Altin Gün, 02/07/2026, Circolo Magnolia, Milano

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[questo articolo è uscito su Loudd.it]

Qualche giorno fa, mettendo al corrente un amico che mi chiedeva che musica facessero gli Altin Gun mentre ci scambiavamo qualche dettaglio sui rispettivi imminenti appuntamenti live, a fronte del suo eurocentrismo mainstream (che io sappia unicamente dal punto di vista musicale) e consapevole di masticare entrambi solo competenze superficiali di rock psichedelico anatolico, ho tagliato corto – forse banalizzando all’eccesso – sostenendo che sono una specie di Air, ma molto più genuini e cresciuti in Turchia.

Che poi non è vero, la band è di stanza ad Amsterdam ma, nonostante (almeno dal nome) solo Erdinc Ecevit Yildiz, il cantante e abile suonatore di baglama e synth (nell’accezione e nell’uso di synth che si ha in Medio Oriente, non so se avete presente) abbia tutte le carte in regola, la band al completo ha dimostrato ieri sera, sul palco, di saper maneggiare con dimestichezza tutto il background sonoro che, in modo sorprendentemente filologico, riproduce nei suoi brani. Ed è stata proprio la loro esibizione live l’aspetto che mi ha convinto sul fatto che il paragone con gli Air, decisamente fuori luogo dal punto di vista del genere, è comunque calzante sotto il profilo dell’approccio.

Partecipando con entusiasmo agli applausi dell’ultimo bis per suggellare la loro esibizione al Magnolia, mi sono sentito autorizzato a confermare quanto la loro capacità di allestire un’esperienza completa di tuffo nel passato (sulla carta meno somigliante a me rispetto a quanto mi dovrebbero trasmettere, per latitudine, Nicolas Godin e Jean-Benoit Dunckel con la loro strumentazione teletrasportata direttamente dagli anni ’70 europei) sia straordinaria. Certo, se le due band sono accomunate dal basso suonato con il plettro e certa elettronica pionieristica e un po’ kraut che noi tutti abbiamo assimilato nella musica pop quando eravamo piccoli, qui le scale e le strutture dei pezzi si sente che provengono da ben altre culture, ma la questione non cambia di molto. E, se devo dirla tutta, mi sento molto più filo-anatolico che fighetto parigino.

E, se ho visto gli Air nel 2001 ai tempi del tour di 10000 Hz Legend, non avevo mai partecipato a un concerto degli Altin Gun e mi spiace di non aver presenziato alle precedenti occasioni, quando calcavano le scene nella formazione comprensiva di Merve Dasdemir, la voce femminile che ha contribuito al successo dei loro primi album e che consentiva una maggiore varietà di timbri espressivi.

Ma non per questo lo spettacolo è stato meno avvincente, a partire dalla cornice. Uno spazio esterno del Magnolia gremito di pubblico e dall’immancabile flavour di Autan preventivo e altri spray antizanzare, nonostante la serata ne fosse sorprendentemente sgombra. Uno zoccolo duro di fan che ha assediato gli Altin Gun sotto il palco e una fascia di spettatori nelle retrovie forse un po’ troppo distratta, intenta in continui pellegrinaggi andata e ritorno al bar a scapito di chi si trovava lì per la musica. Non sono mancati i soliti guastafeste che approfittavano dei passaggi più intimi e d’atmosfera dell’evento – e del conseguente calo di intensità acustica – per chiacchierare. E, infine, il consueto irrinunciabile sabba di telefoni puntati sui musicisti a peggiorare la visione, per non parlare del banchetto del merchandising con prezzi alle stelle, probabilmente in linea con il target locale.

La band è salita sul palco poco dopo le 21 nella formazione che, oltre a Yildiz e al suo inconfondibile strumentario che spazia dai baglama elettrificati ai sintetizzatori, si compone del bassista (fondatore del progetto) Jasper Verhulst, dell’impeccabile batterista Daniel Smienk, di Chris Bruining dietro a una montagna di percussioni e di Thijs Elzinga, con il suo stile inconfondibile di chitarra.

La setlist ha compreso la quasi completa esecuzione dell’ultimo album Garip, tre brani da On, il disco d’esordio del 2018, due dei quali suonati come bis, un paio di pezzi rispettivamente da Gece e da Ask, solo un brano da Yol, una canzone tratta da Alem (l’album uscito nel 2024 solo in versione digitale e i cui proventi sono stati offerti in beneficenza per le vittime del terremoto che ha colpito la Turchia e la Siria) e il singolo “Bir Sigara Ic Oglan”, non incluso in nessuno degli album.

Una scaletta ben assortita in cui gli elementi che contraddistinguono il sound degli Altin Gun – tradizione, funky, psichedelia, passaggi introspettivi, cavalcate di batteria e percussioni, soli e riff di baglama, virtuosismi di synth, intrusioni piacevolmente disturbanti ai limiti del noise di chitarra elettrica – si sono alternati con naturalezza.

Brani come “Neredesin Sen”, la trascinante “Vay Dunya”, “Ervah-i Ezelde” con il suo sette ottavi, impraticabile per gli occidentali come il sottoscritto ma un ritmo come un altro da ballare per gli spettatori turchi presenti, “Leyla”, pezzo inciso con la voce femminile che però, qui in versione maschile, non vede diminuire il suo fascino, fino al mio momento preferito, quella “Bir Nazar Eyledim”, la traccia che chiude Garip, tastiere, basso synth e poco altro, perfetta sintesi di melodie di pop anatolico su base Kraftwerk, suggellano i passaggi migliori. Una serata piacevolmente lunga, d’altronde il repertorio della band consente un’ampia varietà di scelta a cui attingere, e per nulla monocorde.

Non avevo mai partecipato a un concerto degli Altin Gun, dicevo prima, e la loro performance ha confermato tutte le mie aspettative. Esecuzioni senza sbavature, sia nei momenti in cui la riproduzione dei brani ha tracciato perfettamente le registrazioni in studio, sia nelle fasi in cui, pur nella fredda eleganza dello standing imposta dal loro stile, i musicisti si sono concessi all’entusiasmo del pubblico. Non sono mancati gli episodi in cui, tra gli spettatori, si è levata in coro la scansione ritmica delle sillabe del loro nome. “Al-tin-gun! Al-tin-gun!” (questa volta con un tempo pari), tante voci all’unisono che li hanno acclamati per il ritorno sul palco. Quasi uno slogan da corteo che con gli Air, tanto per fare un esempio, non funzionerebbe, anche se sono convinto che sarebbe il loro pubblico, per primo, a non spingersi a manifestazioni di tanto calore.

Quello degli Altin Gun è, invece, uno spettacolo di luci coloratissime, di suoni avvolgenti e di affettuosa risposta dei fan. Un live fitto di didascalie sonore fedeli all’immaginario, paradossalmente esotico e allo stesso tempo quasi dietro l’angolo, di luoghi e di epoche remote, oggi più definito ma fino a ieri unicamente a corredo delle illustrazioni stampate sulle copertine dei loro album, grazie anche alle quali non smetteremo mai di fantasticare sulla loro musica.

astor

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Il cinema teatro Astor è stato un vero e proprio tempio dello spettacolo della città in cui sono cresciuto fino a quando, ma già non abitavo più lì, qualcuno ha demolito l’intero edificio che lo conteneva per farci una specie di grande magazzino che, da allora, avrà già cambiato almeno cinque gestioni e – ma potrei sbagliarmi – ora è inutilizzato. Ben gli sta, agli artefici di questa operazione commerciale e, come tale, senza cuore. Perché il cinema teatro Astor è famoso per due motivi. Il primo, anzi il secondo se consideriamo l’importanza, è che ci ho suonato io, diverse volte. C’era qualcuno che combinava un’assemblea d’istituto di tutte le scuole superiori della mia città in primavera – un’iniziativa bellissima – da spendere per un concerto di band locali, pensate un po’, e poi altri festival e eventi di vario tipo. E, più che il palco, ero affascinato dai camerini e dalle quinte, il back end di una struttura costruita per ospitare spettacoli, il dedalo di corridoi e stanzette ricche di storie e di arte. Ma il secondo motivo, anzi il primo sempre se ne consideriamo l’importanza, è che ci ha suonato Peppino Di Capri a cavallo tra gli anni cinquanta e i primissimi sessanta e i miei genitori, ancora fidanzati o neo sposini, hanno assistito al concerto. Che tenerezza. Chissà che sensazioni hanno provato, se qualcosa di quell’amore, potenziato dalle canzoni di Peppino Di Capri, ha pervaso quel luogo e se qualcosa ne rimaneva ancora quando l’ho frequentato io e, di conseguenza, in qualche modo ho respirato la stessa aria dei loro palpiti.

