Angine de Poitrine – Vol. II

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[questo articolo ĆØ disponibile sul Loudd.it]

No, tranquilli, se vedete il mondo a pois non ĆØ a causa di un disturbo alla vista o perchĆ© il display del vostro smartphone si ĆØ macchiato o perchĆ© il PC si ĆØ freezato durante la visione in streaming deĀ La carica dei 101. L’esibizione pubblicata sul canale YouTube dell’emittente statunitense KEXP ha reso incontrollabilmente virale il bizzarro duo Angine De Poitrine (non c’è nessun appassionato di musica, me compreso, che non abbia condiviso qualche frammento del tormentone del momento sui social) ed ĆØ facile prevedere cosa accadrĆ  ora che ĆØ uscitoĀ Vol. II, il loro secondo album.

Certo, dal successo che la microband canadese sta riscuotendo ci sono due lezioni che dobbiamo imparare. La prima ĆØ che non siamo proprio in quattro gatti ad ascoltare la KEXP, e che quindi il mondo non ĆØ poi cosƬ brutto come lo si dipinge. Discorso che vale sia per i programmi radiofonici sia per i live nei loro studi, un format che (come i concerti Tiny Desk della NPR) su YouTube funziona benissimo e che noi, dal paese in cui della musica non importa un fico secco a nessuno, invidiamo moltissimo, soprattutto nella versione Trans Musicales, i live registrati a Rennes e dedicati ad artisti emergenti non anglofoni in cui l’Italia (anche se non ce lo meritiamo) quest’anno ĆØ stata superbamente rappresentata da La Nina e Gaia Banfi, per dire.

La seconda è che certe cose da nerd come il math rock e il prog strumentale non sono più generi che ascoltano solo gli sfigati, una voce infondata che circolava quando frequentavo le superiori.

Certo, a bucare la rete potrebbe essere stata più la scelta di costume che accompagna la musica degli Angine De Poitrine. Come avrete avuto modo di accertare di persona, il loro look da concerto non passa inosservato, e l’idea di indossare vistose e inquietanti maschere calate sulla testa a sovrastare abiti di scena ispirati all’estetica dadaista, per non parlare della scenografia allestita sui loro set sul palco, si ĆØ confermata vincente. Ma, una volta premuto play sull’ennesimo repost e lasciato partire l’audio, i contenuti si sono rivelati di sicuro interesse anche a chi non mastica proprio tutti i giorni la musica microtonale.

Per le informazioni di contesto quindi vi lascio ai numerosi articoli dei siti generalisti attirati – per ovvie ragioni di clic, tanto quanto la band in sĆ© – dal fattore folcloristico.

Gli aspetti musicali sono molto più affascinanti, a partire dalla formula del duo. A suonare infatti ci sono solo Klek de Poitrine alla batteria e Khn de Poitrine alla chitarra microtonale e basso, ma se sentite una formazione completa sotto (e se li osservate sul palco) ĆØ principalmente grazie alla loop station manovrata a piedi durante l’esecuzione, una diavoleria utile a creare i numerosi strati armonici che si sovrappongono, una tecnica complessissima da impiegare dal vivo e che impone precisione esecutiva e preparazione fuori dal comune.

I brani degli Angine De Poitrine sono quasi esclusivamente strumentali, fatta eccezione per qualche verso emesso in una lingua inventata ma non per questo poco evocativa. I tempi delle canzoni sono quasi sempre dispari, un vero clichĆ© della musica astrusa e cervellotica, ma la novitĆ  ĆØ che, eseguita in modo cosƬ fluido ai limiti del danzereccio, l’effetto sembra maledettamente naturale. Un vezzo che, con il valore aggiunto dell’impiego di strumenti a corde in grado di consentire intervalli inferiori al semitono, conferisce alle composizioni vaghe reminiscenze mediorientali o, comunque, non propriamente assestate sui canoni armonici occidentali.

I titoli e le considerazioni sulle canzoni, per un’opera di questo tipo, possono essere considerati meno che riferimenti superflui. Vi rimando all’ascolto (a dir poco esilarante) dei poco più di trenta minuti in cui si propagano (in ordine di tracklist) ā€œFabienkā€, ā€œMata Zyklekā€, ā€œSarniezzā€, ā€œUtzpā€, ā€œYor Zaradā€ e ā€œAngorā€.

Nonostante le premesse e i pregiudizi intorno al genere praticato, la riproduzione dei brani non annoia mai e non c’è composizione che non comprenda almeno un colpo di scena in grado di incuriosire e rivitalizzare l’ascolto. Il fatto che il progetto dietro alla musica in sĆ© sia un dettaglio, nato per dotare la band di una connotazione fisica e riconoscibile e non per finalitĆ  meramente digitali e social (la genesi del loro concept ĆØ di tutto rispetto), anzi nel momento in cui i social hanno capovolto l’ordine di importanza delle componenti, depone inoltre a loro favore e consegna gli Angine De Poitrine alla storia. Un giorno li troveremo nello stesso capitolo dei gruppiĀ da film di fantascienzaĀ – ma portatori di contenuti – che li hanno preceduti, a partire da Devo, Rockets e Daft Punk.

