super

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Per prendere con ironia il posto in cui abito dico che vivo in un appartamento con vista su un benzinaio Total, il che è vero anche se da qualche mese ha cambiato brand e ora, di notte, è illuminato con un sistema di neon color arancio ancora più sgargianti. Casa mia si trova alla periferia di un paese di periferia, sono a poco più di un km dal cartello che dà il benvenuto a chi arriva a Milano, e mi piace riferirmi in questi termini quando parlo con i miei vecchi amici liguri delle rispettive vite. Loro hanno case sul mare e fanno lunghe passeggiate alla sera con il cane sulla spiaggia, e per non farli sentire in colpa della loro fortuna cerco di sembrare amareggiato della scelta che ho fatto e ometto riferimenti ai dieci km quadrati di parco con i boschi e i laghetti che ho a qualche minuto da qui, il modello di raccolta differenziata dei rifiuti con i contenitori chiusi nei condomini – un approccio che toglie di mezzo i cassonetti in strada e tutti i roditori che li frequentano, il sistema sanitario efficiente, l’edilizia scolastica ecosostenibile, il mercato del lavoro che ti fa abbandonare le passeggiate alla sera con il cane sulla spiaggia – da cui comunque si vedono le ciminiere della centrale termoelettrica e numerosi cargo che transitano al largo in arrivo e in partenza dal porto commerciale, peraltro proprietà dei cinesi – perché comunque uno stipendio serve, la banda larga e altre facilitazioni della vita di questo tipo, per non nominare i soliti luoghi comuni degli eventi culturali, i concerti eccetera.

Ci sarebbe poi qualcosa da dire sull’architettura, per chi è appassionato come me. Anche la promiscuità di edifici residenziali e industriali è una peculiarità di questa parte dell’hinterland. A me non dispiace ed è molto più curata di certi capannoni diroccati con le reti del letto arrugginite usate come cancelli che si vedono nei posti dove sono nato.

Proprio a fianco del benzinaio – che poi non è proprio qui davanti ma leggermente più in là –  c’è uno stabilimento a cui si accede da un cancello industriale che dà sul parcheggio dietro casa mia. Non ho ancora capito che azienda sia, l’impressione è che sia uno spazio in comune tra più imprese ricavato dalla sede di una fabbrica che non c’è più. Dal parcheggio condiviso si accede al benzinaio attraverso un sentiero in terra battuta che scorre all’interno di un’aiuola.

Si tratta di un passaggio piuttosto frequentato perché il benzinaio comprende anche un bar con tanto di tavolini all’aperto con vista sulle pompe di carburante. La cosa che mi sorprende ogni volta è che c’è sempre gente seduta ai tavolini, come se fosse un locale in Via del Corso. Gente che fa colazione, mangia un tramezzino in pausa pranzo, beve il caffè, prende l’aperitivo. La strada su cui si trova il benzinaio è una specie di tangenzialina che impedisce al traffico da e per Milano di attraversare il centro del mio paese, quindi non è un certo un posto che invita a una sosta. Gli avventori del bar del benzinaio però non sono solo i clienti o i camionisti. Lo so perché riconosco gli impiegati che lavorano nello stabilimento a cui ho fatto cenno prima che, ribadisco, non so in che settori operi. Sul cancello non c’è scritto nulla.

Ieri sono passato a piedi lì davanti, malgrado la pioggia e il rischio di essere lavato da qualche veicolo in transito sulle pozzanghere ai lati della strada. Cento metri più avanti c’è un piccolo discount a cui mi rivolgo quando mi manca qualcosa di urgente e non ho voglia di prendere l’auto per andare alla Coop. Sono passato da lì, era il tardo pomeriggio, e ho notato un ragazzo vestito in completo business uscire dal cancello di quello che ho sempre creduto essere uno stabilimento, accompagnato da quattro ragazze molto belle, molto alte e molto in tiro, addirittura con calzature dai tacchi molto alti che, su quel sentiero in terra battuta, hanno messo alla prova il loro equilibrio e il loro portamento. C’era fango ovunque e bastava allungare un po’ il percorso sull’asfalto, seguendo il contorno dell’aiuola, per evitare quel disagio.

Il ragazzo le ha condotte verso il bar del benzinaio e, con fare cavalleresco, ha aperto loro la porta del locale che, potete immaginare, dentro è poco più di uno stanzino. La cosa mi ha sorpreso e ho proseguito per la mia strada, mi mancava la passata di pomodoro per preparare le polpette al sugo, e ho pensato che quella fosse una situazione su cui avrei potuto scrivere qualcosa. Cosa ci facevano quattro ragazze immagine – non erano modelle ma potevano appartenere a quella zona grigia di persone che lavorano con la loro bellezza ma non sono abbastanza raffinate per l’alta moda, non so se mi sono spiegato, tipo le hostess che si vedono agli eventi aziendali – in un posto così, mi sono chiesto.

