lysoform

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Sono a casa, la scuola è chiusa, ma sui ponteggi che circondano il mio appartamento e gli altri del condominio si lavora di gran lena. Ci sono gli operai che ci danno dentro con i lavori del bonus 110. Avvitano pannelli di materiale termoisolante all’intelaiatura di acciaio con cui hanno rivestito i muri esterni, dopo aver ricoperto l’intera superficie con un telo argentato di cui ignoro le proprietà. Fuori fa freddo, non come i giorni scorsi ma comunque fa freddo, e io sono in salotto a scrivere sul pc con la gatta in braccio e l’albero di natale con le lucine accese. In questo momento i carpentieri sono proprio sul mio balcone e su quello del mio vicino. Li vedo camminare avanti e indietro. Si parlano in arabo, si passano pezzi di non so che cosa sagomati e si sente il rumore del trapano che, quando cessa, lascia il posto al tonfo di qualcosa di metallico. Il project manager ci ha avvisato: non uscite sul balcone perché è considerato cantiere a tutti gli effetti e, in caso di incidente, non siamo coperti dall’assicurazione. Si tratta della seconda impresa che si è avvicendata per il compimento dei lavori. Quelli di prima – che sono stati sostituiti perché si sono allagati un paio di appartamenti al quarto piano – erano tutti egiziani e, ogni tanto, bussavano alle finestre a chiedere un po’ d’acqua o un caffè, che bevevano con almeno quattro cucchiaini di zucchero. I nuovi sembrano più professionali, o più timidi, o qualcuno del palazzo si è lamentato. Tengo gli occhi su quello che scrivo e non oso osservarli mentre lavorano perché mi sento in colpa. Sono in festa mentre per loro è un giorno come gli altri. Provo la stessa sensazione quando sono in casa mentre c’è la signora che ci aiuta nei lavori domestici. Quest’anno mi capita di meno perché i suoi orari coincidono con un mio pomeriggio in servizio, e quando rientro lei se n’è andata da poco. La sensazione di aprire la porta e sentire il profumo di pulito della propria coscienza non ha confronti.

sound check

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Ivano lavorava di più con la bella stagione e mi chiedeva di accompagnarlo se pensava che le iniziative potessero interessarmi. Non voleva mai che lo aiutassi. Tutt’al più, una volta montato tutto, mi incoraggiava a muovermi lungo le file di sedie o sulle gradinate. Metteva della musica e voleva il mio parere. «Si sente bene e uguale da tutte le parti?», mi chiedeva quando rientravo sotto il gazebo dove manovrava il mixer, non appena la vicinanza ci permetteva di dialogare. Il tecnico del suono era lui, e lo accontentavo in tutte le occasioni in cui cercava di coinvolgermi in qualche modo perché pensava che mi annoiassi a stare lì, senza far niente. Era la fine di maggio e, quella sera, c’era uno spettacolo teatrale, un attore con un passato da cantante che leggeva cose di altri. Sembrava tutto a posto, i primi spettatori stavano già porgendo i biglietti all’ingresso e avevo preso due birre fresche al chiosco mobile da bere insieme quando lo vidi varcare il cancello del teatro all’aperto. «Ivo», dissi al mio compagno. «Che c’è?», mi chiese porgendomi l’accendino dopo aver acceso la sua, di sigaretta. «Guarda. Quello lì.» Gli feci un cenno soffiando il fumo della prima boccata nella direzione da seguire con lo sguardo. «È Walter. Il mio collega. Quello di cui ti parlo sempre.»