Due volumi di canzoni sono giĆ  disponibili all’ascolto, vedremo quantiĀ la band ne pubblicherĆ Ā ancora e quale formula gli Angine De Poitrine adotteranno per non lasciarsi smascherare a breve giro e subire un declassamento a ennesimo fenomeno liquido usa e getta.

più o meno

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Durante l’ora in laboratorio di arte Elif, la mia alunna di origini turche, si consultava con Fatma, la compagna di banco di origini senegalesi – entrambe sono musulmane – sul motivo per cui appeso al muro ci fosse il segno del più. “Maestro, quello ĆØ un più,Ā  vero?”, Elif cosƬ si ĆØ rivolta a me, accorgendosi che le stavo ascoltando, indicandomi il crocifisso. La cosa mi ha inorgoglito perchĆ© insegno matematica e ricondurre alle astrazioni simboliche quello che facciamo, oltre alle figure piane dei segnali stradali che ĆØ un collegamento alla portata di tutti, non solo denota uno spiccato interesse della materia ma piuttosto ne trasmette la pervasivitĆ  nelle esperienze quotidiane e in tutto ciò che ci circonda. Non ho fatto in tempo a rispondere perchĆ© Fatma l’ha immediatamente redarguita. “Ma non vedi che quello che ci ĆØ appeso sopra ĆØ Gesù?”, cosƬ l’ha incalzata. E poi, rivolgendosi a me, “Maestro, ĆØ vero che ĆØ Gesù quello?”.

bassa stagione

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Ho frequentato le superiori in un posto dove, a metĆ  febbraio e correvano gli anni ottanta, la scuole chiudevano baracca e burattini e chi se lo poteva permettere partiva con la famiglia per la settimana bianca. Dal punto di vista dei miserabili, guardavamo l’operazione con sospetto se non altro perchĆ©, a quelli che rimanevano a casa, toccavano pionieristiche esperienze di autogestione scolastica e didattica alternativa che comportavano la violazione degli stessi sacri ambienti in cui, fino a qualche ora prima, eravamo stati esposti a feroci verifiche a sorpresa di latino sui verbi irregolari e i loro composti. Una sorta di tiro a segno in una riserva di caccia che comunque, al rientro dei più abbienti dalle localitĆ  di montagna, avrebbe riaperto con le stesse primitive ed efferate regole non scritte come se nulla fosse successo. Come se quelle classi non avessero ospitato lezioni del nerd della quinta B che ti propinava due ore di ascolto guidato dei King Crimson o del prof di democrazia proletaria sul Capitale o, al limite, dove qualcuno si appartava con qualcuna o, molto più alla portata di quelli come me, a farsi dei cannoni con qualche altro sfigato.

Ma, a parte questa pausa istituzionalmente concordata da tutte le componenti dell’ecosistema scolastico, a nessuno sarebbe mai venuto in mente di prendere i propri figli a metĆ  quadrimestre e portarseli in vacanza da qualche parte. Oggi partire in crociera sfruttando gli sconti dei periodi fuori stagione o farsi un viaggetto alle Maldive o in qualche altra meta da turismo di massa da tanto al mucchio nel pieno dell’anno scolastico ĆØ invece una pratica considerata nella norma. La mia generazione si presentava al suono della campanella anche con quaranta di febbre, ci si permetteva qualche assenza strategica o si marinava falsificando firme o da maggiorenni per non compromettere la media, ma per ogni famiglia – almeno quelle dei compagni di cui mi circondavo – il tempo scuola risultava in cima a tutte le prioritĆ  e la mattina, al solo palesarsi di qualche disagio adolescenziale, venivamo corcati a puntino e spediti al nostro dovere a calci nel culo.

Dico questo perchĆ© stamattina in terza C dove insegno inglese erano in sedici, in una classe da ventidue. Ben sei famiglie che si frequentano sin dalla scuola dell’infanzia dei loro figli sono partite per Sharm, mentre meno di un mese fa, nell’altra classe in cui invece sono titolare, in tre si sono assentati per un viaggio tra spiagge e safari sulla costa del Kenya.

Non che i genitori non ci avessero avvisato. Anzi, la richiesta di far avere ai bimbi dei compiti per non rimanere indietro durante l’assenza ĆØ una loro iniziativa. Un tentativo ingenuo quanto ipocrita di accattivarsi la benevolenza dell’insegnante, di mostrarsi ligi alle istituzioni, di simulare la conoscenza della scala dei valori riconosciuta dalle convenzioni sociali. Un comportamento irrispettoso che fa il paio con il farsi lasciare a casa il lunedƬ dopo il pranzo della comunione o della cresima consumato la domenica precedente, nemmeno avessero partecipato da protagonisti alle nozze organizzate nel castello delle cerimonie.

Un manipolo di bimbi privilegiati che poi rientrano, la settimana successiva, tutti belli abbronzati. Portano qualche foto incomprensibile come testimonianza della loro esperienza, qualcuno azzarda un portachiavi di finto artigianato e di chiara produzione cinese come timida merce di scambio per l’indulgenza del corpo docenti. Il punto ĆØ che però, se gli chiedi i nomi delle localitĆ  o delle attrazioni visitate, non si ricordano. I racconti si impoveriscono con i dettagli più sciocchi – mio fratello ha battuto la testa, mio papĆ  ĆØ stato punto da una medusa, una scimmia mi si ĆØ attaccata a una gamba e non mi lasciava più – e si concentrano sul cibo europeo del villaggio all inclusive che li ha ospitati o poco più. E poi via, per i mesi estivi inglobati dal centro estivo e dall’oratorio, fino al rientro successivo. E ancora una volta troveranno noi docenti pronti ad accoglierli, sempre presenti, sempre immobili a presidiare il nostro tempio del sapere inviolabile. A non capire cos’ĆØ cambiato nella percezione della scuola pubblica.