Ho pagato i 45 centesimi della passata di pomodoro con il bancomat e ho percorso il tragitto a ritroso. Quindi ho sbirciato ancora dentro alla vetrine del bar. I cinque erano seduti all’unico tavolino all’interno, un tavolino alto in plastica con il brand di una marca di gelati circondato da sgabelli alti e un po’ pretenziosi, sorseggiavano flute di vino bianco con le bolle e sgranocchiavano noccioline dozzinali. Nel frattempo è passata un’ambulanza a sirene spiegate, io ho accelerato il passo per saltare in un punto in cui non avrei rischiato una lavata di acqua piovana stagnante che avrebbe sicuramente rovinato il momento.

blu completo

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Credo di aver sgamato una tecnica di marketing non del tutto trasparente adottata dalla filiale locale di un’agenzia immobiliare tra le più conosciute sul mercato. Hanno fissato con i laccetti di plastica alla ringhiera che delimita l’esterno del condominio in cui abito uno dei loro cartelli plastificati in cui pubblicizzano la presenza di un appartamento in vendita, nella versione in cui comunicano che l’immobile non è più disponibile. Una vistosa scritta trasversale “venduto” copre infatti i dettagli dell’annuncio. Il fatto è che non c’è nessuna casa in vendita e so per certo che non c’è stata alcuna transazione, di recente. Questo significa che sotto l’annuncio “venduto” non c’è scritto nulla – tanto comunque non si vede – e il cartello è stato messo lì solo per essere notato dai passanti che, in un momento in cui il mercato del mattone a Milano è letteralmente impazzito, si continua a costruire edifici nuovi con i boschi verticali e piazzare una modesta unità abitativa di periferia non nuova senza rimetterci è pressoché impossibile, dicevo che i passanti possono leggerlo e pensare “và che bravi, questi di XXXcasa, che riescono a vendere a qualcuno un appartamento di un posto come questo in cui non ci verrebbe a vivere nessuno. Che ne dici cara se contattiamo loro per mettere in vendita anche il nostro?”. Almeno, io l’ho interpretato così, un vero e proprio colpo basso dei misteriosi “men in blue”. Avrete credo fatto caso al fatto che, malgrado i colori aziendali delle più blasonate agenzie tendano al verde, l’outfit da battaglia tra gli operatori del settore, specie quelli che lavorano sul campo, impone un all blue. I men in blue hanno a malapena vent’anni ma si atteggiano ad adulti vissuti e girano rigorosamente con il tablet in mano. Mi sono chiesto come facciano quando piove e se non sia più conveniente ricorrere a uno zaino o una ventiquattr’ore anche se sono consapevole che, così, il tablet non si vedrebbe e la gente non coglierebbe la modernità del loro modello di business. In una borsa potrebbe esserci un’agenda cartacea o, peggio, il Tutto Città.

stato di pulizia

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Nel mio condominio abbiamo cambiato, da qualche settimana, l’impresa che si occupa delle pulizie. Una novità che mi ha portato a qualche riflessione. La prima è che è difficile valutare se chi pulisce le parti comuni di un edificio sia in grado di svolgere correttamente il proprio compito. Io passo per i ballatoi, scendo le scale e imbocco l’ingresso solo per uscire di casa o quando rientro e, in genere, non bado molto a quello che vedo. Nel primo scenario sono sempre di fretta, ho mille cose per la testa, spesso ho la differenziata da buttare che mi ingombra le mani, penso a dove ho parcheggiato il giorno prima e così via. Mentre rientro, invece, nella maggior parte dei casi sto tornando da scuola e ho la testa sottosopra, e l’ultima delle mie preoccupazioni va a ciò che mi circonda e ai relativi dettagli.

Ma, anche se mi impegnassi in una valutazione del livello di igiene, non saprei proprio da dove cominciare. Negli spazi di transito, dove camminano gli inquilini, i pavimenti tirati a lucido durano poco. Non capita mai di percepire cattivo odore, soprattutto da quando indossiamo la mascherina. Nemmeno quando la famiglia del primo piano trasferisce dai propri contenitori domestici i sacchetti della spazzatura sullo zerbino e li lascia lì, in attesa di gettarli nell’apposito vano condominiale dedicato al generico – una consuetudine a dir poco deplorevole – si sente puzza di qualcosa.

Non so nemmeno perché, giunti a un certo momento, un consesso condominiale deliberi un cambiamento di questo tipo, quali i presupposti, chi proponga un nuovo fornitore e con quali requisiti. In più, con il turn over che caratterizza le organizzazioni di questo settore, non mi sono mai preoccupato dell’avvicendamento tra gli operatori. Così, rendersi conto se l’appalto se l’è aggiudicato qualcun altro rispetto a prima, è pressoché impossibile. Questa volta, però, ci sono stati segnali espliciti.