Walter non mi riconobbe subito, come succede quando ci capita di incontrare qualcuno al di fuori dell’ambiente che si frequenta insieme. All’aperitivo con le altre del corso di pilates mi ci vuole sempre un po’ prima di capire con chi sto parlando, abituata a vederle in tuta. Walter, con il suo passo dinoccolato, procedeva lentamente verso la platea scambiando qualche commento sul contesto con una donna alta quasi quanto lui, che gli stava quasi aggrappata al braccio. Walter indossava la t-shirt di un gruppo musicale, lei aveva un vestito corto e dei sandali. Mi colpì il fatto che fosse esageratamente bella e fuori luogo per lui, e che sembrasse anche molto più giovane. Di certo, ciò che vedevo non corrispondeva all’idea che mi ero fatta della vita privata di Walter, da come la raccontava a me e alle altre colleghe. Sposato, con una figlia all’università. Piuttosto dimesso nell’abbigliamento, ma a scuola conviene venire vestiti comodi. Alla primaria, gli insegnanti più giovani mettono addirittura la tuta da ginnastica, del resto a stare in classe o in mensa non c’è così tanta differenza con la palestra e le ore di motoria. Si avvicinò per nulla sorpreso di incontrarci in quella situazione così anomala. Avevo pochissime informazioni sullo spettacolo a cui stavo per assistere. Walter, al contrario, aveva acquistato il biglietto diverse settimane prima e mi confidò la passione che lo aveva condotto lì. Vera – così si presentò la donna con cui si accompagnava senza aggiungere dettagli sul loro legame – invece si dimostrò entusiasta sullo spazio in cui la serata era stata organizzata e sul quartiere, aggiungendo diversi consigli sulle altre iniziative contenute nella stessa rassegna. Mi lasciò un programma ma non andammo oltre. Si precipitarono a prendere posto, l’affluenza stava aumentando e restando lì a chiacchierare con noi avrebbero compromesso il vantaggio dell’anticipo con cui erano arrivati per assicurarsi due sedie in prossimità del piccolo palco. Si sedettero, e poco dopo notai Walter avvicinarsi al punto in cui era posizionato il microfono per fotografare la scenografia – scarna ma decisamente caratterizzante – di contorno, da postare su un social network spinto da un irresistibile desiderio di testimoniare la sua presenza all’iniziativa di quella sera.

Lo spettacolo fu più breve del solito. Rientrammo presto, faceva già molto caldo. Ivano ed io ne approfittammo per rifare il letto e mettere le lenzuola nuove che avevamo comprato la mattina stessa al mercato. «Sono lenzuola magiche», così l’uomo della bancarella aveva convinto Ivano, un tunisino che la sapeva lunga su come prendere i mariti delle coppie che curiosavano tra i suoi articoli. Spalancammo la finestra, ci coricammo, spensi la luce e, chiudendo gli occhi, ripensai proprio a questo. A come noi insegnanti siamo diversi nella vita privata. Provai una sensazione di freschezza muovendo i piedi sul tessuto. Feci un sospiro. «Tutto bene?», mi chiese Ivano, voltandosi dalla parte opposta. Fu proprio in quel momento che la camera, la casa e probabilmente tutto il palazzo si inclinarono di novanta gradi. Le nuove lenzuola erano molto lisce, così scivolai lungo il letto facendo in tempo a posizionarmi con i piedi verso il basso ma continuando a tenere per mano Ivano che già russava. Provai a chiedergli se non si fosse accorto anche lui dei trattini azzurri che si vedevano sul soffitto come lucine colorate accendersi nel buio. Provai anche a dirgli che avrei voluto tornare ancora una volta in campeggio insieme, a dormire sotto la tenda cullati dal respiro del vento, magari proprio quell’estate stessa, ma non mi uscì alcun suono dalla gola.

Riuscii appena in tempo a scorrere a memoria, con la mano che mi era rimasta libera, il freddo stelo in acciaio della lampada sul comodino e a premere il pulsante della luce. Il palazzo, la camera e di conseguenza il letto invertirono la rotazione, tornando lentamente nella posizione di partenza. Il rumore delle fronde scosse dal maestrale cessò e, con esso, svanì la tenda in cui avevo immaginato di trovarmi. I trattini azzurri si precipitarono verso la finestra, rimasero in volo qualche istante per spegnersi di lì a poco, inghiottiti dall’alone dei lampioni della via di sotto e dal rumore dell’ultimo tram. Ivano non sembrò accorgersi di nulla. Pensai a Walter e a Vera e alla soddisfazione con cui li avevo visti applaudire insieme, durante lo spettacolo. Decisi comunque di lasciare, per sicurezza, l’abat-jour accesa.

