crash

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È accaduto tutto in una manciata di secondi. Stavo scrivendo un post su Facebook con uno di quegli sfondi fantasia quando improvvisamente il computer si è bloccato. Digitavo il testo sulla tastiera ma nel monitor era tutto immobile. Mi sono accorto che c’era qualcosa che non andava ma l’istante dopo la schermata è diventata tutta nera e il pc si è come spento. È trascorso un altro secondo, sufficiente a scartare l’ipotesi dell’interruzione della corrente. Il portatile infatti avrebbe continuato a funzionare con la batteria. Nello stesso istante ho avvertito un silenzio totale ed è bastato un attimo per capire che la situazione era senza uscita. Ho capito subito che avrei dovuto mettere in salvo mia moglie e mia figlia da non so che cosa ma, un secondo dopo, anche fuori dal pc è diventato tutto buio. Ho pensato che quella fosse la morte, o forse la fine del mondo, come se qualcuno avesse spento un interruttore per farla finita. Sono riuscito a malapena a gridare con tutta la disperazione che avevo per chiedere aiuto ed è stato un istinto formidabile perché, facendo così, ho portato l’urlo fuori dall’incubo e mi sono svegliato, svegliando anche loro.

top

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Poche cose inducono alla tristezza come stendere gli indumenti indossati durante il viaggio da cui siamo appena tornati e messi a lavare per l’ultima volta, prima di riporli asciutti nel contenitore Ikea trasparente che va sul ripiano più alto dell’armadio, quello dedicato all’abbigliamento stagionale che si utilizza per poche settimane all’anno e che, per questo, è destinato alla collocazione più scomoda. Non solo perché si tratta di capi che mettiamo esclusivamente in viaggio, e il fatto che quando partiamo per le vacanze ci vestiamo decisamente peggio rispetto ai nostri standard non c’entra o comunque non è questo aspetto a cui mi riferisco. L’ultima lavatrice degli abiti estivi al rientro in città sancisce la fine delle ferie e il ritorno al lavoro almeno nello spirito e nell’umore, e a nulla serve il fatto che siamo ancora nel pieno della stagione più torrida della storia dell’umanità e basterebbe organizzarsi con qualche weekend per prolungare di qualche giorno la sensazione di vacanza. L’estate, al ritorno, è un capitolo chiuso. Lo stendino trabocca di top colorati e shorts sistemati in file ordinate, improbabili bermuda che si alternano a pareo e prendisole, i costumi e i teli in microfibra dai toni fluo, le t-shirt da campeggio. Il tempo di asciugarsi – con il caldo che fa è questione di qualche ora – e poi tutto sarà inghiottito dall’autunno, dal primo collegio docenti, dal conto alla rovescia verso le vacanze di Natale con, in mezzo, i risotti alla zucca, il foliage, l’uva, le cavallette sul balcone, le iscrizioni ai corsi che abbandoneremo prima della fine dell’anno. Suona già la sveglia alla sei del mattino, quando è ancora buio. Stesso trattamento per la cena, il telegiornale si avvia ai titoli di coda mentre una luce accesa torna a essere necessaria. La cosa strana è che è un ciclo che ritorna puntuale uguale come l’anno prima, eppure non finiamo mai di sorprenderci.