La nuova impresa ha disposto, nel locale di accesso alla scale, un kit completo di prodotti igienizzanti, comprensivo di salviette monouso e di dispenser per il gel. Ieri, addirittura, è comparso uno di quegli erogatori automatici a pile con il sensore che attiva la discesa del prodotto quando rileva la presenza delle mani sotto. Spesso si vede a dar man forte al personale un signore avanti con l’età che dev’essere il proprietario dell’impresa o comunque un pezzo grosso a livello societario. Già due volte mi ha fermato nel portone per farmi notare le salviette e il gel messi in condivisione gratuitamente. Poi mi chiede se siamo contenti del servizio, che è una domanda a cui sinceramente non so rispondere. Voi che parole usereste se vi trovaste nella mia condizione? Io, lo sapete, punto tutto sulla gentilezza e sul dire agli altri quello che si vogliono sentir dire pur di non far soffrire il prossimo. Così gli rispondo che siamo davvero soddisfatti del modo in cui puliscono.

Addirittura qualche giorno fa mi ha chiesto se noto delle differenze rispetto a prima, e a quel punto sono andato in crisi perché, come ho detto prima, sono dettagli a cui non presto assolutamente attenzione. Ho cercato però di essere lo stesso convincente puntando su una cosa che, effettivamente, avevo riscontrato. Da quando fanno le pulizie loro è impossibile non fare caso a un profumo fortissimo, appena si apre il portone. Un odore di deodorante per ambienti che, probabilmente, è gradevole se profuso in quantità appropriata. Ma, in quel modo acriticamente massivo, risulta persino stucchevole. Il fatto è che non so se sia un problema mio, in quanto sono particolarmente sensibile agli odori, quelli buoni e quelli nauseabondi. Quindi non ho posto la questione con nessuno ma l’ho tenuta per me, anche perché temo che i vicini di casa che incontro più spesso siano tra i più accesi sostenitori del cambio di corso nella scelta dell’impresa di pulizie e, come dicevo, non voglio deludere nessuno.

L’uomo delle pulizie, anzi, il boss delle pulizie, mi ha chiesto se ho avvertito delle differenze rispetto a prima e gli ho risposto che sì, da quando sono subentrati all’impresa precedente c’è un profumo buonissimo di pulito. Ora, vi prego, fate tesoro della mia esperienza: mai dire a qualcuno che lavora nelle pulizie che gli ambienti che pulisce profumano. Il boss delle pulizie si dev’essere infatti un po’ risentito perché ha rimarcato il fatto che il buon profumo – che è una proprietà dei prodotti utilizzati – non è indice di un lavoro fatto bene. Anzi, il buon profumo potrebbe essere un sistema per dissimulare una pulizia approssimativa. Ci ha tenuto a evidenziare diversi particolari del loro modo di pulire un condominio e, malgrado fossi di fretta, non me la sono sentita di interrompere quella lectio magistralis.

Prima di congedarmi però gli è tornato il sorriso, come a chiarire il fatto che fino a pochi istanti prima era stato semplicemente serio e non irritato perché, quando parliamo del nostro lavoro, solo così possiamo trasmettere l’autorevolezza e la nostra esperienza nel settore, e mi ha fatto dono di una mascherina lavabile incellofanata che teneva nella tasca. Poi ne ha estratta un’altra, pochi istanti dopo, dicendo che era per mia moglie. Un gesto che mi ha colpito anche perché non so come facesse a sapere che sono sposato.

E il bello è che rincasando qualche ora più tardi, il profumo su per le scale era ancora più invasivo. Il punto è che nel mio appartamento, da qualche settimana, c’è un odore stantio che non capiamo da dove provenga. Un odore di chiuso, uno di quelli che si sentivano nelle case dei nonni quando eravamo bambini, non so se avete presente. Abbiamo pensato che la causa possa essere il detersivo che mettiamo a disposizione della signora che fa le pulizie da noi, perché l’odore è particolarmente forte proprio nel giorno in cui viene qui, ma non può essere. Anzi, il fatto che si senta più forte è forse dovuto al contrasto con il profumo di pulito. Potrebbero essere le piante che abbiamo in casa, che per qualche motivo ci stanno mandando dei segnali di sofferenza. Potrebbe essere una macchia di umidità che abbiamo scoperto nel corridoio, dietro l’armadio, in cui si è formata un po’ di muffa. Potrebbe essere il nostro odore perché stiamo diventando vecchi. Potrebbero essere delle entità aliene che si manifestano così e che nessuno può vedere o sentire in altro modo.

Così, se non fosse per il rischio di far scappare la mia gatta, lascerei la porta d’ingresso spalancata per far entrare un po’ dell’aria che c’è fuori di qui in cambio di quella che si respira dentro. Per fortuna l’estate è alle porte e a breve potremo lasciare finalmente le finestre spalancate, è sempre bello procrastinare la soluzione a un problema, quando non la si trova.