ipogeo

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Il vero miracolo non è tanto la statua della madonna che piange, ma che da qualche giorno mi è venuta voglia di comprare il suo album omonimo di esordio. Ho visto un documentario su Neil Rodgers in cui il chitarrista degli Chic ripercorreva la propria carriera di produttore e, per introdurre il periodo “Like a Virgin”, è stato tentato un paragone prima e dopo in cui le vecchie demo – a partire dalla primissima versione di “Everybody” – con le loro suggestioni electro no wave hanno sortito l’effetto contrario, superando impietosamente la pacchianeria del resto delle pubblicazioni della pop star più famosa al mondo. Il primo disco è l’unico che si avvicina a quella vetta di minimalismo mai più raggiunta nel corso dei fasti successivi, d’altronde se consideriamo il livello di fama conquistata e i fantastiliardi di dischi venduti è più che ovvio che non sarebbe andata così se avesse perseverato su quel registro della nicchia. Non credo, comunque, che l’edicola sacra in cui si è manifestato il miracolo di cui si parla tanto sui giornali sia la stessa in cui ho equivocato il senso di una goccia di pioggia sul viso della scultura in essa contenuta. Vi racconto come è andata. Stavo assistendo a un evento altrettanto straordinario. Pare che ci mettano la fibra – finalmente – e così sono stato precettato per supportare il tecnico della ditta detentrice dell’appalto lungo il sopralluogo dei plessi del comprensivo in cui insegno, con l’obiettivo di aiutarlo a rintracciare le condutture corrette del sottosuolo limitrofo in cui far passare i cavi nemmeno se fossi un addetto del comune. Mi aspettavo un operatore giovane e forzuto, c’erano diversi tombini e pozzetti da scoperchiare a mani nude. Il tecnico che si è presentato invece era più anziano di me, e la cosa che sorprendeva i passanti era che l’umarell, tra i due, era quello più giovane, anche se sotto il profilo delle canizie non c’era tutta questa differenza. E mentre il tecnico smadonnava (in barba alla sacralità del luogo e alle canzoni di Madonna – nel senso della popstar- che canticchiavo) per la complessità dell’impresa mi chiedevo perché una persona di quell’età non fosse già in pensione anziché lì, insieme a uno come me, a setacciare le fondamenta urbane con un freddo porco. Una sorta di formazione estemporanea che mi ha però permesso di imparare dove passano i tubi del gas, quelli dell’Enel e persino le fogne, e questa nuova expertise acquisita – mio malgrado – ha reso la mia posizione di onnisciente in forza al MIUR ancora più a rischio per le mansioni che potrebbero venirmi affidate. Mi spiace fare la solita lagna per le cose delle quali mi viene chiesto di occuparmi, ma nel giro di dieci ore, lo stesso giorno, ho toccato una varietà di settori professionali che ha dell’incredibile. Dopo due ore di didattica laboratoriale con attività di situazione in classe – che, detto per inciso, costituisce il mio vero core business, ciò solo per cui dovrei essere (sotto)pagato – ho raccolto i requisiti per allestire l’auditorium lunedì prossimo in occasione di una recita di natale di un’altra interclasse, a cui è seguita l’attività di aiutante sul campo per la società incaricata del cablaggio cui ho fatto cenno sopra, per poi trascorrere due ore nell’ufficio della dirigente, in veste di grafico, a preparare il materiale per l’Open Day delle scuole del nostro IC, evento a cui ho dovuto presenziare in qualità di collaboratore stretto della presidenza con delega al marketing dell’organizzazione facendo da cicerone a decine di genitori curiosi con prole al seguito. Sono rientrato alle otto di sera (ero uscito da casa alle 7:15 del mattino) così snaturato da non sapere più chi fossi. Ero tutto e niente, ma comunque molto stanco.