facciamo quadrato

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Quando vedo in vendita tamburi realizzati con pelle di capra o strumenti a corde per le quali si ĆØ impiegato il budello di pecora o financo gli archetti dei violini in crini di cavallo – pratiche non poi cosƬ tanto superate dai materiali sintetici – mi chiedo quanto siano contenti i nostri amici animali di fornire il loro contributo al nostro estro artistico. Mi chiedo anche come sia possibile che, a parte il genere umano, a nessun altro essere vivente – forse un po’ gli uccelli con il loro cinguettio ma si riconosce lontano un miglio la forzatura ampiamente ottimistica – venga voglia di comporre musica e di mettere in rima con melodie e armonie, solo con il canto o accompagnati da uno strumento, le proprie emozioni.

Se ascoltate però con attenzione qualcosa tratto dagli svariati miliardi di composizioni strutturate a forma di canzone prodotte da donne e uomini nel corso dei milioni di anni in cui abbiamo abitato il nostro pianeta, potreste chiedervi intanto se valga ancora la pena infierire sulle altre specie per il nostro tornaconto – discorso che ovviamente ha un suo perchĆ© anche per altri svariati campi che riguardano la nostra sopravvivenza, i nostri passatempi e il modo stesso in cui ci relazioniamo a loro – e soprattutto se davvero ci sia il bisogno di stipare la componente intangibile della materia che ci circonda con cosƬ tanta musica.

Che poi intangibile mica cosƬ tanto. Date un’occhiata alle discariche che traboccano di cd e relative custodie di plastica (quasi sempre rotte) o ai mercatini che pullulano di cultori dei dischi in vinile disposti a pagare fior di quattrini per delle prime stampe, per non parlare di tutta la musica liquida che ok, non possiamo afferrarla con le mani e non ha una forma sua, ma comunque ci vogliono server per contenerla, di conseguenza data center, di conseguenza capannoni nelle periferie che consumano energia come poche altre strutture al mondo e come non ci fosse un domani che infatti, se continua cosƬ, non ci sarĆ  sul serio.

Ma anche a considerare tutto questo solo da un punto di vista sonoro, ci si chiede spesso il perchĆ©. PerchĆ© esista il suono, perchĆ© può essere controllato e riprodotto a piacimento, perchĆ© può essere eseguito simultaneamente da più apparati preposti alla sua generazione, perchĆ© ci appaghi a tal punto da dedicare tempo vita prezioso alla sua cura, alla sua ricerca, alla sua modulazione e al suo ascolto. Una responsabilitĆ  che va imputata intanto a chi si arroga il diritto di inventarla, la musica, e presume che ci siano esseri simili disposti a consumarla. Poi a chi fa da intermediario tra offerta e domanda in tutte le varie declinazioni in cui si articola il settore industriale preposto, con evidenti scopi più o meno venali. Quindi all’utente finale colpevole – un peccato originale e vecchio quanto il genere umano – di sentirne il bisogno, o di convincersene, e di non saper spiegare il motivo di tale esigenza. PerchĆ© sprechiamo ore, sborsiamo soldi e perdiamo persino il controllo strappandoci i capelli per chi ha il potere di conquistarci con la sua capacitĆ  di organizzare suoni e spesso parole in modo più o meno ordinato ma comunque in linea con il nostro sentire in quel preciso momento.

Io ascolto principalmente musica cantata in inglese perchĆ© l’inglese lo capisco cosƬ male tanto che la voce sulle canzoni mi risulta uno strumento come tutti gli altri. Mi piace un pezzo e magari il cantante mi sta mandando affanculo o mi dice l’equivalente di che confusione sarĆ  perchĆ© ti amo ma, come dice a grandi linee il proverbio, orecchio non decodifica cuore non duole, anzi, cervello non percepisce imbarazzo. Più divento vecchio e più la retorica dei testi nella mia lingua madre mi mette a disagio. Ma anche di gente del calibro di De AndrĆ© o di Manuel Agnelli. Come se l’architettura di significanti e significati e simboli e cazzi e mazzi crollasse sotto i colpi del cinismo tipico della terza etĆ , che a me che sotto sotto sono una persona gentile, sembra più buon senso dovuto all’esperienza dovuta agli inverni sul groppone. Li ascolto e penso che cosa vogliano da me, dove pensano di andare, a chi credono di darla a bere.

Vedo – anzi sento – che però la pratica di imbracciare chitarre e dar fiato alla bocca liberando parole lungo melodie più o meno appropriate non passa di moda. Qui da noi, dove la musica ĆØ stata oramai svilita del tutto, sempre meno, e da un certo punto di vista ĆØ una fortuna. Nei paesi anglofoni, specie in quelli in cui la storia ĆØ cosƬ breve da indurre a credere che il rock sia una cosa seria come da noi i sumeri o il latino, non passa giorno in cui non si pubblichino dischi interessanti a supporto di generi sempre nuovi con cose registrate sopra mai sentite.