Peppino Di Capri è mancato l’altro ieri, e proprio qualche giorno fa hanno trasmesso il film estivo per eccellenza, “Il sorpasso”, che comprende questa scena decisamente iconica. I clienti di uno stabilimento balneare – siamo nel 62 – che ballano “Don’t Play That Song”, avete presente?

basso profilo

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Il vero momento disruptive è stato quando, a pochi anni, mi sono sfracellato il naso inciampando e sbattendo la faccia sul gradino di una scala in metallo. Eravamo in campagna, a un’ora e svariati tornanti di distanza da un pronto soccorso decisamente inadeguato, e non saprei dirvi cos’è successo subito dopo. Se, cioè, un’ambulanza con me sdraiato dentro privo di sensi si sia precipitata giù da quei monti e poi, chi si è preso cura di me in un piccolo ospedale di provincia nel pomeriggio di un giorno di festa, non sia stato in grado di rimediare almeno parzialmente al danno (ma forse c’era poco da fare). Oppure se sussista una responsabilità oggettiva dei miei genitori che hanno sottovalutato l’incidente (ai tempi lo standard di attenzione verso i piccoli era molto meno rigoroso di oggi) e, non immaginando le conseguenze, hanno ritenuto sufficiente l’apposizione di un po’ di ghiaccio e bon. Ancora oggi tremo all’idea di conoscere la verità.

Fatto sta che, da lì fino a quando – almeno quindici anni dopo – mi sono sottoposto a un intervento (a onor del vero piuttosto grossolano, visto con gli occhi della più moderna chirurgia plastica) per ripristinare nel miglior modo possibile l’armonia del mio profilo, nelle occasioni in cui mi sono trovato a posare al cospetto di un fotografo per un ritratto ufficiale – per la produzione di documenti o in certe occasioni importanti riconducibili per lo più ai sacramenti della religione cattolica, un tempo si usava così – mi sono sentito spesso suggerire di ruotare la testa secondo una particolare angolazione e, grazie a un gioco d’ombra che solo i veri professionisti erano in grado di simulare, ne conseguiva un risultato ampiamente accettabile e un adeguato rispetto delle simmetrie considerate nei range della normalità.

Conservo una fototessera di allora, quella stampata per l’attestato d’identità dei quattordici anni, in cui, grazie all’escamotage del fotografo a cui mi ero rivolto, quella specie di tubero che mi ritrovo nel centro del volto tutto sommato è l’aspetto che dà meno nell’occhio. Quello che colpisce – se i calcoli sono come penso, stiamo parlando della primavera dell’81 – semmai è il look inconsapevolmente new wave. Nel ritratto in bianco e nero sfoggio ciuffo, camicia e gilet con bottoni nemmeno stessi posando per la copertina di un disco dei Simple Minds. E la cosa paradossale è che, in quel periodo, mi nutrivo (musicalmente parlando) prevalentemente di punk, ska e reggae. Probabilmente ero già portatore sano dei sintomi che di lì a poco sarebbero esplosi segnando per sempre i miei ascolti, ma purtroppo nessuno può confermarlo, io per primo.

Consapevole di ciò, ho digitalizzato e poi pubblicato quella foto sui social diversi anni dopo, ricavando immeritatamente un plauso sovradimensionato sullo stile in linea con l’estetica di quel tempo e molteplici attestazioni di coerenza con quanto sarei diventato. L’outfit e la pettinatura ostentati, piuttosto comuni all’epoca ma oggi indiscutibilmente indicativi di un orientamento più che esplicito, mi hanno permesso di capitalizzare numerosi apprezzamenti non solo dai contatti più generalisti ma anche da quelli – passatemi il termine – più di settore, trasmettendo un approccio molto più alternativo al mainstream di quanto lo praticassi nella realtà.

Il fatto è che la storia di questa fototessera si incrocia in modo decisamente rocambolesco con un’altra, il cui racconto necessita un analogo percorso a ritroso nel passato.

Faccio una premessa. Di tutta la musica che ho composto, prodotto, arrangiato, suonato, registrato, pubblicato e distribuito nella mia vita, da quello che mi risulta mia figlia conserva nei suoi download (che poi, mi chiedo, chissà da dove caspita l’avrà scaricato) solo una canzone. Un brano demenziale e presuntuoso di una band da cui, tra l’altro, avevo già preso le distanze al momento dell’incisione di quel pezzo. Vi assicuro che è meglio così, nel senso che preferisco che, delle cose che ho fatto da ragazzo, lei abbia solo una vaga percezione. Che possa dire che suo papà voleva fare il musicista, ma che poi non perda tempo a sprecare attenzione a nessuno dei progetti in cui ho prestato la mia collaborazione, questo perché sono convinto resterebbe colpita, ma in senso negativo. La verità è che, giustamente, non le interessa, o più probabilmente la cosa la mette in imbarazzo, e sono contento così. I genitori sono adulti asessuati e privi di qualsiasi velleità di autoaffermazione oltre la soglia dell’anonimato, chi sono io per abrogare questa legge non scritta.

Va tutto bene, quindi. Mia figlia conosce solo quella canzone un po’ sciocca e non potrebbe essere altrimenti: in rete ci sono tracce della mia carriera quasi nulle, principalmente perché di CD veri e propri, nel senso di pubblicati da un’etichetta vera e propria, ne ho fatto solo uno, e all’avvento degli mp3 e delle registrazioni casalinghe su hard disk, avevo già appeso i synth al chiodo. Quanto fatto in precedenza è rimasto meritatamente sommerso nell’underground dei demo tape, le cassette autoprodotte, autoregistrate e autodistribuite che le band – almeno fino ai primi anni 90 – si realizzavano in autonomia o finanziando studi in cui troneggiavano imponenti registratori a bobine o grazie ai primi multitraccia consumer a cassette (tipo quello che avevo io, il formidabile Tascam Porta One).

Quello di cui non mi capacito è perché non abbia mai conservato con cura almeno una copia dei demo tape che ho inciso. Perché non sia mai stato abbastanza lungimirante da prevedere che un giorno mi sarei trovato alle soglie dei sessant’anni e che avrei avuto piacere di riascoltare qualcosa della mia trascorsa attività di musicista. Nei primi anni duemila avevo addirittura riversato in un container dell’isola ecologica del mio paese uno scatolone pieno di cassette, consapevole che, tra quelle, ci fossero diverse testimonianze delle mie velleità artistiche. Forse pensavo, e credetemi, lo penso tutt’ora, che si trattasse di una componente della mia esistenza talmente irrisoria e marginale da meritare quel passaggio al macero senza alcuna discriminazione. Ma c’era anche un aspetto tecnico: con l’affermazione dei lettori mp3 portatili, walkman e cassette erano già più che obsolete, e tenersi in casa quei supporti ormai superati (e senza un dispositivo per riprodurle) non avrebbe avuto alcun senso.