senti chi parla

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I bambini dicono un mucchio di stronzate. Si avvicinano alla cattedra e condividono i loro aneddoti sgrammaticati lunghi ore, senza capo né coda, e il fatto che molto spesso non si capisca una parola – il massimo è quando si voltano verso i compagni per parlare con me, dimenticando che sono vecchio e sordo e , soprattutto, che mi trovo dalla parte opposta rispetto quella a cui si stanno rivolgendo – è il minore dei problemi. Poi però suona la campanella, torno nel mondo degli adulti, e mi rendo conto che tutto sommato quelle conversazioni surreali che sono una componente fondamentale del mio lavoro sono decisamente più avvincenti dei dialoghi a cui mi trovo esposto. Il fatto è che nutrirsi di letteratura e di cinema/fiction ti trasporta in un mondo delle idee popolato da batti e ribatti che hanno avuto tutto il tempo di essere scritti e rimaneggiati per filare lisci e limare ogni ridondanza. Ne abbiamo parlato al corso di scrittura creativa che sto seguendo e che, anzi, ormai è agli sgoccioli. Abbiamo imparato che il dialogo fa andare avanti la storia, aiuta a veicolare le informazioni, descrive i personaggi e ne descrive le relazioni e i rapporti di forza. La vita, lo saprete meglio di me, è invece un’altra cosa. Un buon esercizio per acquisire questa consapevolezza consiste nel registrarvi mentre discorrete con il vicino avviandovi dai box all’ascensore quando rientrate dal supermercato con le borse piene di spesa, le chiacchiere di circostanza con cui vi intrattenete con la mamma con i due bambini al seguito alla fermata della 60 che non passa da venti minuti e la pensilina non è sufficiente a tenere al riparo dal diluvio universale tutte le persone in attesa, la duecentesima volta in cui il parente ottuagenario vi racconta di quella volta che ha attraversato il Mincio mentre emigrava a Milano dopo la guerra ma i ponti erano stati tutti bombardati. Se questa vi sembra una pratica oltre le vostre possibilità, reperite da qualche parte la finale di X Factor, trascrivete i commenti dei giudici alle esibizioni dei concorrenti e traete voi delle conclusioni, sempre che l’enfasi superflua esondata dallo schermo non vi abbia nel frattempo allagato la casa e mandato in corto circuito l’impianto elettrico. C’è anche lo spot dell’apparecchio tv di Sky che imperversa tra i programmi da qualche settimana che rende perfettamente l’idea di quello che è bene non dirsi tra persone normali, o almeno se si vuole risultare minimamente interessanti al resto dell’umanità. Ecco, a me basterebbe essere abbastanza ricco da pagare i protagonisti di quella pubblicità per imporre il ritiro e l’oblio di una tale performance che, ogni volta che passa, mi fa vergognare per loro. Sono piccole cose, ma anche un grande passo per il genere umano.

i 55 migliori dischi del 2022

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Ma al momento in ordine alfabetico. Per la top ten c’è ancora qualche giorno di tempo.

ADWAITH – Bato Mato
ALVVAYS – Blue Rev
ANGEL OLSEN – Big Time
AUTOMATIC – Excess
BAMBARA – Love On My Mind
BERRIES – How We Function
BIG MOON – Here Is Everything
BLACK MIDI – Hellfire
BODEGA – Broken Equipment
CATE LE BON – Pompeii
CHARLOTTE ADIGéRY & BOLIS PUPUL – Topical Dancer
COLA – Deep In View
DOMi & JD BECK – Not Tight
DRY CLEANING – Stumpwork
ETHEL CAIN – Preacher’s Daughter
FKA TWIGS – Caprisongs
FOALS – Life Is Yours
FONTAINES D.C. – Skinty Fia
GOAT – Oh Death
GOMMA – ZOMBIE COWBOYS
HOLODRUM – Holodrum
HONEYGLAZE – Honeyglaze
IBIBIO SOUND MACHINE – Electricity
INTERPOL – The Other Side Of Make-Believe
KING HANNAH – I’m Not Sorry, I Was Just Being Me
KOKOROKO – Could We Be More
IBEYI – Spell 31
LIBERATO – Liberato II
LIFE – North East Coastal Town
LUNA LI – Duality
LYKKE LI – EYEYE
MAYA HAWKE – Moss
MELT YOURSELF DOWN – Pray For Me I Don’t Fit In
M.I.A. – Mata
MITSKI – Laurel Hell
MODERAT – MORE D4TA
NILüFER YANYA – PAINLESS
PHOENIX – Alpha Zulu
PORRIDGE RADIO – Waterslide, Diving Board, Ladder To The Sky
POST NEBBIA – Entropia Padrepio
PREOCCUPATIONS – Arrangements
PVA – Blush
SANTIGOLD – Spirituals
SHARON VAN ETTEN – We’ve Been Going About This All Wrong
SOCCER MOMMY – Sometimes, Forever
SORRY – Anywhere But Here
SUDAN ARCHIVES – Natural Brown Prom Queen
SUNNY WAR – Simple Syrup
TESS PARKS – And Those Who Were Seen Dancing
THE COMET IS COMING – Hyper-Dimensional Expansion Beam
THE MYSTERINES – Reeling
THE SMILE – A Light For Attracting Attention
WARPAINT – Radiate Like This
WET LEG – Wet Leg
YARD ACT – The Overload