Ne consegue un mondo popolato di quadratini colorati che sono poi le copertine dei dischi appena pubblicati e continuano a essere di tale forma e foggia anche se poi il disco mica viene messo in commercio su supporto fisico. Appiccato sul web, a noi che abbiamo vissuto i fasti dell’emancipazione giovanile sonorizzata dalle grandi band del passato ogni quadrato conferma il suo ruolo evocativo. A quelli della generazione Z o quella che ci sta fagocitando ora, non ho idea della lettera dell’alfabeto a cui siamo giunti, boh. Che valore hanno i quadrati colorati per costoro? PerchĆ© non farle tonde, le copertine, o rettangolari, o con una linea a una dimensione, o del tutto invisibili?

strenne

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Il primato degli spazi dedicati allo stoccaggio di cose conferma al terzo posto il dimenticatoio, il più conosciuto brand di self storage condiviso tra tutta l’umanitĆ  che ĆØ vasto e stipato di cose come può solo esserlo una cantina universale di proprietĆ  di nove miliardi di esseri viventi. Ha scalato la classifica e al secondo posto ora c’ĆØ Vinted che ĆØ altrettanto mastodontico perchĆ© finalmente ci ĆØ concessa la possibilitĆ  di ammassare lƬ dentro tutte le cose che non usiamo più e che ci manca il coraggio di passare per il decluttering. Avrete letto però che la piattaforma lituana ha in previsione di conquistare la vetta nel corso del 2026 ma solo perchĆ© l’attuale realtĆ  al primo posto, che ĆØ casa dei miei, pian piano sta per essere smantellata e molte di quelle cose sono in procinto di trasferimento dall’appartamento in cui risiedono ancora mia mamma e mia sorella ai server del pluripremiato sito di vendita articoli di seconda mano.

Da poco mi sono portato qui un paio di quadri, che da qualche mese abbelliscono con cornici nuove di zecca – e pagate profumatamente – le pareti del mio living, e poi ho fatto man bassa di oggetti in grado di suscitare la curiositĆ  dei visitatori del mercatino dell’usato virtuale più esteso di tutti i tempi e ingrassare il loro database. Sono salito persino a sbirciare nella soffitta di pertinenza dell’appartamento in cui sono cresciuto, un sottotetto dove gli addetti di una cooperativa specializzata hanno giĆ  organizzato tutto quello che c’era da buttare in contenitori tematizzati per facilitare le definitive (e senza ritorno) operazioni di smaltimento.

Mia sorella ha però chiesto agli zelanti operai di risparmiare una confezione strenna della Buton che risale agli anni 60 ma solo perchĆ© dentro trabocca di miei ricordi. Avrei preferito meno indulgenza se non altro per continuare a essere all’oscuro della presenza di cosƬ tanti cimeli del mio passato e che, me ignaro e felice, qualche essere umano spietato l’avesse condotta alla discarica – la fine che si meritano le cianfrusaglie – insieme ai libri delle medie e ai giocattoli rotti.

Invece il karma mi ĆØ stato restituito in rimasugli di vita di cui avevo perso le tracce da più di quarant’anni. Ho dato una timida occhiata sul luogo e la presenza di cartoline da mittenti che non ho idea di chi fossero e una lettera di una mia fidanzata dell’89 mi ha convinto a rimandare quella seduta di diciamo rebirthing a ritroso a un momento da assaporare con più calma, magari quest’estate quando la scuola sarĆ  chiusa e dovrò arrabattarmi per non sprecare il tempo leggendo tutti i libri che non mi ĆØ stato possibile durante i mesi invernali. Ci ho riprovato una seconda volta a organizzarne il contenuto ma l’esito non ĆØ stato molto differente. Il contenitore Buton ĆØ tornato giù nel box dove l’avevo giĆ  lasciato da quando l’ho portato qui ma l’ho nascosto dietro ad altri scatoloni, chissĆ  che forse me ne dimenticherò e lascerò ai posteri l’incombenza di operare la scelta più opportuna.

(immagine presa da Ebay, se vi sentite offesi ditemelo e la tolgo senza problemi)

pareo

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Il cugino Rocco ĆØ morto giovane, e quando ha cominciato a soffrire tutti sapevano, ma nessuno lo diceva, che si era ammalato d’amore. Si era preso una tranvata per Laura Estate, una donna di una categoria inaccessibile, una che giocava in un altro campionato, come dicono gli appassionati di sport. Laura Estate, con il caldo, girava mezza nuda e metteva subito le cose in chiaro. Voleva esser libera. Voleva andare in Grecia. Voleva un ghiacciolo. Voleva avere sempre la pelle ambrata e profumata di sole e nessuno che ne detenesse l’esclusiva o ne fraintendesse la portata seduttrice. Ma ogni anno succedeva sempre la stessa cosa, perchĆ© con settembre ottobre e poi novembre la vita le voltava le spalle. CosƬ, per proteggersi, spacchettava i suoi vestiti autunnali che custodiva nei piani più alti del suo armadio, cosƬ distanti da sĆ© quasi per dimenticarsene, e tornava a quello stile che i meno rigorosi definiscono da fricchettone, capi appariscenti ma non sufficientemente adeguati alle basse temperature. CosƬ, vulnerabile, come un organismo non vaccinato, finiva che Laura Estate, con i primi freddi, si innamorava di qualcuno di più adeguato, e l’ultimo inverno di Rocco ĆØ toccato a lui. Diceva che Rocco, con i suoi indumenti termici, fosse l’unico in grado di proteggerla dal vento, dalla pioggia e dalla neve. Ma poi l’inverno terminò nuovamente – accade ogni anno – e Laura Estate riprese a coprirsi con poco. Decise di troncare quella relazione che la faceva sudare. C’era troppa prossimitĆ , cosƬ aveva liquidato Rocco. Fino a quando sorse il sole sul giorno più caldo dell’anno. MetĆ  agosto. Rocco, che era molto più giovane di Laura Estate, si svegliò proprio mentre sognava di essere diventato vecchio e provò un sollievo indescrivibile, pensando a quanto tempo potesse invece avere davanti. Lo colpƬ l’alba alla finestra dal suo letto. I colori non potevano essere reali, forse era ancora un sogno. C’era anche Laura Estate, correva sul bagnasciuga avvolta in un velo trasparente, un pareo con una fantasia decisamente sofisticata. Rocco ce la mise tutta per svegliarsi veramente. Si ritrovò di nuovo nel suo letto ma, questa volta, vecchio decrepito. MorƬ pochi istanti dopo, giusto il tempo di riaddormentarsi e tornare giovane come quando si era coricato, la sera precedente.