Avrei salvato solo qualche sparuto episodio, uno in particolare, che in parte sono riuscito a recuperare un paio di anni fa, grazie a una mia ex fidanzata dell’epoca con cui sono rimasto in contatto su Facebook. Pieno di me, nel corso della nostra breve relazione le avevo registrato una compilation – mi vergogno pubblicamente con tutti voi per la presunzione esercitata – con delle tracce di alcuni complessi in cui avevo militato fino ad allora. Un goffo tentativo di self marketing che avevo completamente rimosso fino a quando, a seguito di un trasloco o di una sua ordinaria operazione di decluttering, mi ha inviato la foto di quel reperto che mi sono precipitato immediatamente a recuperare.

Di certo avrei invece volentieri condannato alla damnatio memoriae il collettivo musicale a cui ho partecipato a metà anni ottanta, nella fase più dark e industrial della mia vita, di cui ho già fatto cenno qui. Il progetto, il cui fondatore è purtroppo deceduto nel 1990 per complicazioni successive a un trapianto di reni, è stata la cosa più folle a cui abbia mai fornito il mio apporto artistico. Una decina di brani di matrice elettronica più che sperimentali, con l’aggravante della pessima registrazione (nonostante un professionale Fostex a otto piste), incisi poco più che improvvisando in una torrida estate di allora, tutti vestiti di nero, con i capelli puzzolenti di lacca da supermercato e spesso in condizioni tutt’altro che lucide.

Ora, non so come sia stato possibile, ma quarant’anni dopo una copia su cassetta del master (presumo a seguito di molteplici riproduzioni di riproduzioni) dell’unico album realizzato con quella formazione è capitata nelle mani del tenutario di Italian Tapes Archive, un canale YouTube che da qualche anno porta avanti la missione di digitalizzare e pubblicare materiale di band giustamente obliate per manifesta incapacità artistica. Almeno, parlo per me e ve lo posso garantire: la nostra, oltre a essere musica discutibile, per non dire di merda, era anche suonata male.

Siamo quasi alla fine della storia. L’Internet è il luogo in cui accade l’impossibile, soprattutto perché se ci sono folli che si rendono artefici su YouTube di progetti di quel tipo, ci sono anche folli più folli di tutti che decidono che, quella ciofeca di cassetta, ha una sua dignità artistica e che valga la pena di “ripulirla”. Processare le tracce per soffocare i ronzii analogici e i rumori di fondo, riversarla su un hard disk, masterizzare un CD e addirittura pubblicarlo, seppur in edizione (grazie almeno per questo) limitata. Questo tizio più folle dell’altro folle lo conosco piuttosto bene, lui conosce me, siamo in contatto sui social e, dovendo realizzare l’artwork per la copertina del CD, ha creato una composizione con le foto più evocative dei tempi in cui è stato realizzato dei musicisti che hanno partecipato al progetto. E, per quanto riguarda me, indovinate che foto ha utilizzato.

il riflusso e l’antiriflusso

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Questo post lo trovate sulla pagina FB di Christian Raimo.

“Nun te reggae” più di Rino Gaetano è del 1978 (dopo il sequestro Moro e prima della marcia dei 40mila), “Che fastidio!” di Ditonellapiaga nel 2026 (in una fase di stanca della seconda repubblica, all’inizio del populismo vannacciano).

Nel primo ci sono 34 elementi che provocano insofferenza: partiti, immunità parlamentare, canzoni senza fatti e soluzioni, retorica politica vuota (“nella misura in cui”, “partito serio”), titoli onorifici (onorevole, eccellenza, cavaliere, senatore), disonestà diffusa (ladri di polli ladri di stato), superpensioni, evasori legalizzati, il grasso ventre dei commendatori, famiglie Agnelli, Pirelli, Monti, auto blu, sangue blu, lusso ostentato (Cartier, Cardin, Gucci), castità, verginità, sposa in bianco, maschio forte, ministri puliti, buffoni di corte, stupratori, nobildonna, eminenza, monsignore, vossia, diete politicizzate, Cazzaniga, calciatori (Causio, Tardelli, Musiello, Antognoni, Zaccarelli), personaggi di sport vari (Gianni Brera, Bearzot, Monzon, Panatta, Rivera, D’Ambrosio, Lauda, Thoeni), di televisione e spettacolo (Costanzo, Bongiorno, Villaggio, Raffa, Guccini), lotteria, Portobello, illusioni di massa, chi gioca a dama, a sette e mezzo, stress, Freud, sess’, cess’, linguaggio e retorica vuota (“Mi sia consentito dire”, “Nella misura in cui”, “Aliena ad ogni compromesso”, “Cherie, mon amour”, “Dove sei tu / non m’ami più”).

Nel secondo sono 31 elementi: la moda di Milano, lo snob romano, il sogno americano, nasi alla francese in fotocopia, il pranzo salutare, il politico italiano, i cani alle dogane, arrivisti e giornalisti perbenisti, tronisti presentati come artisti, inno nazionale al piano bar, gli F24, lo spam, l’amico dell’amico senza invito che fa il figo, la vicina molesta, la retorica vuota e molesta, (“Facciamoci una foto”, “Che fai tu di lavoro?”, “Scambiamoci il numero”, “Abbassa quei bassi”, “Sei dell’Acquario? Ti facevo Sagittario”), festa come farsa, il corso di pilates, i corsi di meditazione e respirazione, Imparare a vivere con un tutorial, “Passa a premium, clicca qui”, cento cover Bossa nova, musica tribale, mancanza di controllo e possibilità di abuso (“Cosa mi hai messo nel bicchiere”, gusto amaro, testa che gira), non potersi controllare, telemarketing dall’India, Albania, Torino.

Entrambi i pezzi raccontano un pezzo di Italia che si rivede in un populismo che chiede autenticità contro un’ipocrisia imperante.

È interessante che nel pezzo di Gaetano questi elementi di ipocrisia vengono identificati nella politica formale – partiti, leader di partito -, nella corruzione e nel potere economico delle classi politiche fautrici di disuguaglianza, nelle tradizioni sociali e morali conservatrici, nel personalismo dello sport spettacolo, della politica spettacolo, nella retorica vuota che vorrebbe essere espressiva di sentimenti profondi.

Nel pezzo di Ditonellapiaga invece la politica istituzionale è quasi assente, il potere ipocrita viene identificato soprattutto con il lifestyle e l’esibizione di status, la retorica vuota non vuole più esprimere sentimenti profondi ma un’illusione di posizionamento, e l’insofferenza quotidiana non riguarda l’esperienza televisiva o spettacolare ma soprattutto l’invadenza del digitale e l’ideologia della wellness, più chiaro l’attacco femminista contro l’abuso determinato da perdita di controllo. Gaetano dice “stupratori” esplicitamente, Ditonellapiaga “cosa mi hai messo nel bicchiere”.

Per certi versi Non te raggae più scandisce la disaffezione alla retorica della militanza, Che fastidio! la disaffezione alla retorica della performatività.

giurato numero due

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Ho deciso solo all’ultimo se confermare o meno e onorare l’incarico che mi ha conferito il sindaco in persona. Si sono presentati in due, lui accompagnato dall’assessore alla cultura. Li ho visti confabulare con il mio dirigente e una collega, annuire simultaneamente verso di me – avevo qualcosa di elettronico in mano e lo stavo portando al posto in cui dovrebbe stare e nel quale nessuno, dopo averlo utilizzato, lo mette mai – e illuminarsi, prima che il preside mi intimasse di raggiungerli con un tono che fintamente concedeva alternative. La giunta stava allestendo una giuria per l’edizione di quest’anno del contest musicale dedicato ai ragazzi (ecco perché c’entra la scuola) che organizzano in concomitanza con la festa del paese, e chi meglio di una vecchia gloria dell’underground italiano, oggi penna di eccellenza di una nota rivista musicale?