cuore di pietra

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Le birrette da 33 sono una trovata infernale. Anzi, posso assicurarvi che là sotto c’è davvero un girone in cui lo stomaco del bevitore ce lo ricacciano indietro a forza di bottigliette che, circondati dalla fiamme o immersi nella lava, per la sete le finisci in un sorso e davvero i boccali da un litro te li sconsigliano perché si scalda subito. A me, qui nel paradiso, non è mai successo, potete state sicuri che li finisco prima. Il chiosco che qualcuno ha aperto nel minuscolo parchetto della circonvallazione ha esaurito i fusti alla spina e la coppia che sto per presentarvi si accontenta di due poco più che mignon di vetro di una di quelle svariate marche industriali che finiscono in -oretti. Domani Milano chiude per ferie e le scorte, nei bar, non si fanno più fino al rientro, a settembre. La birra comunque è ghiacciata anche se c’è nell’aria, e tra i due, un temporale con i fiocchi. Il cielo è scuro, tira un vento da cambiamento climatico e lui vorrebbe tagliare corto per tagliare del tutto ma è un uomo, non meno vile degli altri. Lavorano nello stesso negozio e un mattino – lui si ricorda benissimo il momento preciso – a lei è arrivato il messaggio, quello del corpo di lui, che c’era qualcosa che non andava. «Hai un che di diverso», continuava a dirgli sottovoce ogni volta che si incrociavano tra i reparti, per non farsi scoprire dai clienti, per la maggior parte turisti dell’est. Era cambiato tutto, lei aveva ragione da vendere insieme ai saldi estivi.

Ma la signora del chiosco manda segnali inequivocabili: è venerdì, è il 31 luglio, sono quasi le sette, si chiude ma con una di quelle chiusure che sembrano per sempre perché poi nulla ripartirà come quando è stato sospeso. I tavolini non sono veri tavolini ma una specie di bobine da filo di dimensioni gigantesche, nemmeno i clienti fossero quelli di una casa delle bambole. Lei è scomoda sulle sedie fatte con le strisce di plastica colorate, un’imitazione delle sdraio degli anni settanta, ricordate? Lui si dondola e dà l’ultima sorsata dell’ultimo aperitivo dell’ultima estate dell’ultimo anno che trascorreranno insieme.

Tocca a lei pagare – lui è sempre senza contanti e senza vergogna – e il vento si fa ancora più pericoloso. Volano i tovagliolini in mezzo alla strada, volano le speranze sotto il tram in arrivo. I due si avvicinano alla metro, non è un bel modo per separarsi me c’è poco da fare perché lei non la deve prendere, per tornare all’appartamento che divide con quella sua amica un po’ matta che la imita in tutto. Sotto il telefono non funziona e non correranno il rischio di strascichi a caldo su Whatsapp, quelle cose che fanno cambiare idea all’istante per poi pentirsi di essere tornati sui propri passi. Nessuno ha visto se si sono abbracciati, ma possiamo scommettere che lui le avrà offerto un bacio sulla guancia e lei si sarà tirata indietro, voltandogli le spalle. La scena riprende con lui che non gli rimane altra scelta che scendere e c’è un secchio rosso all’ingresso dei tornelli, messo lì a raccogliere dell’acqua da una perdita di un tubo. Vorrebbe fare una foto, ma poi l’annuncio delle limitazioni agli orari di agosto lo distrae.

