blasfemia

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Nel video di “7 miliardi”, un brano da 17milioni di visualizzazioni, il cantante Massimo Pericolo, nell’ordine:

  • brucia la sua tessera elettorale
  • fa un riferimento esplicito al consumo di droga
  • fa un secondo riferimento esplicito al consumo di droga
  • esprime un concetto ampiamente offensivo per il genere femminile, a parole e con un gesto eloquente
  • insulta le forze dell’ordine
  • istiga all’abuso di alcolici
  • esprime un secondo concetto ampiamente offensivo per il genere femminile
  • fa un terzo riferimento esplicito al consumo di droga
  • parla di suicidio
  • bestemmia
  • dice fanculo accompagnato da un gesto dal significato analogo
  • fa un quarto riferimento esplicito al consumo di droga
  • mostra nel video un quinto riferimento esplicito al consumo di droga
  • fa un sesto riferimento esplicito al consumo di droga
  • esprime a parole e a gesti un terzo concetto ampiamente offensivo per il genere femminile
  • incita all’antipolitica

Di tutto questo, l’unica cosa occultata e censurata nel video è la bestemmia. Ma anche se cercate il testo su Google.

adempimenti di fine anno

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Il problema della dematerializzazione e della digitalizzazione dei processi nella pubblica amministrazione è molto più grande di quanto si possa pensare e la scuola, in una competizione mondiale, potrebbe ricoprire il ruolo di portabandiera per i nostri colori. C’è un aspetto di fondo indotto dalla forma mentis degli operatori del settore e va ricondotto alla deferenza che incute la modulistica. I siti web degli istituti scolastici sono zeppi di modulistica da scaricare, compilare e, se la circostanza lo richiede, restituire firmata in digitale dopo averla acquisita allo scanner. Una circumnavigazione di una procedura elementare che potrebbe essere evasa in un paio di clic senza sprecare una goccia di toner. Il fatto è che non c’è nulla di più volatile di un modulo in Word, anche se poi trasformato in PDF. I moduli per il personale scolastico sono stati realizzati da chi lavora in segreteria, non vedo perché non ci si possa sentire liberi di adattarli a seconda dei contenuti con cui dobbiamo riempirli. La modifica della struttura di un modulo ne depotenzia la validità? Eliminare le righe superflue di una tabella, correggere i doppi spazi, cancellare l’articolo che non occorre nelle formule ereditate da quando si stampava tutto e occorreva scegliere il/la sottoscritt__, oppure DATA e poi scrivere la data cancellando la dicitura DATA tanto si capisce che, quello che ho scritto, è la data, sono azioni di hackeraggio che mettono a rischio il posto di lavoro del docente? Il modello va preso per quello che è, cioè una linea guida che poi ognuno fa sua. Paradossalmente posso anche scegliere di sostituire il font, oppure rifarlo tutto da capo se – come spesso accade – l’impaginazione è resa spostando parole e righe con la spaziatura e non utilizzando margini o tabelle e ci si vergogna di restituire un documento personale impostato a cazzo da un impiegato all’oscuro dei principi cardine dell’editoria. Nessuno muoverà accuse di falsificazione di documenti ufficiali. Le relazioni di fine anno, le ore extra da retribuire con i fondi di istituto e tutti gli adempimenti da portare a termine prima del liberi tutti estivo comportano almeno uno di questi moduli per circostanza da riempire e lasciano gli insegnanti in balia di inutili e anacronistici orpelli burocratici. Colleghi docenti, non abbiate timore della modulistica, nemmeno quando è in pdf. Usate un qualsiasi tool gratuito, convertitela in Word e divertitevi a pasticciarla come volete. Non spezzerete nessun incantesimo.

voce del verbo rockare

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Chissà se Renato Serio e Romolo Siena, autori di “Ti rockerò”, successo di Heather Parisi pubblicato nel 1981 e classificatosi al settimo posto dei singoli più venduti dell’anno, sono consapevoli di aver composto l’unica vera risposta plausibile a “We Will Rock You” dei Queen. La questione sembrava averla già chiusa Eugenio Finardi con l’album “Roccando Rollando” nel 1979, anche perché il film “Rocco e i suoi fratelli” del 1960 giocava un altro campionato, ma è evidente che coniugare il verbo rockare con la sua coniugazione non è cosa semplice.

