gli antenati

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Se fossi stato un uomo primitivo, e magari qualche vita fa lo ero davvero, chi può dirlo, non sarei durato un giorno. Tra la gente delle caverne non c’era spazio per l’emotività, anche se gli abitanti delle Grotte di Lascaux, non a caso definite la Cappella Sistina della preistoria, ci hanno fatto sapere che anche loro, ogni tanto, qualche attività non strettamente necessaria al sostentamento per sfogare lo spleen la praticavano.

E se volete sottoporvi a un test di resistenza, sotto questo punto di vista, quello della sensibilità, intendo, fate come me. Ho presieduto agli esami di idoneità di due ragazzini che hanno abbandonato gli studi e per i quali la scuola e le istituzioni stanno facendo di tutto per recuperarli e consentire loro di terminare il percorso dell’obbligo. Ma, mentre i colleghi della secondaria, con battute e approcci di incoraggiamento, riuscivano a metterli a proprio agio in un setting (una batteria di docenti seduti ai banchi con il condannato alla prova di fronte) probabilmente pensato per trasmettere il meno possibile una visione accomodante e inclusiva della scuola, proprio come la vorrebbero quelli del gessetto, a me risultava impossibile produrre una qualunque forma di conforto, tanto ne avevo bisogno io che, in quanto adulto con l’aggravante del più alto in grado in quel contesto, ero lì per costituire, o almeno interpretare, la principale figura di riferimento.

Ma i due candidati rientravano in una casistica a dir poco border. Il primo era lui, il ragazzino quasi sedicenne sradicato nei primi mesi della prima media dal comprensivo in cui insegno a causa del trasferimento dei genitori. Passato alla scuola del nuovo paese di residenza, è stato oggetto di bullismo da parte di un pluriripetente a cui davano fastidio i suoi problemi di sovrappeso. Ha mollato il colpo più volte ma ora, grazie principalmente a una coppia di nonni che si sono presi carico delle manchevolezze dei genitori separati e lo hanno riportato al posto in cui è nato e cresciuto, lo hanno convinto che questa – ora che il nipote ha riacquisito una forma fisica in grado di renderlo più sicuro e che è tornato da noi – potrebbe essere la volta buona.

La ragazzina protagonista del secondo caso, invece, non è per nulla motivata, tanto che gli scritti per risultare idonea da privatista alla seconda, dopo che per due anni è stata respinta in prima per abbandono scolastico, li ha consegnati quasi in bianco. Si è presentata all’orale vestita da spiaggia e accompagnata dall’educatore a cui i servizi sociali l’hanno affidata all’ennesima volta in cui è scappata di casa. Seduta di fronte a noi, ci ha raccontato la sua esperienza come fosse una tesina dei suoi ex compagni all’esame di terza o un capolavoro da prova di maturità, con tanto di una presentazione in Canva che riportava tutti i motivi per cui la scuola, per lei, è un ostacolo insormontabile, anzi no, una vera e propria rottura di maroni.

Se mi ero già commosso con il candidato precedente, con lei davvero ho fatto fatica a trattenere le lacrime. Lo scorso anno aveva frequentato uno dei miei innumerevoli corsi di cultura digitale pomeridiani che abbiamo organizzato per gli alunni della secondaria, ma non era sopravvissuta a più di un paio di incontri. All’orale, a parlare di sé, delle sue paure e delle sue ansie, ha invece resistito fino alla slide conclusiva, quella con la didascalia “grazie per l’attenzione” come se, al posto suo, ci fosse stato il relatore di un TED qualsiasi che sparava a vanvera frasi motivazionali da tanto al mucchio.

Fino a quando una delle prof, quella di arte, le ha chiesto che cosa le piacerebbe fare da grande. Lei ha risposto di cavarsela bene con i disegni sulle unghie e la collega non si è fatta sfuggire l’assist. Poco prima la ragazzina aveva confessato di non saper assolutamente disegnare e dipingere, così l’ha un po’ incalzata sostenendo che, in fondo, anche quella è una forma d’arte. Per abbellire le unghie con le rifiniture e le miniature imposte dalla tela a disposizione occorre avere un estro non comune. La ragazzina, si chiama Deisy scritto proprio così, Deisy, ci ha pensato un po’ su. Subito ha sorriso, ma quel link con qualcosa che comunque è riconducibile alle materie di scuola, ai banchi, ai prof che pensano di darle lezioni di vita, ai compagni che sono ancora dei mocciosi rispetto a lei che va in centro a Milano da sola con i mezzi a tredici anni e sta fuori tutta la notte, non l’ha convinta del tutto.

E, in un istante, a me che sono cintura nera di pregiudizi, mi è passata davanti come in un film tutta la sua vita, ma vi giuro che sono riuscito a fermarmi in tempo, prima di un decorso che, ora che Deisy ha cliccato sul grande pulsante di UNDO che le è stato messo a disposizione, ha davvero una seconda possibilità a cui nessuno dei prof che la ascoltavano, in fondo, crede davvero. Io, che stavo per piangere, ho pensato a quella cosa che ho scritto all’inizio, quella degli uomini primitivi, e per sdrammatizzare la situazione con me stesso mi sono immaginato delle donne primitive, persone in carne e ossa e non Wilma e quell’altra sua amica degli Antenati, sedute intorno al fuoco – sempre che sia già stato scoperto – a pitturarsi bufali e altri animali oramai estinti sulle unghie, ma con una tecnica adatta al supporto, mica con gli oggetti rudimentali con cui hanno affrescato le loro grotte.

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