siamo a cavallo

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L’insegnante che tiene il corso madrelingua di inglese è completamente strabica, caratteristica che unita alla lingua che usa per rivolgersi ai bambini rende impossibile ogni comunicazione a scapito della didattica. I miei alunni non solo non capiscono cosa chieda ma nemmeno a chi si stia rivolgendo perché, in più, non si ricorda i loro nomi e spesso li confonde. Anch’io non ho proprio uno sguardo calibratissimo ma oramai con me hanno fatto l’abitudine. L’esperto che fa il corso di musica invece è un portento perché viene dal teatro e in più fa l’allevatore di cavalli. Ho googlato il suo nome e ho scoperto che usa un metodo che ha dell’incredibile. Li convince a coricarsi su un fianco e poi si sdraia sopra di loro, una tecnica molto fisica. Nel suo profilo ci sono persino diverse foto in cui assiste sua figlia mentre impara ad andare a cavallo. Ho pensato che dev’essere bello avere qualcosa da insegnare ai propri figli, una passione da tramandare. Persino quel cretino di mio cognato, che grazie alle tasse evase si è potuto permettere una moto da gran turismo che nascondeva nel fienile della nostra casa di campagna per non avere problemi con la guardia di finanza – naturalmente mi riferisco alla stessa casa di campagna che poi ha sottratto alla mia famiglia con una truffa, unendo quindi al danno la beffa – dicevo che persino quel cretino di mio cognato ha trasmesso a sua figlia la sua passione per la moto, peraltro comprando anche a lei una moto gigantesca, penso con gli stessi soldi ottenuti grazie all’evasione fiscale o comunque alla rendita della cascina di famiglia che ci ha sottratto con la truffa. Mia figlia, per dire, non suona e non corre, ma quando parla aspirando l’aria riproducendo quell’effetto da voce horror con cui solo io so stupire i miei interlocutori, un po’ mi commuovo.

primo maggio, sempre più coraggio

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Il concertone di piazza San Giovanni, tanto quanto Sanremo o l’Eurovision Song Contest, è uno di quegli appuntamenti a cui è impossibile rinunciare quando hai l’ossessione della musica come il sottoscritto. Dopo due anni di smart playing, o tele-esecuzione chiamatela come volete, finalmente musicisti e maestranze sono tornati per mettere in scena il più complesso live dell’anno. Se avete dubbi sulla sua difficoltà organizzativa, vi invito a darvi da fare per recuperare qualche testimonianza. Provate a pensare a uno spettacolo collettivo con così tanti partecipanti, ciascuno con le proprie esigenze tecniche, praticamente senza prove, che va in diretta sulla tv nazionale per quasi dodici ore. Roba da matti. Quello che è certo è che ogni anno lo seguo sempre più malvolentieri, un chiaro segnale che il gap anagrafico tra me e giovani d’oggi si fa sempre più incolmabile. Ecco un veloce resoconto della giornata, almeno fino a quando non ce l’ho fatta più e sono andato a dormire.

GO_A: l’edizione 2022 si apre con una band ucraina, musica interessante e prova che dal Friuli in là hanno tutti l’eurofestival dentro
BANDABARDÒ con CISCO: ci sta, se è il tributo che dobbiamo pagare per vedere un po’ di musica live in tv. Ma “Bella Ciao”?
SINKRO: una merda, probabilmente raccomandato dalla lobby della musica romana
i vincitori dell’1M NEXT 2022: si vede che i talent musicali televisivi hanno depauperato ogni altro concorso se in finale arrivano questi qui
RAMONA FLOWERS: ma.cosa.cazzo
MOBRICI: in quota chitarra e voce che al primo maggio è la morte della musica, il solito indie-inutile
BIGMAMA: la ascolto e mi viene in mente che ci vorrebbe un generatore random di cose da fare quando suoni dal vivo un pezzo su una base che ha una featuring e il cantante ospite non è presente sul palco
CLAVER GOLD: niente male, ma anche lui sulla base. A questo punto potevano risparmiare e non noleggiare la batteria e gli ampli degli strumenti
HU: è quella di Sanremo, ma più che una divinità senza sesso mi sembra una divinità senza voce
ROVERE: finalmente qualcuno sotto i trenta che suona, una specie di Lunapop del nuovo millennio ma in chiave pinguini cosi lì nucleari
VV: volatilissima
ANGELINA MANGO: avevo molte aspettative perché la seguo, in quanto apprezzavo il suo papà. Parla di cose come i walkman che sono entità che non gli appartengono ed è per questo che potrebbe sfondare tra i boomer come me. Ha scritto, come dice lei, un pezzo troppo profondo per il suo target. Si conferma molto raffinata, si vede che c’è una bella produzione, e il pezzo è suonato molto bene
MR. RAIN: ed è qui che mi chiedo: ma sono tutti uguali? Questo ha il coretto con una specie di bambini di Povia che fanno oh sotto, è il primo che fa due pezzi, così penso che dev’essere uno importante e mi chiedo come sia possibile
FASMA: esordisce con quattro AH, l’autotune sul rock fa ribrezzo ma vi giuro che sono uno a cui piace l’autotune. Pensa se fossi stato uno contrario al suo impiego. Mi trovo al cospetto di una specie di Blanco con venature di Achille Lauro, in pratica la sintesi della musica contemporanea. Il secondo brano ha uno sviluppo un po’ più originale, per fortuna.
DEDDY con CAFFELLATTE, un nome che fa paura solo a sentirlo a chi è costretto a cimentarsi con i “Me contro te” quotidianamente., la sola zuppa degli innamorati ragazzini che cantarappano.
MECNA: al millesimo cantante uguale a tutti gli altri inizio ad averne i coglioni pieni. Lui veste però in modo più originale e ha una band. Mi sembra una specie di coma cose ma senza le cose e suona una specie di cover di Raf che non si capisce perché prendere così i ritornelli altrui che già facevano cagare prima.
BRESH: ho perso il conto dei cantarapper, ma quanti ce ne sono? Mi dà l’ispirazione per pubblicare un post su FB con lo sfondo delle merde in volo. Poi però con la canzone dello svuota-tasche è riuscito a sorprendermi. Bravo.
RANCORE: bravo ma pretenzioso, fa rap per adulti ed è fuori contesto, di Caparezza ce n’è uno solo ed è ineguagliabile. In più parla solo a se stesso.
PSICOLOGI: partono con la chitarra, poi la stessa voce biascicata degli altri. Una generazione che, più che l’analisi, avrebbe bisogno della logopedia. Qui capisco che quello fuori luogo sono io, ma sto lavorando e tengo la tv accesa in sottofondo. Il ritornello è gradevole, ma le strofe due coglioni.
VENERUS è il primo decente e ascoltabile della giornata, porta il tizio della lega braccianti sul palco a festeggiare con un reggaettino per i lavoratori e solo per sapersi mettere da parte vince tutto. Poi suona “Redemption Song” anche se non ci arriva con la voce, così fa finta che il microfono non gli funzioni. Nel finale poi si riprende e addirittura si lancia in vocalizzi soul. Bravo.
COMA con le COSE, a me non fanno impazzire perché lui sembra una specie di Alioscia dei Casino Royale e hanno tutti i pezzi che sembrano “sì con riso senza lattosio” in versione downbeat. Poi arringano alla folla e con la seconda canzone mi viene il diabete. Fanno tre pezzi, si capisce che hanno fatto il botto. Il pubblico conosce i pezzi, ed è un bell’effetto.
No, le VIBRAZIONI no, vi prego, anche se finalmente c’è qualcuno che scalda il pubblico ed è triste ammettere che questo compito tocchi a dei vecchi di merda. Però aspettavo Giulia ma Gliulia non è immensamente arrivata. Peccato.
Con LUNDINI e il suo cantautorato demenziale tiriamo un po’ il fiato, anche grazie al TG3 e a tutte le sfortune di questo periodo storico.