cuori in affitto

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Il signor Risso ha solo una cosa in comune con il signor Garaventa: lo stesso inquilino per i rispettivi appartamenti in affitto, in tempi diversi ma so che con i miei lettori non è il caso di specificarlo. L’individuo in questione ha dapprima abitato nel monolocale di Risso e poi, mosso dall’esigenza di poter disporre di più spazio, si è trasferito nella casa che fa parte dei possedimenti del secondo. Un quinto piano con due camere da letto, cucina abitabile e una bella sala. Per il resto sono due proprietari di immobili completamente diversi, soprattutto per le posizioni sul matrimonio. Risso non perde occasione di consigliare al suo locatario di non sposarsi mai. Vive con la moglie ma ha una figlia adulta, la suocera e una cognata rimasta vedova in accollo, e possiamo capirlo. Garaventa invece ha qualche problema con la prostata e quando deve soprintendere ai lavori di ordinaria manutenzione del monolocale – ogni volta ce n’è una nuova, ma non si può pretendere troppo da un edificio di epoca medievale se non risolvere alla fonte il problema e cioè spianarlo per far posto a una palazzina con tutti i crismi della modernità alla faccia delle belle arti – approfitta del bagno, lo vede conciato come la latrina di un centro sociale e chiede al suo inquilino che cosa aspetti a dotarsi di una moglie a disposizione, immagino sottintenda per pulire il cesso. Una trama che si risolve ventitré anni dopo, come nel film “Interstellar”. Il nostro cuore in affitto ha comprato casa e ha imparato a fare pipì seduto sull’asse come fanno le ragazze, così non rischia di sporcare e che moglie e figlia giustamente si incazzino per la mancanza di rispetto. Quella sera d’estate danno “Interstellar” su Italia 1 ma dentro al televisore, al posto di Matthew McConaughey e Matt Damon, ci sono il signor Risso e il signor Garaventa che vogliono che qualcuno che sta guardando il film decodifichi un messaggio, una serie di coordinate che confermano che è fuori dal tempo e da qualunque dimensione seguire un qualsiasi film, nel 2021, su Italia 1, con tutte le piattaforme di streaming che ci sono al mondo. Perché si ostinano a trasmettere film? Ogni cinque minuti parte un’interruzione pubblicitaria e se già di “Interstellar” non si capisce un cazzo di certo, tutto questo tira e molla, non aiuta.

non toccarsi occhi naso e bocca con le mani

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Che le cose vanno meglio lo si capisce dal fatto che sono tornati gli spot in cui consigliano di leccarsi le dita.

the waiting room – S1E1

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In un presente distopico che non ha nulla da invidiare a un futuro ucronico ci troviamo nella città di Watts, Massachusetts, nella quale, durante il Covid, sono triplicati i casi di specchietti retrovisori per automobili in cui ciò che si vede durante la guida non corrisponde affatto alla verità. Il rischio è evidente: abbandonando un parcheggio non è detto che quando sembra via libera si possa davvero occupare la corsia o la carreggiata di marcia. Una formazione di terroristi informatici russi al soldo dell’ormai dilagante asse ispirato ai movimenti nazionalisti europei ha hackerato il sistema di controllo elettronico delle automobili più vendute in occidente, lo stesso che, nei casi più estremi e sofisticati, consente la guida automatica del veicolo senza pilota. Lo scenario che ne risulta è a dir poco apocalittico. Un virus consente infatti di proiettare negli specchietti il risultato della ripresa della stessa porzione di spazio di qualche ora dopo il passaggio dell’autovettura, con l’aggiunta di inserti di realtà aumentata. La sicurezza dei cittadini è in pericolo, per non parlare dell’economia mondiale. Ted Crowner, programmatore informatico in una multinazionale del settore delle assicurazioni, si sta aggiornando sulla trama di questa nuova serie in attesa del suo turno dall’ortopedico dando un’occhiata alla pagina culturale di una rivista di gossip che comprende, come tutte, una rubrica dedicata ai programmi tv della settimana ricca di anticipazioni. Da nessuna parte c’è scritto però che il dottore presso il quale ha prenotato una visita è uno dei più richiesti a causa della sua straordinaria somiglianza con David Bowie anche se è evidente che, nel caso questo plot twist riesca a diventare il momento topico della nuova stagione della serie sugli specchietti retrovisori grazie a un post di uno dei più letti blogger italiani di trame inventate, sarà difficile individuare un attore all’altezza, almeno così si legge sulla rivista. Ted si trova lì per un problema ai piedi da risolvere e il dottor Bowie, chiamiamolo così, sta attraversando la fase della sua vita che lo farà diventare il luminare che conosciamo tutti. Il suo specchietto funziona bene, al momento, e si è appena iscritto al corso di specializzazione a Berlino, quello grazie al quale pubblicherà i tre saggi più importanti della sua carriera. Ora ha i capelli rosso mogano e sta lavorando alla sua tesi che, purtroppo per Ted, non riguarda le malformazioni degli arti inferiori tantomeno un sistema di protezione informatica per le automobili. Non c’è dubbio che il dottor Bowie ha qualcosa a che fare con la serie e che Ted, in qualche modo, ne sarà il protagonista. Il nostro eroe in potenza si appresta a saperne di più ma è arrivato il suo turno ed è un peccato perché, per come è iniziata, chissà cosa può succedere dopo.

