglia, ma questa volta è successa una cosa stranissima. Mia moglie mi ha chiamato per darmi il suo assenso alla pizza, con l’entusiasmo esagerato con cui siamo soliti aderire a questo fuori-programma che è incredibilmente sopra le righe malgrado si ripeta con la stessa frequenza da più di vent’anni. Ma prima di dirmi che pizza avrebbe scelto mi ha chiesto a quale pizzeria d’asporto pensavo di ordinare. Di getto, non chiedetemi il perché, mi è uscito dalla bocca il nome di una pizzeria che frequentavo con ostinata continuità una trentina di anni fa. Un posto che oltre a essere a duecento km da qui probabilmente avrà chiuso i battenti chissà da quanto. Era un locale che faceva solo pizze, non a caso si chiamava “Solo Pizza”, era meta notturna di giovinastri come me in piena fame chimica e aveva le pareti coperte dall’iconografia tipica degli esercizi che vogliono trasmettere l’appartenenza socio-culturale alla napoletanità indipendentemente da dove sono ubicati. Totò, Peppino, Maradona, Mario Merola.

Il pizzaiolo si chiamava Mimmo, e il nome lo ricordo solo grazie all’aforisma che si leggeva su una lavagnetta accanto l’imboccatura del forno a legna e che diceva così: “La pizza di Mimmo è come una bella signora: buona e da gustare a piccoli morsi”. Al telefono con mia moglie mi sono reso conto dell’equivoco e mi sono corretto immediatamente, anche se il nome della pizzeria da cui ci serviamo, pur essendo altrettanto evocativo della cultura partenopea radicata al nord, ha un’accezione che fa molto meno marketing anni novanta e rimanda invece alle qualità organolettiche della pizza, un tema molto più attuale e figlio dell’ossessione per l’italianità che va per la maggiore. Ma sono certo che il mio non sia stato affatto un lapsus. Ancora adesso sono sicuro di non aver compreso appieno il significato di quella frase e il senso della trasposizione simbolica di immagine che la rende così difficilmente interpretabile.

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