Non a caso io, non corrispondendo affatto a questa descrizione con cui il preside mi ha venduto alla politica locale, non ho perso tempo a schermirmi e lasciare che la mia consueta umiltà inducesse il comitato organizzatore a desistere. Ma, complice l’urgenza di completare in tempo utile una commissione e non mandare in vacca settimane di sforzi e trattative, anche un maestro della primaria che fa ascoltare i Clash ai bambini anziché le canzoni dello zecchino d’oro che meriterebbero, che si è esibito per una manciata di minuti in piazza San Giovanni a Roma, un primo maggio di trent’anni fa, al cospetto di centinaia di migliaia di persone in attesa di ben altri set, esperienza di cui non esiste alcuna testimonianza in foto o video in grado di provarla, e che spreca giornate intere a scrivere recensioni per una webzine che nessuno si incula di pezza, avrebbe potuto funzionare.

Dicevo che ho deciso solo all’ultimo se presentarmi e onorare l’incarico e, manco a dirlo, mi sono presentato, e l’ho fatto per due motivi: non so dire di no soprattutto all’autorità, e fondamentalmente potrei chiuderla qui. Ma, ed è la verità, c’è anche una seconda ragione. Nella line up degli artisti in gara che avevo controllato quel pomeriggio stesso sul facsimile della scheda sulla quale avrei dovuto appuntare le mie valutazioni numeriche che mi era stata inviata in anteprima, spiccava – ultima della lista – una band che nel nome evocava un brano dei Cure. Gli altri, credetemi, non promettevano assolutamente nulla di buono. Neologismi altisonanti e pretenziosi, altri inutilmente didascalici, acronimi difficilmente espandibili, mix di inglese e italiano. Quell’ultima band in scaletta lasciava a intendere che un barlume di speranza che l’iniziativa non si dimostrasse una merda potesse anche accendersi e illuminare il buio totale che si prospettava.

Avrei voluto sfoggiare, per l’occasione, la t-shirt degli Idles che sto inseguendo da mesi su Vinted in quanto esaurita nello store ufficiale. Quella verde con la scritta in bianco “Be the I in Unify” e il disegno delle due mani che si stringono intorno allo stelo di un fiore. Il messaggio che avrei comunicato ai concorrenti, al pubblico e ai colleghi della giuria sarebbe stato quello più in linea con l’idea che ho di musica. Gli Idles sono il concept che più mi rappresenta al momento e non solo per la musica che propongono. Ma della maglietta nella mia taglia, nel dark web dell’abbigliamento usato, finora non c’è stata traccia. Così, alla fine, ho ripiegato con la solita camicia, l’unica che posso indossare senza ricordare un sacco vuoto, ora che sono dimagrito di venti kg.

Mi sono presentato al contest con i miei canonici trenta di minuti di anticipo per studiare la situa. Per il concerto era stato allestito un palco con un impianto e una strumentazione degni dei grandi festival che si organizzano nell’hinterland ma forse sovradimensionato per la piazza principale del paese, di fronte a quel complesso a due piani di case popolari fatiscenti che rendono lo spazio ancora più disturbante di quanto già potrebbe risultare senza. Alcune delle famiglie disfunzionali che abitano lì – e i cui figli frequentano il comprensivo in cui lavoro – erano già pronte ad assistere allo spettacolo anche se da dietro al palco, una postazione più che metaforica, in canotta e infradito, stravaccati sui dondoli ingialliti dal sole con fette di frutta tropicale in piatti di plastica inadeguati alla consistenza e alla dimensione del contenuto, o a cena conclusa, tirando calci con i loro bambini a palloni in gomma leggera, fumando, con un ammazzacaffè in mano oppure scolandosi birre ghiacciate da discount.

Dalla parte corretta da cui assistere allo spettacolo imminente, invece, c’era già un po’ di gente accomodata sulle panche in legno a gustare panini con la porchetta. Qualche paesano e i componenti dei complessi che avrebbero suonato a breve. Tutto questo mentre il service scaldava l’atmosfera con una selezione tutto sommato dignitosa, riprodotta a un volume prudenzialmente contenuto ma tale da suscitare la curiosità su quanto i gruppi in gara sarebbero stati capaci di fare, a partire da hit indie rock del calibro di “Somebody Told Me” dei Killers.

Ho atteso su una panchina un po’ defilata che si presentasse il resto dei giurati – tutti docenti appena usciti dagli scrutini come me, alcuni dei quali in pensione – e poi ho preso posto insieme a loro al tavolo proprio sotto il palco che ci era stato riservato. Il nome sulla cartellina che gli organizzatori mi avevano fornito non lasciava dubbi – ero proprio io – ma sulla scheda che poi avrei consegnato per tirare le somme, qualcuno mi aveva identificato anonimamente come giurato numero due, nemmeno mi trovassi in un film di Clint Eastwood.

La mattina del contest, raggiungendo la scuola in macchina, mi ero preparato un discorsetto qualora mi fosse stato chiesto di rilasciare al cospetto del pubblico una battuta, consapevole del fatto che mi avrebbe potuto ascoltare qualche genitore di qualche mio ex o attuale alunno e che, comunque, in paese godo di una certa stima per un motivo che non vi sto a raccontare. Ho pensato così a un intervento che esprimesse tutta la mia soddisfazione verso il fatto che tra i ragazzi ci fosse ancora voglia di fare le cose insieme, anziché starsene da soli in cameretta a registrare strofe in trap con un pc, un microfono e una scheda audio. Suonare in gruppo è decisamente più formativo perché ci costringe a farci da parte per ascoltare quello che eseguono gli altri, una bella anticamera di come dovremo comportarci di lì a poco nella vita adulta. Tutte balle, alle quali sono io il primo a non credere. Le band sono accozzaglie di egoriferite aspiranti rockstar maledette, pronte a mettersi in mostra a scapito degli altri e a fottere le fidanzate dei compagni di sala prove. Però, a quasi sessant’anni suonati, la narrazione che mi sono costruito più o meno la ricordo così.

Lasciatemi anche dire quanto mi sia stato difficile, nell’attesa, non usufruire della birra in omaggio che mi spettava, ma con una costanza che non mi appartiene ho superato ampiamente i nove mesi di astemia, primato che non voglio infrangere per una scadente e dozzinale Heineken sgasata e nemmeno media.

Ma veniamo alla musica. La scheda su cui avrei dovuto appuntare le mie valutazioni era composta a mo’ di tabella. Nella prima colonna i nomi dei gruppi e, via via, le categorie su cui esprimere i voti: un giudizio sulla voce, uno sugli arrangiamenti delle canzoni, uno sui testi, uno sull’interpretazione, e l’ultimo a discrezione della giuria, aspetto sul quale ci siamo accordati per concentrarci sull’impatto dell’insieme, su quanto la proposta potesse risultare coinvolgente e convincente.

Una serie di categorie che lasciava supporre i criteri fondamentali impiegati per la selezione dei concorrenti all’iscrizione al contest: brani originali (quindi no cover band), suonati dal vivo (quindi no basi) e cantati in italiano (quindi no pezzi in inglese e no strumentali).