LA RAPPRESENTANTE DI LISTA: finalmente si fa sul serio, questa sì che è una band da primo maggio, lei canta benissimo, sono il meglio del presente, sul futuro chi lo sa
MAX PEZZALI: mi fa così cagare che non lo commento nemmeno. Poche cose mi irritano come le sue canzoni.
ARIETE: se si capisse cosa dice potrei anche scrivere due righe. Ribadisco: chitarra e voce al primo maggio NO. Però poi fa un bel discorsetto sull’amore e un po’ si fa voler bene.
COEZ: ritorna la formula rap melodico con la pronuncia delle vocali a cazzo, ed è subito voglia di coricarsi che domani si va a lavorare.
ORNELLA VANONI, un mito punto e basta, qualsiasi cosa faccia. Ma anche se non fosse così anziana. Il fatto è che dovrebbe scegliere canzoni più semplici e con tempi pari. O, se sono pari, non renderli dispari. Un plauso ai musicisti che sono riusciti a starle dietro.
NOTRE DAME DE PARIS: che merda
MARCO MENGONI, una grande voce svilita dai pezzi che fa, è la versione maschile di Annalisa e in più non ha suonato l’unica canzone bella che ha e che è una delle canzoni più belle mai sentite a Sanremo. Sprecatissimo.
CARMEN CONSOLI: conferma il suo stile inutilmente articolato e lezioso che me la rende ostica da sempre. Poi in questa formula “white stripes” con Marina Rei mi trasmette ancora più ruvidezza. Però ho pensato che entrambe hanno suonato nell’edizione del concertone a cui ho partecipato anch’io e chissà se, tra loro, parlano di me. Già me le immagino. “Hei, ti ricordi l’anno in cui ci siamo conosciute? Era l’edizione del Primo Maggio in cui ha suonato quel tizio che ora fa il blogger”.
TOMMASO PARADISO: già dalle prime note capisci che fa musica di merda prendendosi sul serio come nessun altro.
RKOMI: che poi è Mirko al contrario. Ambra cita per lui il testo della canzone popolare di Fossati. Ogni due parole ne salta una perché probabilmente sono parolacce e si autocensura, questo la dice lunga sui suoi testi. Sembra comunque musica semplificata per deprivati, una riduzione dell’arte per persone con gravi problemi di apprendimento. Poi nell’ultimo pezzo addirittura non ce la fa più e salta intere parti di strofa. Io boh.
Su LUCHÈ mi chiedo invece cosa facciano quelli che stanno sul palco davanti alla tavola apparecchiata con dei macchinari incomprensibili mentre i rapper cantano. Io mi porterei qualcosa da leggere. Comunque una merda anche lui. Ha avuto però il grande onore di indurmi a coricarmi, tanto il resto (LUCA BARBAROSSA con gli EXTRALISCIO, MARA SATTEI, GAZZELLE, FABRIZIO MORO che faccio fatica anche solo a scriverlo tanto mi fa cagare, ENRICO RUGGERI, ancora LE VIBRAZIONI e ACE con JOAN THIELE, VENERUS, GEMITAIZ e COLAPESCE) posso anche immaginarlo.

wet leg – s/t

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Stanchi del solito post-punk claustrofobico e di tutti quei cantanti-alfa che si prendono troppo sul serio? Il disco d’esordio delle Wet Leg è quello che fa per voi.