la maglietta dei Guns e altre storie

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Marta ha esordito nella storia del rock indossando una t-shirt dei Guns N’ Roses al saggio finale di musica della secondaria. Era l’anno del Covid ma maggio era già agli sgoccioli, come la pandemia, e grazie alle vaccinazioni si intravedeva la salvezza a partire da lì, una specie di aula magna pensata per gli spettacoli e i collegi docenti con una classe per volta sul palco e un genitore a testa per alunno seduto nei banchi a rotelle passati alla storia per esser stati un vero e proprio fenomeno di costume. Meglio di niente. L’anno precedente era stato impossibile, dicono i libri. Quella volta, invece, era stato deciso persino l’outfit a garantire uniformità tra i ragazzi e consisteva in una maglietta bianca, jeans e calzature sportive. Che poi, sulla t-shirt, ci fosse un’illustrazione dozzinale da fast fashion o il logo di un gruppo rock, probabilmente quello preferito da papà e mamma, non avrebbe cambiato granché. Anch’io avrei fatto così, di certo non con un band così tamarra ma magari con la copertina di “Substance” dei New Order, che poi alla fine non metto mai perché di base non mi piacciono le magliette bianche. Ma nemmeno le camicie.

Sembra l’inizio di un romanzo ma in realtà è un evento che hanno organizzato nella mia scuola. Ho fatto la mia parte occupandomi delle riprese video, anche se con attrezzatura giocattolo. Ho piazzato una Legria – della cui esistenza nessuno era a conoscenza, l’ho trovata ancora imballata in magazzino – su un piedistallo per avere un’inquadratura fissa e poi mi sono mosso con il telefono per cercare di riprendere tutti. Potete immaginare come fosse stipato il palco: più di venti studenti, ciascuno con un metallofono, un vibrafono, una marimba o una tastiera. A quelli meno portati per la musica il prof ha messo in mano uno strumento a percussione e così gli è stato possibile contribuire con il loro apporto grazie a un insegnante di sostegno dedicato. Nel montaggio cercherò di farli sembrare a tempo con il pezzo. Sono riuscito a cogliere persino un close-up di uno di questi che doveva suonare solo un colpo di gong a fine del brano, spero che la scena sia rimasta bene.

Il repertorio ha compreso alcune canzoni conosciute in una riduzione strumentale. Sopra una base resa da una di quelle tastiere con l’arranger (il collega è diplomato in percussioni ma vanta come me una carriera nel pianobar) i ragazzi riproducevano la melodia con quanto avevano a disposizione. Anna, una delle collaboratrici, l’ho sorpresa a ballare “Sarà perché ti amo” e a piangere sulla musica di Titanic. Anche io mi sono commosso, in qualche frangente. C’era anche Davide, che è alle medie ormai da cinque anni avendo ripetuto due volte prima e seconda. Davide è più alto di me e sembra un ventenne, ma lo scambieresti per un adulto anche se non si trovasse in mezzo a ragazzini come quelli. Sentivo i colleghi che discutevano sul fatto di non ammetterlo all’esame, anche quest’anno non è stato all’altezza delle richieste. Ringrazio il cielo di insegnare alla primaria, dove fermare i bambini è pura follia. Secondo me lo è anche per la secondaria e per le superiori, tanto poi ci saranno già il lavoro, la fortuna e le persone a fare tutte le selezioni del caso. La famosa università della vita. Comunque non ho risparmiato inquadrature a Marta, la ragazza con la maglietta dei Guns. Indossarla in una situazione come quella ha un significato che spero abbiate colto anche voi.