Ma già l’attacco del primo gruppo, un ensemble arbitrariamente privo di basso e con un look da oratorio che ha proposto un medley di sigle di cartoni animati, mi ha indotto a temere il peggio. La seconda band in gara, un virile quartetto di metallari satanisti, mi ha quindi destabilizzato con il primo plot twist. I brani proposti sembravano di loro composizione (come poi mi è stato confermato al termine della serata), ma i testi erano in inglese e, pur con tutta la buona volontà e la mia comprehension ai limiti del C1, non ci ho capito niente. Poi si sono susseguite per lo più cover band, un improbabile duo di innamorati vestiti con una tenuta a dir poco inadeguata per un palcoscenico e che si è esibito con le basi da karaoke, e persino due ragazze che hanno proposto dei brani strumentali – un tango evocativo, i temi di alcune colonne sonore e una riduzione in stile Fausto Papetti della canzone vincitrice dell’ultimo festival di Sanremo – accompagnati da una coppia di ballerini sul palco. Dulcis in fundo, la band dal nome che rimandava al pezzo dei Cure, con i Cure proprio non aveva nulla da condividere. Ancora cover da tanto al mucchio, tutt’altro che new wave, per di più suonate con una tecnica approssimativa e con una cantante dall’entusiasmo sovradimensionato al contesto e con un’improbabile – ma solo per il target – inflessione latino americana.

Una proposta così eterogenea che ha reso superfluo qualunque approccio serio e sensato utilizzabile per assegnare i voti alle esibizioni. Che valutazione della voce avrei dovuto dare ai brani strumentali? E come giudicare la qualità dell’arrangiamento delle basi da karaoke scaricate chissà dove? E i testi in inglese? E “All The Small Things” o “The Final Countdown”, pur eseguite in maniera impeccabile?

Purtroppo l’assenza di alcool ha pure inibito quella componente cialtronesca che, assecondata dall’ebbrezza da birra in corpo, condiziona i comportamenti e sdrammatizza gli impasse esistenziali. Due medie rosse mi avrebbero permesso di trovare una soluzione e, sono sicuro, me la sarei cavata alla grande. L’acqua frizzante, invece, nonostante sia molto più virtuosa, sotto questo profilo non aiuta.

Mi sono persino abbattuto per il fatto che tra la musica dei sedicenti gruppi emergenti a cui ero stato appena sottoposto, tutta quanta, i brani originali, le cover, i pezzi strumentali e le canzonette da karaoke, non ci fosse nulla di moderno. Tutti i musicisti saliti sul palco erano davvero giovanissimi, ma nessuno che abbia suonato una canzone anche lontanamente post-punk, o indie-rock, nemmeno quell’indie orecchiabile che va di moda dalle nostre parti, e nemmeno quella trap di cui si accusano i giovani. Solo classic rock, heavy metal, pop e canzoni interpretate secondo l’estetica di X Factor e Amici. Questo per dire che, se anche avessi acquistato in tempo la t-shirt degli Idles, nessuno l’avrebbe capita.

Come se non bastasse, uno degli organizzatori – mentre si procedeva con l’operazione di conteggio dei voti e l’individuazione dei vincitori – si è avvicinato al tavolo con il microfono per strapparci qualche dichiarazione. Non so perché ma mi sono sentito in dovere di rompere il ghiaccio, avevo davvero un discorso pronto in testa e, con un curioso effetto di ritardo dalle casse, ho espresso proprio quello che avevo pensato di dire la mattina, in auto.

Volete sapere chi ha vinto? Sono risultati più votati proprio quelli di “The Final Countdown”, cantato e suonato come se al mio posto ci fosse stata Mara Maionchi o Fedez pronti a ghermirli nella loro squadra. Vi confesso di aver modificato i voti in extremis, prima di consegnarli agli organizzatori, in modo da favorire i metallari – e tenete conto che detesto il metal con tutte le mie forze da sempre. Purtroppo, però, le mie preferenze non sono valse a nulla, sommate a quelle degli altri giurati. Ci ho tenuto però a dirglielo, ai metallari, che tutto sommato sono stati i migliori, ma che non era certo quella la sede appropriata per premiarli.

Poco prima di rientrare, mentre il service stava già sbaraccando tutto per il temporale imminente, ci si è avvicinato un giovanotto alternativo per farci una domanda che ha colto tutti di sorpresa. “Perché avete fatto vincere una cover band?”, ci ha chiesto, con un tono dichiaratamente passivo aggressivo. Non so cosa gli abbiano risposto i miei colleghi giurati, perché nel frattempo mi ero allontanato, ma magari in parte è scritto qui.
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Kneecap – Fenian

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[questo articolo è uscito su Loudd.it]

La celebre chiusura di Pietro Calamandrei, il verso “ora e sempre resistenza”, quelle amare parole cadenzate da una metrica così perfetta da consacrarsi insostituibili per la riuscita dei cori all’unisono di certe manifestazioni di piazza, calza a pennello anche per chi deve raccontare chi sono i Fenian. Nel III secolo impavidi difensori dei territori irlandesi, nell’Ottocento carbonari cospiratori per il rovesciamento del dominio britannico, da allora paladini dell’indipendenza da Londra e dell’unificazione repubblicana tra Belfast e Dublino. Un termine i cui paradigmi, ai tempi dello svilimento della politica, sono stati riprofilati secondo una connotazione dispregiativa che ha declassato l’epiteto in modo da mettere alla berlina chi si batte, o anche solo spera, nell’autodeterminazione di un popolo unito e libero. Un insulto con cui liquidare un bifolco nostalgico, un persecutore stupidamente tenace (e per questo anche un illuso) di un’utopia.

Da qualche giorno Fenian è anche il titolo del secondo album dei Kneecap, band che ha fatto parlare di sé soprattutto per motivi che (sempre ai tempi dello svilimento della politica) all’opinione pubblica risultano purtroppo solo collaterali alla musica. I Kneecap accusati di terrorismo per aver sventolato sul palco la bandiera di Hezbollah sono un’espressione di internazionalismo sano che, paradossalmente, proviene da una comunità che parla una lingua – il gaelico – che capiscono in quattro gatti. Io un po’ l’ho presa sul personale, considerato che da noi fanno polemica persino i colori della Palestina ai cortei e che, per trovare qualcosa di vagamente simile, dobbiamo tirare in ballo la questione della P38.

Alla fine, però, è un cerchio che si chiude, se pensate che Fenian è uscito a ridosso della ricorrenza dell’Easter Rising, i moti insurrezionali del 1916 a opera dei repubblicani irlandesi, poi soffocati nel sangue dall’Impero Britannico. Un lasso di tempo che coincide con la nostra vera settimana santa, quella che va dal 25 aprile al primo maggio, giornate per noi dense di storia laica, di volontà di liberazione, di aspirazioni democratiche e di tiranni giustamente vilipesi anche da cadaveri.

Fenian è il seguito di un esordio sofferto ma fortunato che si preannuncia molto più di una conferma. Da un punto di vista strettamente musicale, il lavoro dietro le quinte di Dan Carey, con il suo tocco da Re Mida (anche se da quelle parti, con i riferimenti alla monarchia, bisogna andarci piano) della nuova British (e Irish) Invasion, conferisce al suono dei Kneecap una personalità più matura e articolata, a tratti addirittura gradevole e piacevolmente complessa, con trovate che mettono in salvo la band dalle cadute, sempre dietro l’angolo, nelle facilonerie tipiche del genere professato.

Il nuovo album è invece intelligentemente confezionato e permeato di tinte electro decisamente cupe, contaminazioni con il trip-hop, incursioni nella techno, nei suoni acid degli anni novanta e nel grime. Tra i solchi della tracklist troviamo persino l’immancabile punk-funk, qualche ammiccamento jungle, i flow senza speranza sulle timbriche più industrial e quella cornice da rave che non guasta mai e che si conferma un tratto distintivo della band.