Come al solito ci volevano delle ragazze per dare una regolata ai bollenti spiriti nell’ambiente post-post-post-punk anglofono e riportare sotto a un ragionevole livello di guardia il tasso di testosterone nella musica – oramai fuori controllo – grazie a una sana dose di ironia tutta al femminile. Si chiamano Wet Leg e, in un colpo solo, sono riuscite a 1. risollevarci il morale dopo mesi di lagne depresse, 2. attutire la spigolosità degli aspetti più estremi del genere che professano e 3. ricondurre, con la loro immediatezza, l’indie-rock ai binari un po’ caciaroni che si merita, dopo le molteplici contaminazioni e seghe manieristiche – e i relativi sconfinamenti nelle cerebrali lande del prog e del math rock – di alcuni dischi che, negli ultimi tempi, ci hanno fatto a dir poco gridare al miracolo.

L’aspetto più convincente di questo duo scanzonato – e pronto a farsi in quattro per le esibizioni live – è l’approccio rilassato e un po’ come-viene-viene alla composizione, che è poi un modo di fare le cose tipicamente punk ma privo dell’aggressività, della ricercatezza artistica e di tutti i restanti rimandi agli archetipi del genere (a voi la scelta dell’accezione preferita, visto che parliamo di maschi e di musica e anche di maschi che fanno musica).

Vi sarete infatti accorti che le Wet Leg hanno messo subito in chiaro le cose con “Chaise Longue”, il singolo con cui sono piombate dal nulla in tutte le classifiche, un brano pubblicato ormai nove mesi fa e che ha lanciato il duo originario dell’Isola di Wight oltre le vette dell’hype della musica alternativa. Poco più di tre minuti tutti sullo stesso accordo e un testo zeppo di doppi sensi, a partire dal “Big D” preso a scuola fino al muffin imburrato, dopodichè è lecito chiedersi se, per il nome della band, ci sia una traduzione casta in grado di superare in autorevolezza la più letterale gamba umida.

Qualsiasi altra band sarebbe stata declassata a macchietta, con queste premesse, ma non quella di Rhian Teasdale e Hester Chambers. La naturalezza con cui le due Wet Leg realizzano hit in grado di rientrare fino all’ultima nota nei blasonati canoni della musica più in voga degli ultimi anni è sorprendente. Apprezzerete la fluidità dei brani e la sollecitudine con cui giungono a destinazione senza nemmeno un’incertezza. Per non parlare della varietà delle canzoni, prive di ogni rimando reciproco seppur modellate intorno a un marchio di fabbrica inconfondibile.

Dell’ultima infornata di dischi delle band protagoniste dell’ennesima British Invasion, di certo questo passerà alla storia come l’album più sbarazzino, e la cosa incredibile è che dietro le quinte dei suoni anche qui siede Dan Carey, produttore di Fontaines DC, Geese, Squid, Black Midi. E, credetemi, in “Wet Leg” – il titolo del disco di esordio è omonimo – non c’è un solo pezzo che non abbia la dignità di singolo, a partire da quelli effettivamente pubblicati prima del rilascio di questo straordinario full length.

Tralasciando il tormentone che celebra i fasti delle più prosaiche sedie a sdraio e sul quale oramai si è già detto tutto, pensiamo agli ammiccamenti di “Being in Love” o alla splendida “Angelica”, con il suo riff jangle pop di chitarra e quell’infernale giro strumentale di accordi nel ritornello, che ti si pianta in testa senza tanti complimenti.

E poi che dire di quanto calzi a pennello la citazione del riff di chitarra di “The man who sold the world” di Bowie in “I Don’t Wanna Go Out”, messa in risposta ai versi delle strofe. O il compendio di “New Feeling” e “Thank You for Sending Me An Angel” dei Talking Heads in “Wet Dream”, papabilissimo tormentone alternative per l’imminente stagione estiva. Ma la solare “Convincing”, da questo punto di vista, non è certo da meno.

E anche il lato apparentemente romantico delle Wet Leg, e mi riferisco a “Loving You” e “Piece Of Shit”, sembrerebbe convincente, se i titoli non ci preparassero ad altro. Ma, in generale, a proposito dei testi, non lasciatevi suggestionare dalla sfilza di dichiarazioni di espressioni esplicite davanti ai titoli su Spotify, una lista di E maiuscole che la dice lunga sul loro slang. Come si cantava negli anni 80, le ragazze vogliono solo divertirsi ma, se proprio è necessario forzare un collegamento con il decennio madre di tutto quello che ascoltiamo oggi, il pensiero si spinge fino alle Go Go’s e ai loro videoclip girati sulle berline cabriolet ma molto, molto più garage e con molto, molto meno rossetto. Altrettanto degni di nota il lungo urlo in “Ur Mum”, l’attitudine da cover band dei Fratellis di “Oh No” e le due tracce a chiusura dell’album, la scazzatissima “Supermarket” e la decisiva “Too Late Now”.