sulla scia

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Per molti di noi il massimo della vita è quando Maps ci suggerisce dei percorsi alternativi per raggiungere il posto di lavoro a causa del traffico e, appena ci rendiamo conto di questa che è una stranezza a tutti gli effetti, rammentiamo di aver letto su una webzine di aspiranti analisti che si tratta di un campanello d’allarme. D’altronde è un plot twist così inatteso che, di prima mattina, ci mette subito in allerta e azzera l’effetto della pastiglia per l’ipertensione. Vuoi vedere che l’intera giornata sarà tutta una gimcana per eludere l’ordinarietà? Se non avete il parabrezza appannato come il mio – la mia vecchia Yaris è una delle poche carrette a cui d’inverno bisogna grattare il ghiaccio anche da dentro – vi scorreranno davanti panorami imprevedibili, liberi da code e dalle brutture della bretella che percorrete in entrambi i sensi ogni santissimo giorno. E non è solo una metafora della vita. Oggi, per dire, c’era il sole. Ma ieri è stato un lunedì così lunedioso che, davvero, non sapevo da dove iniziare. La pioggia, il freddo, l’inizio settimana, le nove ore a scuola, l’orgia di carboidrati del weekend rimasta non smaltita, era troppo brutto per correre. Uno di quei lunedì in cui non erano nemmeno le dieci che avevo già sostituito quattro monitor alle postazioni delle colleghe della segreteria, disinstallato due diversi antivirus gratuiti dal portatile della mia dirigente, srotolato un A3 tutto incartocciato nel rullo della fotocopiatrice di plesso e assunto pillole di Drupal da un ingegnere calabrese immanicato con il MIUR. Il peggio, però, doveva ancora iniziare.

scusate l’interruzione

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Non sarebbe un vero elenco delle cose che non ho portato a termine nella mia vita se non fosse parziale perché, nel caso, almeno una l’avrei finita e invece non voglio darmela vinta. Non ci sono mai riuscito, anzi, non mi sono mai impegnato abbastanza, continuo a rimproverarmi. E come certi litoranei intervallati da villette incompiute per non dover pagare chissà quale imposta sconveniente, dietro di me c’è una distesa di cose lasciate a metà, il più delle volte meno della metà, degna di un parco archeologico alla mercé di incuria e tombaroli, con un settore che addirittura è stato meglio transennare per tenere alla larga i curiosi e che è quello degli impegni non mantenuti.

Perché se il conservatorio o il corso di giornalismo o quello di musicoterapia abbandonati, tutto sommato, visti da qui possono avere un che di folcloristico – be’ dai comunque a qualcosa quel poco che hai imparato ti è stato utile – altri progetti lasciati avvizzire per una graduale perdita di entusiasmo a scapito delle persone con cui erano partiti – band, riviste online e collaborazioni varie – meglio destinarli all’oblio della storia.

Per trasformare la stortura dell’inaffidabilità in un punto di forza ho pensato così di ridurre le aspettative. Riesco ad arrivare all’ultima pagina dei libri, e non vi dico la sensazione di compiutezza che provo quando li riporto in biblioteca. Sono in grado di resistere fino alla scena finale dei film che mi disturbano, perché ho imparato a convincermi che sono attori, quelli, mica persone in carne e ossa. Scrivo storielle che stanno in una paginetta, e per i romanzi sarà per un’altra vita. Per questo, la scuola primaria è perfetta per me. Dicono che la soglia dell’attenzione nei bambini non superi i 20 minuti e chi sono, io, per essere meglio di loro.