Chalk – Crystalpunk

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[questo articolo ĆØ uscito su Loudd.it]

Ci vuole un certo standing e una buona dose di sfacciataggine per maneggiare i generi riconducibili all’EDM suonata (DJs not allowed) e risultare convincenti. Da ciò che si percepiva dai singoli (e dai video) con cui si sono imposti all’attenzione del pubblico che si muove sulla linea di confine tra post-punk e cultura rave, il progetto degli irlandesi Ross Cullen e Ben Goddard sembrava davvero incarnare la nuova big thing di questo genere musicale e connotarsi con tutte le carte in regola per fare il botto.

L’hype intorno a Crystalpunk era a dir poco alle stelle, c’erano aspettative altissime, e probabilmente ĆØ per questo che quello dei Chalk ĆØ un disco che, al momento, soddisfa solo a metĆ , o almeno a tre quarti. Forse ĆØ solo il caso di lasciarlo decantare un po’, magari assistere a un loro live, quindi tirare le somme e verificare, a fine anno, quanto davvero abbia lasciato il segno e se metterli o no in classifica.

I Chalk infatti sembrano aver smarrito un po’ di quella urgenza di sperimentazione che gli ha permesso, nei tre capitoli di Conditions che hanno preceduto l’esordio sulla lunga durata, di cavarsela alla grande nelle periferie malsane del mainstream del (perdonate la banalizzazione) rock elettronico. Non che al cospetto di questo album di debutto non se ne intuiscano le potenzialitĆ , ma ascoltandolo fino in fondo non trascorre momento in cui non lo si percepisca con eccessiva disinvoltura e agio rispetto alle ostentate spigolositĆ  abrasive trasmesse degli episodi che lo hanno anticipato.

Troppa pulizia ed eccessivo rispetto delle regole (siamo ai limiti della pignoleria) per una band che prometteva invece promiscuitĆ , dissolutezza e svacco techno-punk. Solo nella traccia iniziale ā€œTongueā€ (l’intro di synth sembra un rigurgito di ā€œArmy Of Meā€) e a metĆ  disco, con ā€œSkemā€, si ha l’impressione di sguazzare nel fango che associamo agli improvvisati dancefloor clandestini dei raduni organizzati di nascosto sotto ai capannoni industriali dismessi. Nel resto del disco sembra più di calpestare rassicuranti PVC da club in cui il biglietto si paga fior di quattrini, con spunti e intenzioni alla Fontaines D.C. di Romance e potenziati da azzimati arrangiamenti che spaziano tra i Prodigy e gli Orbital, come nelle reminiscenze Kasabian dei singoli ā€œI.D.C.ā€ e ā€œCan’t Feel Itā€.

La simmetria degli otto minuti di ā€œBĆ©al Feirsteā€ con ā€œBorn Slippyā€ ĆØ poi decisamente fuori controllo, al contrario di ā€œAcheā€ che ĆØ invece l’unico episodio che rimanda alla discografia precedente e alla freschezza degli approcci compositivi delle origini. Altrove emerge addirittura una dirompente attitudine alla ricercatezza melodica tutta british, sorretta da approcci smaccatamente big beat (ascoltate ā€œPainā€) e risoluzioni compiacenti di hard rock alla Linkin Park, ĆØ il caso del brano ā€œLongerā€.

ā€œOne-Nine-Eight-Zeroā€ ĆØ una traccia che non stonerebbe mixata a un successo dei Planet Funk, per dire. Non che ci sia qualcosa di male ma, considerati i presupposti, chi l’avrebbe mai detto. Un brano che, con i suoi sintetizzatori grassissimi, simula sicuro e compatto un viaggio in prima classe a bordo di un treno ad alta velocitĆ , con il panorama che si lascia cogliere a malapena attraverso i finestrini in tutte le sue dimensioni, proprio come in quel celebre video dei Chemical Brothers. Ed ĆØ proprio sotto questo punto di vista che i Chalk giocano sporco: pensano di parlare alla loro generazione ma, tra le righe delle dieci tracce del disco, sembrano rivolgersi implicitamente a tutte quelle seguaci della musica elettronica che l’hanno preceduta. Il fatto ĆØ che, per sonorizzare gli immaginari alla Irvine Welsh, applicare il distorsore sulla voce non ĆØ sufficiente, semmai ci vuole ben altra trasgressione e portata destabilizzante.

In sintesi, nonostante si tratti, a scapito dalle premesse, di un disco sorprendentemente accomodante, non si può non promuovere Crystalpunk. Sono i Chalk stessi a definirlo il primo e ultimo album della loro carriera, un tentativo di provocazione un po’ scontato che ci fa riflettere sul fatto se sarĆ  davvero cosƬ (e sarebbe un peccato) o se si tratti di un ulteriore modo – un po’ goffo – di attirare l’attenzione.