In questo duemila e ventidue che si sta rivelando una sorta di giubileo per l’indie-rock, a giudicare da ciò che è stato pubblicato e dagli album che ci separano dalle classifiche di fine anno, le Wet Leg e il loro s/t si assicurano un ruolo da protagonisti nella storia di un genere fin troppo longevo e prolifico, in cui il rischio di esporsi all’aria fritta o di suonare in modo superfluo è all’ordine del giorno. Sono rari i dischi in grado di far divertire dalla prima all’ultima traccia. In un momento in cui c’è davvero poco da star tranquilli, le Wet Leg ci concedono più di uno spunto per sorridere a tempo di musica.

valzer

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Zio Mario ha vissuto la rivoluzione portata dall’invenzione della stampa a caratteri mobili. Suo nipote Ernesto invece la trasformazione generata dall’Internet. So che qualcuno li ha sentiti discutere su cosa sia stato più disruptive, quale epoca abbia subito più conseguenze e chi, dei due, ne abbia ottenuto il maggior giovamento. Che c’è di strano, direte voi. Zia Piera, la moglie di zio Mario, lo ha colto in fragrante mentre si muoveva a passo di valzer viennese, con l’impianto stereo a tutto volume, sulle note una versione ben orchestrata di “An der schönen blauen Donau”. Dice di averlo visto passare di stanza in stanza con le braccia aperte come fossero ali di un gabbiano, il sorriso stampato sulla labbra di settantenne, farneticando esclamazioni di beatitudine da manuale come “questa sì che è vita”, tra una piroetta in tre quarti e l’altra. Una riduzione di un ballo di coppia a una versione da single, per intenderci, ma nella gravità della cosa i passi di danza erano certo l’ultimo dei problemi. Piuttosto, questa è stata la prima avvisaglia delle condizioni del contenuto della testa dello zio. Poi le conversazioni con parenti immaginari oppure reali, ma assenti a tutti gli effetti nel momento del dialogo, sono venute dopo e hanno dato alla zia il colpo di grazia al morale che l’ha condotta, suo malgrado, all’accettazione di un verdetto incontrovertibile.

Un vero peccato perché lo zio Mario, fisicamente, era in formissima. Aveva sempre voglia di sparare cazzate e per questo, se prima di allora aveva già dato qualche segnale di demenza o peggio, nessuno se n’era accorto. A posteriori, anzi, la reiterazione di certe idiozie strampalate e dei suoi giochi di parole che non avrebbero fatto ridere nemmeno un neonato avremmo dovuto prenderla come un segno inequivocabile perché, tutto sommato, al netto di certe volgarità da caserma lo zio ne sapeva sempre di nuove. Mi raccontava degli anni della RSI e di come se la fosse data a gambe quando le cose si erano complicate in eccesso per un ragazzino della sua età. Alla resistenza aveva preferito il fienile di un amico di famiglia che aveva una cascina nemmeno troppo sperduta e, l’unica volta che ha rischiato, è rimasto senza respirare sotto ai fornelli, separato dai tedeschi armati fino ai denti alla ricerca di ribelli e renitenti alla leva solo da una tendina ricamata dalla nonna Merita. Avevano perso un figlio, lui e la zia, ma di quella vicenda non ci ho mai capito niente. Non so nemmeno quanto fosse stato in sé quella volta in cui l’avevo incontrato sull’autobus mentre leggeva una rivista soft-porno senza preoccuparsi di nascondere le eloquenti foto – corredate da titoli decisamente espliciti – agli altri passeggeri. Mi ha ricordato di quando, da bambino, eravamo in vacanza insieme e aveva acquistato una copia di Panorama solo perché c’era la sua attrice preferita a seno nudo. Mi colpiva il fatto che, a differenza de L’espresso, Panorama puntasse sulle immagini osé ma non avevo capito che, pur essendo spesso accostate nelle vetrine delle edicole, tra le due testate ci fosse una sostanziale differenza di fondo.

appunto

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Quando scrivendo si inserisce un inciso, e con inciso intendo uno di quei periodi lunghi introdotti da una virgola in cui spiegate il concetto di cui state parlando (magari addirittura scendendo ancor più nei dettagli rimarcando qualcosa tra le parentesi) perché temete che arricchendo la proposizione principale di un doveroso chiarimento la frase poi si sviluppi all’eccesso risultando noiosa – per non parlare dei trattini per creare dei distinguo nella vostra esposizione, una formula che a me piace tantissimo ma che non tutti apprezzano soprattutto per il carattere talvolta equivocato in quanto in uso anche altrove, per esempio nei romanzi con l’obiettivo di separare i botta e risposta nei discorsi diretti – e quindi vi sembra un valido escamotage per fare un po’ d’ordine per delimitarlo poi al termine con una seconda virgola, dicevo che quando scrivendo si inserisce un inciso non è raro che poi si rischi di tirare per le lunghe, si perda il filo e occorra quindi ribadire ciò da cui si era partiti.