Un’evoluzione che condiziona fortemente anche la componente erroneamente relegata ai margini della musica in sé e intorno alla quale si animano le discussioni fortunatamente destinate a una sterilità senza ritorno. Realizzato a valle della cancellazione del tour negli USA, delle critiche sulle loro posizioni da parte dell’establishment britannico, del primo ministro in persona e della premiazione della biopic a loro dedicata in alcune rassegne cinematografiche, a partire dal Sundance e dal BAFTA, Fenian non solo si compone degli spunti frutto dell’intensa attenzione mediatica nei confronti del gruppo, ma trasmette sia la potenza che si è alimentata grazie alle vicende di cui si sono resi protagonisti sia la capacità di controllo delle conseguenze che i messaggi contenuti nelle canzoni sono in grado di sprigionare.

Un disco di elevata consapevolezza, in cui al centro pulsa un cuore al tempo stesso musicale, militante e politico, articolato e declinato in una dozzina di tracce e di altrettanti temi. Un’opera tutt’altro che neutra, dal peso storico e politico enorme che – nel solco della tradizione del rap – riqualifica in orgoglio gli orpelli di una condizione di minoranza, di oppressione e di spirito di rivalsa e di riappropriazione, e ve lo sottoscrive un esponente di una cultura che di aspirazioni underdog – purtroppo – è cintura nera (in tutti i sensi).

La sequenza dei brani di Fenian e il climax lungo il quale l’album si sviluppa contribuiscono a una pagina da manuale di produzione musicale, una best practice, una vera eccellenza nel saper giocare con le emozioni degli ascoltatori. C’è una prima parte del disco in cui si avvicendano i brani più violenti e provocatori, i testi beffardi, gli anatemi rap contro il sistema, l’ordine precostituito e i suoi meccanismi repressivi e, ovviamente, le istituzioni del Regno Unito. Nei bassi profondi, nei pattern trap come revamping attualizzata del big beat, nei sinuosi loop electro-dark degni dei più riusciti album di Tricky e nelle pulsazioni delle casse dritte si passa dai club alle aule del tribunale, uno spettacolo multicanale senza soluzione di continuità, con la rabbia e il clamore che si alimentano dell’energia creativa. In questo emisfero del disco, “Palestine” aspira a farsi portavoce del trait d’union tra le oppressioni e le disperazioni nello spazio e nel tempo. Il featuring del rapper palestinese Fawzi contribuisce a uno degli episodi più intensi e diretti dell’opera, complice la babele tra irlandese, inglese e arabo che mette in relazione i colonialismi irrisolti attraverso secoli di tragedie globali.

Sono trascorsi solo sei brani, compresa la title-track, ed ecco una canzone che cambia completamente il corso di Fenian. Dalla strepitosa “Big Bad Mo” in poi, i BPM non fanno una piega ma i toni si prospettano decisamente più allarmanti. Nonostante la paranoia, i richiami alle dipendenze e la dichiarata fame di diserzione, emergono crepe emotive che rendono l’opera meno intransigente, proprio quando tra i solchi cresce la smania di sperimentazione. La tensione sembra spostare il target e la pressione percepita non lascia più scampo. L’atmosfera si satura della drum’n’bass di “Headcase”, della disco no-wave di “An Ra” e di “Gael Phonics”, dei freddi echi Kraftwerk di “Cold at The Top” in contrasto con i gravidi arrangiamenti trip-hop di “Occupied 6” e di “Cocaine Hill”, in cui fa capolino addirittura una chitarra elettrica. Fino alla sofferta chiusura, l’addio di “Irish Goodbye”, un inno al lutto e alla perdita in collaborazione con Kae Tempest (pienamente all’altezza del ruolo), in cui, senza provocazione, si mostra il lato più vulnerabile e scoperto di Mo Chara, Moglaí Bap e DJ Provai.

In Fenian non c’è una briciola in meno di attivismo rispetto al precedente Fine Art, e non sono certo i passaggi derivanti dall’esperienza personale a penalizzarne la carica sovversiva. L’evoluzione compositiva e i tratti più maturi designano i Kneecap a portavoce più autorevoli degli oppressi del nostro tempo, anche se è ancora presto per avere la prova di rimando che ne siano effettivamente all’altezza. Ne risulta un’opera comunque dal linguaggio potente, un album di urgente attualità.

Miss Grit – Under My Umbrella

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[questo articolo è uscito su Loudd.it]

Nell’episodio precedente, Miss Grit si destreggiava rassegnata con un cablaggio strutturato in bocca sulla foto in copertina, appropriata iconografia (fin troppo didascalica) per un disco che ci invitava a una riflessione sull’idea di fusione tra componenti biologiche e cibernetiche, un monito a connettersi e a seguirla in quella prima coraggiosa avventura musicale.

Oggi, in un mondo sempre più alle soglie di un immaginario degno del fondatore della Tyrell Corporation, l’approccio dell’electro-cantautrice (almeno sulla carta) risulta in controtendenza. Meno replicante e più essere vivente, il suo slancio a farsi carico di un riparo metaforico per le nostre anime con un suo altrettanto simbolico parapioggia sembrerebbe frutto di carne, ossa e sentimenti. Ma se il nuovo album di Miss Grit, Under My Umbrella, nasce per liberare la parte più umana del suo progetto, più vicina a Margaret Sohn che al suo grintoso moniker, sotto il profilo stilistico il bilanciamento pende anche a questo giro ancora verso il silicio e altri materiali consoni ai semiconduttori.

Sin dai tempi del suo esordio, Miss Grit si è sempre dimostrata una impavida sperimentatrice musicale a proprio agio sia con la chitarra, sia con i synth, grazie a un estro equidistante tra il fisico e il digitale. Un vero e proprio architetto del suono, capace di modellare convincenti paesaggi avveniristici intorno a stampi forgiati su una trasparente ricerca introspettiva. La prova provata che l’arte visiva a cui tendiamo maggiormente ad associare la musica di matrice elettronica sia la scultura. Sarà la sua portata immersiva e densamente stratificata che, molto più che gli strumenti a corde, i distorsori e i tamburi pestati come meritano, si intensifica trasmettendo maggiore tridimensionalità.

Il che può sembrare un paradosso. La sintesi sonora è per definizione lineare o, al massimo, superficiale, termine che si presta a facili fraintendimenti. In realtà, quando ci liberiamo dei pregiudizi, è facile rintracciare tra i solchi dei dischi riconducibili a questo genere un valore esperienziale che non ha eguali, soprattutto in uno stile come quello di Miss Grit. Una musica che scaturisce da vibrazioni familiari e immediatamente riconoscibili, onde che si perpetuano fino ad avvolgere il pubblico in un appagante abbraccio a cui risulta impossibile opporre resistenza. A questo si aggiunge il carattere impalpabile del timbro della cantautrice statunitense, evanescente anche negli sforzi più decisi, così fragile e votato al dream pop da dare l’impressione di infrangersi nel giro di qualche beat sulle ritmiche implacabili delle sue composizioni.

Da una parte, il raffinato orientamento al versante oscuro del trip hop di cui è permeato rende Under My Umbrella un’opera ampiamente riuscita. Tracce come “Stranger”, “Won’t Count On You” e la sontuosa “Overflow” colpiscono per il perfetto abbinamento tra la componente vocale e gli arrangiamenti a corredo e ci rimandano – tra loop, ammiccamenti breakbeat e sezioni di archi – ai fasti dei migliori esponenti della musica elettronica a supporto di anime femminili.

Dall’altra, canzoni come “Tourist Mind”, “Mind Disaster”, “You Will Change” e “It Feels Like” risuonano della consapevolezza e della credibilità della techno e dei suoi derivati. Brani in cui alla melodia non è concesso di lasciarsi travolgere dalla tentazione della velocità ma a cui è affidato il compito di mantenere il controllo completo sul temperamento emotivo. L’effetto voluto (e riuscito) è quello di condurre l’ascoltatore in bilico tra due velocità in contrapposizione, per una tensione che lascia senza fiato.

