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Sono nato e cresciuto in un casa buia, un paradosso per uno che viene da una città di mare. Alle finestre erano montate persiane verdi che mi si chiedeva di tenere quasi del tutto chiuse di giorno per impedire che la luce, in un appartamento sito al quinto piano, influisse negativamente sulle attività in cui i bagliori o i riflessi sono in grado di risultare fastidiosi se non pericolosi per la vista, come la lettura o la visione di programmi in tv. Un pregiudizio avvalorato anche dal fatto che la dimensione delle finestre stesse a cui ero abituato, addirittura ridotta al minimo nella casa in campagna in cui trascorrevo le vacanze estive, costituiva un escamotage architettonico per scongiurare le dispersioni del calore interno e i relativi sprechi, in un piccolo mondo antico contadino in cui qualsiasi cosa aveva un suo valore. E anche nell’appartamento di città in cui abitavo, con infissi proporzionati all’altezza degli edifici, risultava altresì conveniente mitigare la temperatura interna, contenendo il freddo in inverno e garantendo un po’ di fresco nelle stagioni più calde.

In effetti, a casa mia c’era il rischio che l’atmosfera rarefatta e limpida delle belle giornate – piuttosto comuni – irrompesse dai vetri sullo schermo di programmi che invece comportavano la necessità di un ambiente scuro e penalizzasse l’esperienza cinematografica, in un’epoca in cui comunque gli apparecchi televisivi non erano nemmeno lontanamente paragonabili ai display hi tech in uso oggi. Per lo stesso motivo, ricordo il fastidio agli occhi dei flash – non saprei definirli altrimenti – provocati dall’esposizione fugace ai raggi che filtravano all’interno in contrasto con le parti in ombra degli infissi. Era come se restassero pixel abbaglianti incollati alle pupille che impiegavano un bel po’ a dissolversi. Da adulto finalmente ho interpretato il vero significato dell’approccio alla clausura della mia famiglia come un sistema pensato fondamentalmente per impedire che, dai palazzi intorno, qualcuno potesse osservare quello che accadeva da noi, o anche solo farsi un’idea dello status economico della nostra famiglia in base agli arredi delle stanze, o semplicemente al disordine.

Una volta trasferito a Milano e in contesti abitativi di più recente costruzione, mi sono adattato a stento all’impiego delle tapparelle in plastica – uno standard di certa edilizia residenziale in auge dagli anni 70 in poi – che, una volta abbassate, conferiscono alle case una dimensione da scatola per le persone e le cose che vivono all’interno di essa, un’idea che mi sono fatto forzata da un episodio della serie “Ai confini della realtà” che mi aveva terrorizzato da piccolo e che, da allora, mi ha segnato per sempre. Ma se ci accomuna la stessa storia, e cioè se vi siete spostati da località di mare alle regioni continentali per comprensibili esigenze professionali, sarete consapevoli della differenza di luminosità outdoor. In inverno tenere gli infissi esterni chiusi o aperti spesso non fa alcuna differenza – soprattutto in piani bassi come il mio – ma poter guardare fuori e perdersi in quei momenti in cui ci si imbambola a osservare il nulla perché, in realtà, gli occhi sono rivolti dentro noi stessi, costituisce tuttora ai pensieri una efficace via di fuga dal contesto e dal tempo, e l’intralcio dei serramenti chiusi limita fortemente qualsiasi velleità di evasione.

Tempo fa, visitando alcune città dell’Europa settentrionale, ho constatato con invidia il fascino di certe case le cui pareti perimetrali esterne sono talvolta sostituite da ampie vetrate spesso prive di tende. Chi ci vive, passeggiando tra quelle suggestive vie a piedi o in bici, non fa più caso a tale promiscuità tra vita privata e pubblica e, anzi, sono convinto che le persone che abitano lì crescano educate, a differenza mia, a non ficcare il naso nella quotidianità domestica altrui. La mia curiosità morbosa, figlia dell’estrazione culturale di cui sono impregnato, mi spingeva invece a fermarmi a osservare, non sempre facendo finta di nulla, quello che succedeva dentro e vi assicuro che a fatica mi sono trattenuto dallo scattare delle foto. Gente che leggeva, chiacchierava, beveva un tè, praticava il proprio ménage domestico come manichini viventi di una rappresentazione situazionista ambientata nelle vetrine di un grande magazzino del centro. Scene evocative che mi hanno ricordato certe trovate pubblicitarie di una volta, come quella band esponente di un acerbo punk melodico tutto italiano che, nei primissimi anni ottanta, si era esibita provocatoriamente per i propri fan mescolati tra gli avventori di una filiale della Standa.

Da quando si è diffusa la consuetudine del lavoro da casa, quello che chiamiamo smart working, anche noi abbiamo allestito una postazione da utilizzare tra le mura domestiche. Un piccolissimo studio ricavato nel living room di cui io ho approfittato solo durante il lockdown della pandemia da Covid e del quale, invece, mia moglie ha la possibilità di sfruttare tutt’ora i benefici una o due volte la settimana. Si tratta di una scrivania e una poltroncina sufficientemente confortevoli ubicate di fronte alle porte finestre del soggiorno, a ridosso della selva di piante con cui abbiamo gremito questa parte di casa, uno spazio che abbiamo esteso da quando i nostri due gatti sono morti con l’obiettivo di popolare l’appartamento con qualche altro essere vivente non necessariamente appartenente alla specie umana. A dire il vero, il nostro home office, oltre a essere minuscolo, non è nemmeno così adatto ad adempiere alle mansioni richieste per stare al computer, non è funzionale come pensavamo e soprattutto non garantisce gli standard di sicurezza (a partire dall’altezza e dalla distanza dello schermo rispetto agli occhi) che una sedia ergonomica e una scrivania da ufficio offrirebbero. Abbiamo cercato e trovato un compromesso tra decoro negli arredi e efficacia prestazionale.

C’è una fase dell’anno in cui però è assai complicato lavorare la mattina. Chi è seduto alla scrivania (la postazione è rivolta verso l’esterno) fino all’ora di pranzo è costretto ad abbassare le tapparelle almeno sino all’altezza degli occhi e a tirare le tende perché la luce del sole – che sorge da quel lato della casa – risulta fastidiosa. Così succede che, per non sottrarre le poche ore di totale luminosità del soggiorno alle piante e a noi esseri umani, chi è in smart sceglie di spostarsi sul tavolo in cucina, ubicato a fianco ma che consente il riparo dalla luce. Da lì non si gode della vista sull’esterno – il giardino del vicino che non è niente di che e, in più, almeno un paio di volte alla settimana è occupato da zelanti manutentori a bordo di un rumorosissimo tagliaerbe – ma si può contemplare il soggiorno nel suo insieme. Il vivaio, la mia collezione di dischi, i riflessi dell’hinterland sullo schermo LCD che, unito alla sottile cornice nera opaca, consente dopo il tramonto l’effetto total black – come voluto dal produttore, così ci ha assicurato chi ce l’ha venduto – della tv.

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