fateci caso

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Quando intervenite nelle discussioni, dal vivo durante una conversazione o sui social scrivendo un commento a un post altrui, e pensate di contribuire all’argomento ma non fate altro che parlare di voi stessi, fateci caso.

telemedicina

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Molte delle esperienze con i medici famiglia confermano il gap tra i dottori di una volta e i professionisti di nuova generazione. Il fatto è che quando le opinioni – siamo pur sempre nell’ambito delle chiacchiere da bar o, come si dice oggi, da social network – si assomigliano tutte e provengono da contesti diversi, il sentito dire può essere ricondotto al sottoinsieme delle cosiddette leggende metropolitane, anche se ci sono casi in grado di riservare sorprese: pensate a quando tutti dicevano che i socialisti erano ladri e poi si è scoperto che, un fondo di verità, c’era. Anche io conoscevo personalmente un socialista che è stato accusato di prendere tangenti, allo stesso modo in cui l’infallibilità del medico condotto che ha seguito la mia famiglia, dai miei bisnonni fino a me, almeno sino alla pensione, era fuori discussione. Mia nonna, nei casi più seri, gli portava confetture preparate in casa e barattoli di funghi sott’olio, una consuetudine così diffusa tanto da averla ritrovata a centinaia di km di distanza, quando mia suocera preparava i biscotti da donare al suo dottore di fiducia in occasione delle visite più delicate. In entrambi i casi si tratta di medici che hanno cessato la loro attività solo perché le forze non glielo permettevano più, sostituiti da due omologhi di nuova generazione. Il primo, che ha preso in carico i miei genitori, ha una seconda attività di medicina alternativa e cerca di intercettare i pazienti per dirottarli verso il suo studio privato. Il secondo, il mio attuale medico generico, non è male ma i nostalgici del dottore che l’ha preceduto sostengono che sia tutto un altro paio di maniche. È facile notare la sua passione perché, nel suo studio, ci sono centinaia di fumetti sistemati un po’ alla rinfusa. Gli ho chiesto che tipo di collezionista sia e mi ha risposto di rientrare nella categoria di quelli per i quali l’hobby rischia di costituire un’aggravante nel caso dovesse divorziare. Gli albi non gli stanno più in casa e così, per tagliar corto con la moglie che non ne può più di avere stanze invase da letteratura per ragazzi, se li porta al lavoro. Gli ho manifestato tutta la mia solidarietà: mi trovo al quinto ripiano della libreria in sala ricolmo di dischi e temo che, prima o poi, dovrò prendere in mano la situazione. Quando, con la mia famiglia, ci siamo accreditati a lui attraverso il fascicolo sanitario, al momento del passaggio di consegne dal medico che lo ha preceduto e che a detta di tutti non è stato mai rimpianto abbastanza, ho notato che aveva già a carico più di mille persone. Mi sono chiesto come sia possibile gestire una mole di pazienti così vasta. Non lo biasimo, quindi, se non riconosce la mia voce quando lo chiamo. Ci sentiamo ogni due mesi, quando gli telefono per avere la ricetta delle pastiglie per la pressione. Non so mai come esordire nella conversazione perché, limitando le telefonate esclusivamente in orari dedicati, è chiaro che lo sto contattando perché ho bisogno di una sua consulenza. Se vado subito al sodo mi chiede il nome per poter procedere. Se parto invece con un formale “buongiorno dottore, sono pinco pallino” mi sembra invece un approccio inutile, giacché me lo immagino pensare “e chi cazzo è pinco pallino”. Così ho trovato una formula completa che riduce i convenevoli ai minimi termini ed è efficacissima. “Buongiorno dottore, sono pinco pallino, un suo paziente. La chiamo perché ho bisogno della ricetta del valsartan 160”. Senza che proferisca alcuna risposta, sento solo il suo respiro e, sullo sfondo, l’inconfondibile rumore delle dita sulla tastiera di un pc. Nel giro di qualche secondo, sento la vibrazione nel mio smartphone, a conferma della ricezione via sms della ricetta digitale. Mi chiede se l’operazione è andata a buon fine e gli rispondo che è tutto ok. Uno scambio di pochi secondi in cui però sono sicuro che entrambi percepiamo quel tipo di entusiasmo che si prova quando la tecnologia fa il suo mestiere e che è unico per questo genere di soddisfazioni. Una transazione da una manciata di bit che riduce ai minimi termini la relazione umana. Io sorrido, pensando al progresso che ci ha permesso di evolvere dai funghi sott’olio e i biscotti fatti a mano a un paio di clic. E sono convinto che il dottore, contemplando in quei pochi istanti di attesa le sue pareti colme di fumetti, faccia lo stesso, prima di riagganciare nell’attesa della chiamata di un altro paziente.