Mitski – Nothing’s About to Happen to Me

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[questo articolo ĆØ uscito su Loudd.it]

Saranno solo i posteri a stabilire se il solipsismo e un certo individualismo talvolta involontario (ma indubbiamente esasperato) dovranno essere annoverati tra le principali cause della nostra estinzione. Storici e archeologi replicanti, ovviamente: gli unici sopravvissuti. Studiosi finti con l’IA generativa al posto del cervello, gente con il cuore di silicio e le membra di carne coltivata, immune da qualsiasi malessere e decisa (stavo per scrivere programmata, che termine obsoleto) a non ripetere gli errori dell’umanitĆ  che l’ha costruita e che ha fatto di tutto per farsi surclassare dalle proprie povere creature in ogni disciplina.

Il punto ĆØ che al fascino della bolla ĆØ difficile resistere, e il senso di sicurezza ĆØ cosƬ tentacolare che poi, la membrana protettiva, finiamo per farla coincidere con le pareti di casa nostra. Amici scienziati del futuro, se leggete qui vi autorizzo a chiamarla come faccio io, la sindrome dei tre porcellini. Tanto, quando sarĆ  il momento, la materia di cui sono composto si troverĆ  in uno stato in cui difficilmente potrò rivendicare il copyright dell’intuizione.

Prendete il caso di Mitski, che a proposito del postaccio in cui vive (gli Stati Uniti) ha passato gli ultimi due anni a ricordarci, con i numeri da capogiro tra streaming, visualizzazioni e riciclo dei suoi singoli sui social, quanto sia inospitale. Malati di ipervisibilitĆ , alla fine ci dimostriamo tutt’altro che all’altezza della sovraesposizione a cui siamo condannati, a dimostrazione che non siamo ancora pronti. Magari tra duecento anni ci rideranno su, di quelli che si chiudono dentro perchĆ© fuori fa paura. Ma noi che ne siamo protagonisti, che soffriamo la transizione in ogni istante e in ogni click, rischiamo grosso.

E ancora prima di apprezzare l’ottavo album della straordinaria songwriter americana (ma dal cognome giapponese) permettiamoci una menzione per il gatto che troneggia sulla copertina diĀ Nothing’s About to Happen to Me,Ā perchĆ© se ne intravede un altro sulla sinistra nel pieno di una dichiarazione di intenti che non lascia dubbi. Lui, il protagonista, ha i due occhi di colore diverso, in primissimo piano nemmeno fosse Bowie nella foto diĀ Heroes. Quell’altro gatto, invece, quello dalle intenzioni bellicose, ĆØ la prova cheĀ la vergognaĀ non sempre si trova al di lĆ  del muro. La vera piaga del duemila e rotti ĆØ intramoenia, nelle nostre camerette dove tutto sembra confessione ma poi un fact checking ĆØ pressochĆ© impossibile. Insomma, gira che ti rigira trovare un buco al sicuro da dove raccontarsi ĆØ complicato e tanto vale lasciare il mondo oltre la porta d’ingresso. Isolarsi dai rumori nelle proprie stanze, un modo per togliersi di mezzo senza andarsene davvero. Sparire dalla circolazione per narrarlo poi nelle canzoni.

Nothing’s About to Happen to MeĀ suona quindi come un augurio di un successo confortante ma un po’ meno invasivo di quello che coglie di sorpresa e subdolamente si riproduce in svariati milioni di riconoscimenti al secondo, illusori e volatili come un ghiacciolo quando si ha sete. Nel disco troviamo i topos dell’artista eremita, con l’oblio che la natura e l’indifferenza della metropoli sono in grado di riservare di ā€œIn A Lakeā€, quello dello scoramento a contrasto con iperconnessione di ā€œWhere’s My Phoneā€ e persino dell’artista che si autoimmola ai fan dandosi la morte, soffocata dalla sua stessa gloria, di ā€œDead Womanā€.

Gli arrangiamenti confermano e amplianoĀ il flavour orchestrale del precedenteĀ The Land Is Inhospitable and So Are We: archi, fiati, cori, chitarre sdraiate per improvvisi guizzi country e musichette da sala d’attesa convivono in totale serenitĆ . La scelta di ammorbidire il suono con orchestrazioni corroboranti in bilico tra americana e blues consente una resa perfettamente contemporanea, più pop che alt-folk. L’impatto complessivo ĆØ fortemente scenografico e teatrale, quello emotivo decisamente toccante, il tutto grazie a un approccio compositivo adulto e rifiniture finali ancora più consapevoli ed esperte (sette album alle spalle si sentono eccome) che non vanno però a compensare (lasciandola intelligentemente sguarnita, per il nostro piacere di ascolto) l’evidente vulnerabilitĆ  di fondo, quella nota di dispiacere di cui Mitski si fa scudo per interpretare il presente e ciò che accade all’esterno della sua dimora artistica in modo imparziale.

Così il titolo finisce per suonare meno come una rassicurazione che come una formula scaramantica. Niente sta per succedere, certo. Ma nel frattempo Mitski continua a raccontarci quanto sia difficile restare al mondo senza nascondersi da qualche parte. E se la soluzione è rifugiarsi in casa propria, almeno che ci sia una buona colonna sonora.