Al contrario, in “Where Is My Head” e soprattutto nella splendida “Waste Me”, il disco vira verso atmosfere più indie-rock, a conferma della interoperabilità dell’approccio artistico di Miss Grit. Due tracce da cui traspare la necessità di dare corpo all’energia dei concerti live e alle dinamiche con le persone sotto il palco. Uno degli aspetti fondanti di Under My Umbrella, quello di non trattenere all’eccesso l’immediatezza dell’ispirazione e di non imbrigliare proprio tutto tra le algide griglie di un sequencer.

Il ritorno di Miss Grit evidenzia ulteriormente il talento di un’artista la cui urgenza di lasciare il segno attraverso la propria voce non va a scapito della qualità e della genuinità compositiva. Il risultato è un disco in cui si percepisce una forte corrispondenza con la sua autrice, un’opera da vivere come uno specchio fedele di rara autenticità.

Robber Robber – Two Wheels Move the Soul

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[questo articolo è uscito su Loudd.it]

Usare un incendio come metafora di emancipazione è un po’ come giocare con il fuoco. Ma se ci sono fiamme che divampano tra i solchi di Two Wheels Move the Soul, il secondo album dei Robber Robber, il focolaio da circoscrivere è quello che ha inghiottito il complesso residenziale in cui era ubicata l’abitazione di Nina Cates (voce e chitarra) e del compagno di vita e di band Zack James, batterista, ai tempi in cui il nuovo disco si trovava ancora in fase embrionale.

Ironia della sorte, il loro appartamento è risultato l’unico sopravvissuto al rogo ma, circondato dalle macerie, non è stato risparmiato dalla conseguente demolizione propedeutica alla bonifica dell’area. Se la storia del rock si alimenta da sempre con il fascino della combustione degli ambienti domestici e urbani, pensate solo ai versi piromani dei Talking Heads o, per restare dalle nostre parti, alla scala delle priorità di evacuazione in caso di pericolo secondo Massimo Ranieri, ben altra cosa è trovarsi senza un tetto nel bel mezzo di una carriera artistica. Ospiti di risulta su divani di amici e conoscenti, e inquilini involontari di alloggi improvvisati, i due membri dei Robber Robber hanno capitalizzato loro malgrado l’esperienza di perdita e di conseguente precarietà per dare forma alle idee del nuovo album. Una manciata di canzoni incandescenti e sature di tensione in grado di fare terra bruciata di qualunque ascoltatore refrattario nei paraggi.

La band di Burlington, Vermont, completata da Will Krulak alla chitarra e Carney Hemler al basso, aveva già fatto parlare di sé all’uscita di Wild Guess, l’album di esordio pubblicato nel 2024, grazie alla loro rivisitazione noise e destrutturante del post-punk. Scottati dall’esperienza che ha sconvolto la loro quotidianità, l’urgenza di tornare nella condizione di normalità necessaria ha conferito alle nuove composizioni un’identità ancora più definita e fuori dai cliché del genere. Two Wheels Move the Soul si caratterizza infatti per le ritmiche più aggressive e per l’estrema ruvidezza nei suoni, veri e propri riflessi del senso di instabilità pervasiva ora assurta a forza pulsante dell’ispirazione artistica, come se l’album in fieri costituisse il rifugio più affidabile per i quattro in grado di garantire sicurezza.

Vi risulterà ovvio individuare l’innesco della portata esplosiva del disco in “The Sound It Made”, la traccia iniziale che tra generose distorsioni e frenetico ritmo drum’n’bass trasmette perfettamente l’idea di panico e di fuggi fuggi generale nel corso di una catastrofe. Una frenesia accompagnata da un caos di lapilli roventi in cui stona – in tutti i sensi – la fredda solidità del basso, unico strumento a prendersi la responsabilità di gestire la procedura necessaria a mettere tutti in salvo. Una miscela che si ravviva più avanti con “Watch For Infection”, con altrettanto impeto.

La componente più corposa di Two Wheels Move the Soul è costituita però da brani incisivi a cavallo tra psych-stoner e post-grunge, apparentemente più pervasi da un’estetica hip hop e big beat che punk, come “New Year’s Eve”, “Pieces” e “Bullseye”. Sonorità confermate nella coppia di tracce che anticipano la chiusura del disco, “Enough” e “Again”, ma decisamente più chitarristiche e vocali e, per questo, riconducibili all’indie-rock. I momenti più trattenuti del disco, ma non per questo meno graffianti (mi riferisco a “Imprint” e “It’s Perfect Out Here In The Sun”) sono egregiamente compensati dalle trascinanti “Avalanche Sound Effect” e “Talkback”, rumorosissimi cameo post-punk costruiti su veloci pattern ritmici.

Oltre l’incisivo amalgama tra sezione ritmica e chitarre, il principale fattore esclusivo di Two Wheels Move the Soul, l’aspetto che conferisce maggiore originalità alla band, è il deciso timbro di Nina Cates, l’intenzione con cui la sua voce solista si sovrappone agli arrangiamenti e alle violenze armoniche di sottofondo. Il suo incedere è distaccato e impassibile sia nelle arie più rarefatte sia nelle sortite monocordi in bilico tra una melodia e la lettura di un testo, in formidabile contrapposizione con i confusi crescendo di sottofondo, vero tratto distintivo della band e di questo loro secondo lavoro. Un album che si presenta non tanto come una conferma quanto come un ritorno nettamente più convincente, un’opera contraddistinta da una maturità compositiva e una capacità di ricerca che non va assolutamente a scapito della spontaneità delle origini.

Se i Robber Robber sono ancora sulle tracce di un domicilio provvisorio, è fuori dubbio che Two Wheels Move the Soul trasmetta una stabilità senza confronti e l’anima di una band in grado di mettere a fuoco, in modo personalissimo, uno stile sempre più praticato. Spero che la scintilla con questo disco scocchi anche per voi.

Metric – Romanticize The Dive

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Sono anni che l’algoritmo della nostalgia domina trend e contenuti con l’obiettivo (forse poco nobile ma indubbiamente profittevole) di monetizzare in ogni modo i nostri ricordi. Un approccio così pervasivo e inquietantemente all’ordine del giorno da indurre persino una band come i Metric a farlo proprio, nell’ottica di un ripristino di certe dinamiche compositive riconducibili ai loro esordi. Ritrovare se stessi ancora prima di fare breccia sul pubblico, a dimostrazione che presente e passato (futuro non pervenuto, ma la band è in buona compagnia) possono scambiarsi l’ordine di apparizione.

Eravamo davvero così diciassette anni fa, mentre Emily Haines cantava “Help I’m Alive”? E il salto che ci separa da allora è sufficientemente equidistante dagli anni ottanta? E ancora, c’è un punto di inizio di questo loop, un frame a partire dal quale, prima o poi, potrà essere scardinato, o lo si fa fatica a individuare proprio come passiamo ore a scorrere i polpastrelli sul nastro adesivo per rintracciare l’attacco del rotolo dall’ultima volta in cui l’abbiamo utilizzato?

Romanticize The Dive, decimo lavoro della band di Toronto, spunta a sorpresa come se nel frattempo non fosse accaduto nulla, come se il grado di contaminazione dell’atmosfera musicale oggi non fosse così denso di hyperpop. Come se nessuno avesse mai portato all’estremo l’estetica electro-indie gonfiandola con suoni oggi così familiari da convincerci che già decenni fa tutti padroneggiassero i sintetizzatori con destrezza e lungimiranza. Una manciata di canzoni così spontaneamente accondiscendenti e prive di alcun attrito da spingere l’ascoltatore a scrollarsele di dosso con tanta apparente immediatezza nonostante poi, esaurita l’ultima traccia, il segno resti eccome. Perché Romanticize The Dive è un album tutto in discesa, un disco fondamentale se avete perso di mira il senso della musica come rimedio antidepressivo.