per pochi intimi

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Sono entrato in classe alla terza ora e sono rimasto a bocca aperta. Nemmeno ai tempi più duri del Covid mi sono trovato al cospetto di una scolaresca così sguarnita. Erano in dieci su diciannove. Poi Sandy è andata a casa per pranzo, Cecilia ha vomitato dopo la mensa (in cui ha passato il tempo addosso a Jasmin, tossendole più volte in faccia e con il fazzoletto sempre in mano, pronto a tamponarsi il naso sgocciolante, segno che domani i presenti saranno ancora meno, potete starne certi), così ho fatto avvisare i nonni. Infine, come se non bastasse, Anna è uscita alle 14.30 per una visita medica. Ho deciso di fare finta che, anziché essere una classe ridotta, fossimo una famiglia numerosa. Un papà con sette figli. Ho corretto i compiti del finesettimana e poi ho detto che non c’era occasione migliore di quella per farsi avanti per tornare su argomenti poco chiari, a partire dalle divisioni con il divisore a due cifre e il metodo del numero fortunato. Terminato il lavoro, mancava poco meno di un’ora alla fine. Ho preso qualche foglio e ho proposto un bell’allenamento con il compasso, quello di disegnare le palline di natale di carta da colorare con i pennarelli e appicciare sulla silhouette dell’albero che traccerò con lo scotch di carta sulla porta verde dell’aula. Ho messo un bel disco su Spotify al pc di classe – il nuovo ellepì di Santigold – e ho visualizzato sulla LIM qualche fantasia da riprodurre. L’atmosfera era surreale, per una scuola primaria. Hanno lavorato con impegno e nella massima serenità. Alcuni muovevano la testa a tempo con il ritmo, qualcuno faceva i versi alle canzoni facendo ridere gli altri, ma nell’insieme c’era un silenzio e una calma anomala rispetto agli standard a cui siamo abituati. Io ho girellato tra i banchi, ho addirittura indossato una FFP2 perché non si sa mai, anche se ho già fatto la quarta dose per l’influenza che c’è in giro sono ancora vulnerabile. Poi mi sono messo dietro a tutti, nell’ultima fila, seduto su un banco. Qualcuno si è girato a vedere che cosa facessi. Stavo lì a giocare a fare il bambino come loro, a cercare di ricordare cosa si prova, a pensare se ci fosse qualche motivo per chiedere alla mamma, il giorno dopo, di stare a casa, tanto in classe non c’è quasi nessuno.

M

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Le piantine delle metropolitane sono la sua principale ossessione. Ne ha una di quella di Londra incorniciata in bagno e, come se non bastasse, la grafica con le linee e i pallozzi colorati gli ha ispirato più di una campagna di comunicazione quando si occupava con me di pubblicità e marketing. Ci occupavamo della promozione dei corsi di una scuola professionale del centro che acquistava spazi soprattutto sui mezzi e alle fermate dell’ATM. Me ne ricordo una, in particolare, che diceva “il tuo posto è qui” perché i pannelli venivano posizionati proprio sopra a un sedile della metro (quello a fianco della porta centrale del vagone) con una freccia verso il basso e non credo sia il caso di spiegarvi il gioco di parole tra posto a sedere/posto di lavoro. Da quando si è trasferito a Milano – vi parlo di una ventina di anni fa – è stato testimone del forte incremento che ha avuto la rete dei trasporti pubblici sotterranei della città. Ha assistito all’inaugurazione della gialla che da Maciachini è stata prolungata sino alla Comasina. Poi è stato il turno della lilla, con i suoi convogli senza conducenti come quella linea di Parigi di cui più di una volta è stato un fiero passeggero. Quando la prende, ancora adesso, cerca sempre di sedersi davanti come fa quando va al cinema, per godersi lo spettacolo in prima fila della velocità sotto terra. Negli ultimi tempi so che ha seguito con curiosità il perimetro del cantiere della M4, documentandone le fasi fino alla storica giornata dell’inaugurazione del primo tratto tra Linate e Dateo. Quella linea tratteggiata che osservava sulle mappe nei convogli – il tratteggio nella cartografia urbana significa proprio il work in progress – ora sarà unito, almeno per un pezzetto. Lo incontro spesso alla stazione di Repubblica, lavora lì vicino, intento a contemplare la mappa di Milano facendo congetture su una metropolitana circolare – una sorta di grande circonvallazione sotterranea ad anello – in grado di collegare tutti i capolinea esterni per agevolare chi, come lui, vive in periferia.