Voka Gentle – Domestic Bliss

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[questo articolo ĆØ uscito su Loudd.it]

La scomposizione delle composizioni, in musica, ĆØ arte allo stato puro. In generi come il jazz, basati cioĆØ sull’improvvisazione, il gioco consiste proprio nello scardinare le strutture dei brani, rivoltarle come un calzino, privarle di tutto e ridurre ai minimi termini i riferimenti. Mantenere a malapena l’involucro e i muri portanti per arredare gli spazi interni con il proprio estro, il gusto, la tecnica, la visione del brano e restituire una nuova versione di cui l’impatto live e la relativa percezione in tempo reale del pubblico costituiscono, ogni volta, una unicitĆ  irripetibile.

La sensazione che trasmette l’ascolto di Domestic Bliss, ultima fatica del trio londinese Voka Gentle, restituisce in parte tutto questo, con la differenza che alla base c’è ben altro che degli standard da Real Book (siamo nei dintorni di un art-indie rock difficilmente descrivibile a parole) e che l’eterogenea moltitudine di arrangiamenti ĆØ pensata per una cristallizzazione su disco di avanguardie sonore apparentemente cosƬ volatili che solo un minuzioso lavoro di studio ĆØ in grado di rendere tangibile.

Tutto il processo per cui l’esecuzione si materializza a commento della sensibilitĆ  collettiva nell’espressione dell’istante artistico, qui viene straordinariamente catalizzato in forme musicali che, ascoltate a fatto compiuto, impongono una restituzione inversa rispetto alla fruizione abituale. Identificare il nucleo intorno al quale si espande ciascuna traccia dell’album risulta un’operazione squisitamente faticosa (una prova di forza ai limiti della speculazione) ma in grado di ristabilire una piacevolezza totalizzante.

Voka Gentle ĆØ un trio di pezzi da novanta in cui tutti fanno un po’ di tutto. Ellie Mason ĆØ ingegnere del suono alla Mute Records, mansione grazie alla quale ha carta bianca circa l’uso della strumentazione vintage dei Kraftwerk e ambiente in cui si ĆØ fatta valere come turnista per Paolo Nutini e Badly Drawn Boy. La gemella Imogen ha invece giĆ  all’attivo un album con il nome d’arte sm^sher e, non paga di tutto ciò, frequenta un master in Sound Art per distinguersi ancora più per eleganza. William J. Stokes, terzo ma solo per necessitĆ  di elencazione, non ĆØ da meno, con il suo dottorato di ricerca in ambito musicale e la sua attivitĆ  di produttore.

Ma sarebbe riduttivo ricondurre unicamente a titoli accademici, mestiere e manierismo a tavolino la bellezza di cui un disco come Domestic Bliss ĆØ permeato. Non a caso i Voka Gentle di sĆ© dicono di non essere tanto un gruppo quanto un organismo, un sistema intelligente che agisce nella completa interoperabilitĆ  delle parti, con un principio creativo completamente condiviso e articolato lungo itinerari guidati dall’ossessione per l’esplorazione anche degli scenari creativi più remoti e alieni.

La gestazione dell’album stesso riflette lo spirito di dedizione assoluta alla sperimentazione che vive nel DNA dei tre artisti. Il disco ĆØ infatti il risultato di un’esperienza senza precedenti, un vero e proprio do ut des tra sessioni negli studi della London City University ripagati con workshop di tecniche di registrazione sperimentali durante i quali la band ha dato in pasto alcune composizioni agli studenti che hanno partecipato agli incontri. Riportati dietro al mixer, gli spunti nati dalle sessioni collettive sono stati destrutturati e riassemblati per dare forma alle trame del nuovo concept. In questa fase, il trio ha dato sfogo alla propria attitudine artistica con tecniche tutt’altro che ordinarie e strumentazione poco ortodossa.

Ne ĆØ derivato un tripudio di arrangiamenti a rinforzo di una produzione o, meglio, di un’autoproduzione superlativa. Difficile stabilire il primato tra la spigolosa ā€œCheddar Manā€ e ā€œBattle Sequence (I’m Atomic)ā€, sua accomodante nemesi, tra il techno blues di ā€œCreon Iā€ e lo splendido crescendo centrale della cyber-bluriana ā€œKinemaā€, tra l’evocativo neo-prog di ā€œThe Creatureā€ e i Talking Heads aumentati di ā€œTorpedo Mikeā€, tra i timbri da Mezzanine portati all’estremo di ā€œK Sees The Deal Go Downā€ e certi futurismi alla Kid-A di ā€œJude Law For Vogue (1995)ā€ (che giĆ  basterebbe solo il titolo), tra la delicatezza d’altri tempi di ā€œYou Deserve It!ā€ e l’art-pop di ultimissima generazione della conclusiva ā€œUltra Aura Glowā€.

Una babele di meraviglie grazie alle quali Domestic Bliss risulta un disco epocale. D’altronde, con un artwork di copertina cosƬ, non avrebbe potuto essere altrimenti.

AA.VV. – Help(2)

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[questo articolo ĆØ uscito su Loudd.it]

Che ci sia bisogno di dischi come Help 2 non ĆØ un buon segno, e che un disco come Help 2 esca a cavallo di una recrudescenza dell’ennesimo conflitto scatenato dai bulli militari del nostro tempo (Stati Uniti e Israele) impone una riflessione sullo stato delle cose. Limitiamoci cosƬ a speculare cinicamente sul fattore etico e artistico dell’operazione, e per qualche minuto (il tempo dell’ascolto dei 23 brani o di questa lettura) facciamo finta che, senza guerra, non ci sarebbe stata l’opportunitĆ  di vedere, anzi, di ascoltare raccolti in un unico contenitore fisico e virtuale (ogni pre-ordine, streaming e condivisione di Help 2 avrĆ  un significato non da poco) il meglio della scena musicale alternativa contemporanea.