disimparare

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Non metto più le mani con assiduità su uno strumento musicale a tastiera da dieci anni. Così succede che quando me ne trovo uno in prossimità scoperchiato, acceso o collegato a un impianto mi viene da posizionare le dita pronte a suonare un accordo complesso con settima, nona, undicesima e via dicendo distribuito insieme alle altre note tra le due mani, proprio come mi insegnava il mio maestro di jazz, e vedere l’effetto che genera. Se il suono che ne esce ricorda il pianoforte mi precipito con la mano sinistra a riprodurre la parte di basso di “So What?” di Miles Davis e la relativa risposta corale con entrambe le mani. Ultimamente però faccio sempre più fatica a eseguire questa manciata di note in modo corretto. La stessa pressione sui tasti varia da dito a dito, per non parlare della precisione e la difficoltà ad arrivare alla sedicesima battuta senza nemmeno aver urtato una nota che non c’entra. Suonare non è come andare in bici o nuotare. Purtroppo è una pratica che, appunto senza praticarla, si disimpara. Somiglia di più allo sport, al latino, al sesso. La tastiera di un pianoforte è lunghissima ed esercita un fascino indescrivibile, ma la consapevolezza di non essere più in grado di controllarla è frustrante. E non è facile rimettersi in sesto. Anche le dita, come la testa, arrugginiscono.

una normale famiglia di supereroi

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Michele sosteneva di essere il nipote di Enrico Montesano. Non nego che la somiglianza fosse sorprendente. Il fatto è che in un contesto in cui nessuno ti conosce ci vuole poco a guadagnarsi un po’ notorietà sfruttando quella acquisita da altri. Michele è stato un mio commilitone ai tempi della leva obbligatoria, uno tra le svariate centinaia di persone che ti capitano casualmente in una fase così particolare della vita, talmente particolare e con l’aggravante della divisa che a un certo punto – finalmente – qualcuno ne ha sancito l’inutilità. Ho ripensato a Michele poco fa e solo perché ho visto su Facebook una foto di Gianni Morandi con suo nipote e mi sono chiesto come debba essere acquisire, a un certo punto della vita, la consapevolezza di appartenere a una famiglia di cui fa parte un membro importante. Una donna o un uomo famoso. Una celebrità in qualche ramo della nostra civiltà. Sei a scuola e arriva il momento in cui qualcuno ti chiede se tuo padre è davvero Ozzy Osbourne o tuo zio Marco Travaglio. Chissà come si diventa grandi, in questa condizione. Quali stati d’animo si manifestano, in un mix tra il desiderio di emancipazione per essere valutati per chi siamo davvero e il ricorrere invece ai privilegi che ciò comporta, in casi di necessità. Negare o ostentare? E, soprattutto, Michele era davvero il nipote di Montesano?

con questa faccia da straniero

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La calca all’ingresso del commissariato mi fa temere il peggio. Ho prenotato per le 15 in punto di oggi il turno per il passaporto elettronico per mia figlia ma, chissà perché, immaginavo un’esperienza diversa. Non è stata l’emergenza sanitaria a trasformare il nostro presente in una concatenazione senza fine di appuntamenti. Avere un orario in posta, dal dottore o in qualunque altro ufficio in cui c’è il rischio di fare la coda era un sistema già in auge prima. Ci risparmia perdite di tempo e ora riduce anche al minimo il pericolo di ritrovarsi assembrati tra la gente e la sua portata virale. L’ingresso della stazione di Polizia invece è gremito di gente e la fila è disposta senza un adeguato distanziamento. Mi accingo a chiedere informazioni per capire se ci sia un ordine strutturato e una eventuale procedura auto-organizzata da seguire ma presto mi accorgo di essere l’unico italiano lì in mezzo, oltre a mia moglie e mia figlia.

Qualche agente in borghese attraversa la calca e si fa aprire il cancello, probabilmente sta per prendere servizio. Pochi minuti dopo le quindici un poliziotto in divisa esce dal portone principale, si avvicina a noi e con un foglio alla mano impartisce le istruzioni. Divide la gente in attesa in gruppi a seconda del servizio richiesto. Chi deve fare denuncia, chi deve rinnovare il permesso di soggiorno, chi deve farlo la prima volta e chi è lì per il passaporto.

Il fatto è che gli stranieri capiscono poco o niente di quello che l’agente sta dicendo e lo incalzano mostrandogli il display dello smartphone sul quale qualcuno ha scritto per loro il motivo per cui si trovano lì. In risposta ottengono un servizio di – chiamiamola – customer satisfaction piuttosto approssimativo. Penso a come ci si possa sentire in un paese straniero e con le conseguenti difficoltà linguistiche a sbrigare pratiche decisive come quelle e mi chiedo perché tutto ciò che riguarda la cittadinanza debba essere di pertinenza delle forze dell’ordine o, comunque, di persone in divisa. Pensate a come sarebbe diverso se per questo tipo di questioni chi si trasferisce nel nostro paese potesse recarsi in un ufficio più accogliente, arredato in un modo diverso da un commissariato di polizia, al cospetto di persone che conoscono le lingue straniere e vestite da civili. Anzi, sono convinto che nei paesi civili è già così.