Nella tracklist non c’è nulla fuori posto, e anche all’interno di ogni traccia anticipare l’accordo che segue il precedente risulta un gioco alla portata persino di chi non mastica alcuna dimestichezza con i fondamenti di armonia. Le prime parole pronunciate, è il primo verso di “Victim Of Luck”, suggeriscono il tema portante dell’opera. “Let me take you back”, ci esorta Emily Haines, e in questo viaggio a ritroso andata e ritorno (a voi la scelta dell’ordine di partenza) la storia e la gloria dei Metric subiscono una rivisitazione punto per punto.

“Wild Rut” e “Time is a Bomb” sono due facce della stessa medaglia, una coppia di composizioni dall’indole differente – piano e archi nella prima fanno da contraltare alle chitarre graffianti e alle tastiere abrasive della seconda – ma entrambe ascrivibili alla famiglia delle canzoni sulle quali si può agevolmente cantare il ritornello di “Enjoy The Silence”, lungo una confortevole progressione sicura (e un po’ scontata) che percepirete anche altrove.

Il sequencer infinito di “Crush Forever” porta a maggior ragionevolezza l’incedere dei brani rallentando, normalizzando e mettendo a regime l’ispirazione dance del disco. Un brano anticamera di “Tremolo”, il cui riff di chitarra sono certo che, come a me, vi indurrà a liberare tutto il potere dell’AI per rintracciare, con maggiore determinatezza, la citazione richiamata, prima di farvi illuminare dalla canzone degli Interpol a cui allude.

Con perfetta simmetria, la seguente e poco più che irrilevante “Moral Compass” ha però il merito di fornire una decisiva svolta all’album. “As If You Were Here” si lascia consumare per quello che è, una veloce ballad dichiaratamente catchy dalle vocazioni dream pop, allo stesso modo in cui le velleità new wave di “Loyal”, “Antigravity” e “Clouds to Break” sono più che evidenti. Non a caso è proprio in questo frangente in cui l’album dà il meglio di sé e i Metric riescono a esprimere al massimo le loro potenzialità. Fino all’esplosione finale, “Leave You On A High”, brano in cui l’ispirazione della loro hit di maggiore successo si percepisce con maggior chiarezza.

Romanticize The Dive trasmette ottimamente l’intenzione di celebrare in un album (tutto sommato onesto) una non fortunatissima carriera artistica (ci troviamo al cospetto di una band che avrebbe meritato molto più successo internazionale) e, di conseguenza, l’intenzione di mettere il punto e andare a capo. I Metric confermano la grinta e il valore che ha permesso loro di raggiungere quota dieci album pubblicati. Sarà l’undicesimo, finalmente, il disco della consacrazione?

Shabaka – Of The Earth

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Il jazz è la musica dei cani sciolti. Gente che si trova e si lascia senza prendersela troppo (nonostante siano i figli a pagarne le conseguenze) perché nel jazz l’ensemble vive solo nella performance, e la performance si esaurisce giusto il tempo dell’esecuzione.

Per le jam session non servono sale prove, in uno stile che nasce come compimento di individualità complesse e delle loro espressioni attraverso linguaggi impossibili, musicisti che ostentano tecniche mostruose, alimentate da anabolizzanti e aumentate in massa lungo anni di sollevamento dello strumento, rigorosamente in solitudine e spesso di fronte allo specchio. Tutti collaborano con tutti ma poi tornano a coltivare il proprio ego. Per questo non si dovrebbe giudicare un jazzista con gli occhi del rock, quel non luogo in cui (al contrario) la band spesso fa quadrato finché morte non li separi per portare a termine la missione assegnata da qualche entità soprannaturale.

E per lo stesso motivo non ha senso affezionarsi ai jazzisti che suonano insieme, anche se lo fanno per periodi più lunghi del normale e restituiscono esperienze senza precedenti. Lo spirito di provvisorietà dei millemila straordinari progetti a cui Shabaka Hutchings ha lavorato (ricordo, tra tutti, i miei preferiti: Sons of Kemet, The Comet Is Coming e soprattutto i Melt Yourself Down) non è mai stato smentito da nessuno, a dimostrazione del fatto che l’egotismo di chi lo pratica è, da sempre, il tassello debole dell’esperienza jazzistica. Certe sparate, poi, a partire da quella di farla finita col sax per un presunto senso di raggiungimento del massimo potenziale (in musica? Nel jazz? Ma a chi la vuole raccontare? Ma Shabaka ci è o ci fa?) è sempre meglio prenderle con le pinze.

Alla fine, di sax e di Shabaka (per questa volta senza cognome) ce n’è tutto sommato a sufficienza, in Of The Earth. In un disco in cui il costruttivo confronto con altri strumentisti e registi dovrebbe risultare ampiamente superato (l’artista londinese ha composto, eseguito, prodotto e mixato la totalità del progetto, parti di spoken word incluse) il suono e la sua resa, una traccia dopo l’altra, si profilano come protagonisti assoluti dell’opera.

Of The Earth è un album che si snoda lungo canoni e contrappunti secondo sezioni che si susseguono, si inseguono, si rincorrono e si stratificano giocando ai loop della musica elettronica, del trip hop e, in alcuni casi, persino del breakbeat. Strumenti e non-strumenti (sono solo io a sentire il sample delle percussioni della sigla dei Flintstones con un pitch ridotto in “Go Astray”?) che marcano il territorio della loro presenza, per poi dissolversi in qualcosa di intangibile secondo schemi di controllo portati a compimento nella loro completezza oppure repentinamente abbandonati sul ciglio della composizione per sfinimento, o a causa della palese inferiorità prestazionale, nel giro di una manciata di battute.

L’elettronica, ora analogica ora digitale, duetta incessantemente con ogni diavoleria a fiato (quanti tipi di flauto esistono in natura?) di cui Shabaka si conferma sacerdote supremo e master del più alto livello. Sequenze ripetute e quindi interrotte, in grado di restituire tutte le aspettative di tensione che la quasi totale e ingiustificata assenza delle componenti che ci hanno raccontato da sempre essere insostituibili nel jazz (basso e batteria) ci indurrebbe alla resa incondizionata a farne a meno.

Armonie e costrutti melodici avviluppati in prolisse trame modali tutte da incalzare, registrare e decifrare che, in più di un caso, soffocano sul più bello senza l’ombra di una qualsiasi cadenza in grado di pronosticarne la fine del ciclo di vita. Pattern frutto dell’ormai consolidato dualismo tra opposti quali la visceralità ancestrale delle roventi vibrazioni dell’ancia e l’algida sperimentazione digitale a tavolino, paradigmi di una ricerca costante della densità espressiva in tracce dalla durata spesso radiofonica ma che, paradossalmente, si trascinano in quanto prosieguo l’una dell’altra.

La carenza di strumentazione tradizionale rende persino provocatoriamente confortevoli (complice l’involontaria indulgenza dell’ascoltatore scaturita dall’effetto sorpresa) certi sconfinamenti nell’abstract jazz e persino nell’ambient (in alcuni episodi il rischio new age è fortissimo e vicinissimo, ma fate come me: fate finta di niente, basta un piccolo sforzo per voltarsi dall’altra parte e non riconoscerne i tratti salienti), ma nell’insieme l’autorevolezza del jazz militante non si perde di vista se non per qualche trascurabilissimo passaggio.

Of The Earth colpisce quindi per la sua omogeneità, a tratti un po’ di maniera, e per la sua fluidità riflesso di una certa dimestichezza di fondo con la materia trattata, che talvolta sconfina nella liquidità della resa sonora. Ne deriva un’opera ai limiti della suite, un ridondante autoritratto più che un appassionato monologo, uno sforzo che risente di tutti i limiti dell’assenza di contraddittorio ma con il valore aggiunto di una ispirazione che non teme confronti.