Ma facciamo un passo indietro. Il 1995 vide la pubblicazione di Help, il primo dei numerosi progetti discografici organizzati per la raccolta di proventi da devolvere a War Child, l’ONG britannica impegnata nelle operazioni di supporto e assistenza ai bambini che abitano le aree del mondo teatro di conflitti armati. L’album (realizzato con la supervisione di Brian Eno) conteneva lavori di Radiohead (pensate che fortuna essere un brano e stare in una compilation insieme a un pezzo come ā€œLuckyā€), Massive Attack, Portishead, Blur, Oasis, Stone Roses e molti altri.

Il disco venne registrato in un solo giorno e, ad oggi, grazie anche a riconoscimenti come il BRIT Award, il Q Award e una nomination ai Mercury Prize, risulta uno degli album di beneficenza di maggior successo, con oltre 1,2 milioni di sterline raccolte, cifra che consentƬ a War Child un intervento concreto e rapido a favore dei bambini coinvolti nell’allora conflitto bosniaco. A Help seguirono 1 Love (2002), Hope (2003), Help! A Day in the Life (2005), The Night Sky (2007), Heroes (2009), I Got Soul (2009) e War Child 20 (2013), dischi che hanno contribuito ad aiutare War Child in altrettanti interventi immediati.

War Child purtroppo stima che la percentuale dei bambini nel mondo a rischio in scenari di guerra oggi sia quasi raddoppiata e rappresenti circa 520 milioni a livello globale, un valore persino superiore a quello della Seconda Guerra Mondiale. L’esperienza ci insegna che gli aiuti non sono mai abbastanza e che, purtroppo, la pace, in questo sconfinato ring a forma di palla che orbita nello spazio, ĆØ e sarĆ  sempre, nostro malgrado, un’astrazione. Da qui l’urgenza di Help(2) che, tanto quanto l’archetipo e le declinazioni che ne sono seguite, denuncia ancora una volta la preoccupante condizione umanitaria dei più innocenti, in un momento in cui la violenza condanna i paesi del Medio Oriente verso un ulteriore abisso. Secondo War Child oltre 100 milioni di bambini potrebbero trovarsi in pericolo, considerato l’effetto a cascata che l’attuale minaccia bellica può generare.

Anche dal punto di vista artistico Help(2) suona speculare alla prima release, in quanto somma delle parti che hanno dato il loro apporto per la realizzazione. L’iniziativa ha riunito una line up altrettanto stellare come la precedente e costituita da artisti e band del calibro di (in ordine alfabetico): Anna Calvi, Arctic Monkeys, Arlo Parks, Arooj Aftab, Bat For Lashes, Beabadoobee, Beck, Beth Gibbons, Big Thief, Black Country, New Road, Cameron Winter, Damon Albarn, Depeche Mode, Dove Ellis, Ellie Rowsell, English Teacher, Ezra Collective, Foals, Fontaines D.C., Graham Coxon, Greentea Peng, Grian Chatten, Kae Tempest, King Krule, Nilüfer Yanya, Olivia Rodrigo, Pulp, Sampha, The Last Dinner Party, Wet Leg e Young Fathers.

Un dream team che ha consentito di mantenere alto il livello della raccolta e che ha potuto contare anche sulla disponibilitĆ  degli Abbey Road Studios per le sessioni di registrazione, lo scorso novembre 2025, nonchĆ© della direzione artistica di James Ford, uno dei protagonisti dell’industria musicale del nostro tempo e produttore di successo di molti degli artisti raccolti qui.

Difficile indicare le canzoni meglio riuscite perchĆ©, davvero, un cast di questo valore rende superfluo qualunque confronto. Permettetemi però di eleggere i miei preferiti, anche se, per una volta, non c’è nessuna gara per primeggiare in originalitĆ . Il mio plauso va agli English Teacher, una delle band che mi hanno più colpito negli ultimi tempi, protagonisti insieme a Graham Coxon in ā€œParasiteā€, quindi alla canzone ā€œSunday Lightā€ interpretata da Anna Calvi, Ellie Rowsell, Nilüfer Yanya e Dove Ellis, e ai Foals, che hanno partecipato con ā€œWhen the War is Finally Doneā€. Ma, ribadisco, il resto della tracklist non ĆØ affatto da meno.

Lo spirito collaborativo nato in studio ha inoltre favorito jam session poi confermate nel missaggio finale. Sentirete quindi Johnny Marr suonare la chitarra sotto le voci simultanee di Damon Albarn, Grian Chatten e Kae Tempest, e ancora Graham Coxon fare altrettanto per la cover di ā€œThe Book of Loveā€ dei Magnetic Fields, cantata da Olivia Rodrigo.

Help(2) risulta cosƬ l’unione di tanti piccoli sforzi collettivi e del talento dei numerosi artisti che si sono prestati a far leva sulla loro visibilitĆ , donando tempo e arte a una causa sacrosanta. Nel mio piccolo ho giĆ  acquistato la mia copia in vinile, confidando che il mio dieci (a cui aggiungerei la lode se il sistema di valutazione di Loudd me lo permettesse) possa fare anche in minima parte la differenza.