l’ultima cena

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I recenti due anni trascorsi in clausura ci hanno insegnato molte cose, a partire dal fatto che si può fare anche a meno di uscire. A seconda del posto in cui vivete, per fare una cosa qualunque finisce che si spende un’esagerazione quando, invece, non ci vuole molto per organizzare un aperitivo o una cena in casa e invitare gli amici, e se già praticate questa forma di ritiro sociale selettivo vi sarete fatti un’idea di quanto si risparmi e quanto ci si diverta di più. Certo, ci sono dei pro e dei contro ed è bene partire proprio considerando il bicchiere mezzo vuoto. Se non vi muovete di casa è facile che finirete per frequentare sempre le stesse persone perché l’isolamento abbatte le possibilità di conoscere nuova gente. E, alla lunga, fare sempre le solite discussioni logora un po’ l’idea del tempo libero come parentesi di piacevolezza tra le miserie del lavoro. Fate come me e provate a prendere appunti sulle conversazioni: quelli che non votano più PD, chi sta cambiando azienda, chi ha qualche nodo ancora da sciogliere con la propria ex, chi ti ripete per l’ennesima volta che la schiuma della birra è meglio lasciarla decantare lì dov’è. Se ci provate, vi troverete a smarcare punto per punto gli stessi argomenti all’occasione successiva, a meno che nel frattempo non si siano tenute le elezioni del 25 settembre che, con la vittoria della Meloni, probabilmente saranno le ultime e quindi il tema se votare o meno PD da allora in poi risulterà superfluo, in un regime nazifascista con i fiocchi e totalitario. D’altronde, gli amici – che in genere sono solo di centrosinistra, perché quelli di destra poi te li ritrovi in situazioni tipo Garage Olimpo mentre ti stuprano o stadio di Santiago del Cile con il mitra spianato o anche come quei due fratelli fanatici di arti marziali che uccidono a mani nude gli stranieri e l’amicizia va a farsi benedire – dicevo che gli amici occorre prenderli per quello che sono, come immagino loro prendano noi per quello che siamo, e questo dovrebbe essere un pro. Voglio dire, gli amici sono e resteranno sempre gli amici, quindi anche se a volte ci si annoia pazienza. E, a dimostrazione del fatto che anch’io preferisco di gran lunga scenari come questo, anche se si ripetono sempre uguali a ogni occasione, ecco il principale contro dell’andare a bere qualcosa con la propria bolla da qualche parte, nel senso di locali in cui negli altri tavolini ci sono seduti degli estranei. Se ci fate caso, gli estranei seduti negli altri tavolini sono ampiamente più giovani e più in forma di noi. Ok, ho capito cosa state per dire e parlo per me: gli estranei seduti negli altri tavolini sono ampiamente più giovani e più in forma di me. Ed è un fenomeno che non riesco a spiegarmi, quelli che non votano PD, intendo.

furore

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ho sb

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Qui sotto potete scrivere i nomi di tutte le persone che hanno cambiato idea grazie ai commenti che avete lasciato in calce ai loro post su Facebook o a seguito dei vostri interventi nelle discussioni sulle pagine di quotidiani o personaggi pubblici.

monotono

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Mia moglie dice che dovrei dare una rinfrescata alle cose che faccio. Mi conosce da vent’anni ed è chiaro che, non avendo io mutato di una virgola passatempi e interessi dal primo giorno in cui ci siamo incontrati, il latente rischio di risultare ossessivo nei suoi confronti alla lunga si è palesato come un dato di fatto. La cosa mi ha fatto riflettere perché alcune di queste attività le pratico da almeno altri vent’anni prima rispetto ai vent’anni trascorsi insieme, che in tutto fanno quaranta. Devo ammettere che il modo in cui le esercito si è evoluto nel tempo, ma l’ambito è sempre quello.

A me fare le stesse cose da sempre non mi pesa ma è evidente che, in condizioni di condivisione degli spazi e del tempo, un parere esterno sulle proprie abitudini può essere utile per ripensare la propria esistenza. Cambiare.

A me da solo non sarebbe mai venuto in mente di stufarmi per questo o per quello. In più ho sempre pensato che l’aspetto positivo di invecchiare fosse quello di poter atteggiarsi in modo inadeguato con la massima libertà perché la società si dimostra indulgente con le persone anziane ma, evidentemente, non è vero. Così è bene vedere il bicchiere mezzo pieno: il bello di ottenere punti di vista alternativi è proprio l’occasione per riflettere sui propri comportamenti, imparare dall’esperienza altrui o semplicemente aerare la mente con un po’ d’aria fresca quando gli anni iniziano a essere tanti e la puzza di chiuso prende il sopravvento. In questi casi è facile che l’istinto di sopravvivenza induca a negare l’evidenza e a dissimulare ed ecco perché, siete testimoni, andrò subito al punto per elencare le cose che dovrei interrompere per lasciar spazio ad altro, assumendomene la piena responsabilità:

  1. mi interesso e penso esclusivamente alla musica in ogni sua forma, a partire dall’ascolto e dall’accumulo di materiali di supporto e riproduzione
  2. scrivo su questo blog da un’infinità di tempo e con ricorrenza maniacale
  3. pratico solo la corsa come attività sportiva
  4. leggo sempre e solo romanzi di scrittori statunitensi contemporanei
  5. mi affascinano solo la lingua e la civiltà della Roma antica (ma anche le popolazioni italiche precedenti) con tutti gli annessi e connessi, soprattutto archeologici

Ecco. Già scrivere le proprie manie e rileggerle nero su bianco è un primo passo per l’emancipazione dalle consuetudini e da tutto ciò che rende ripetitiva la vita. L’obiettivo è quindi mettere temporaneamente in stand-by tutte queste cose e rimpiazzarle con altri contenuti che siano altrettanto totalizzanti.

Pensavo intanto a distogliere l’attenzione da me stesso e concentrarmi di più nel mio lavoro di insegnante, seguire corsi di formazione, dedicarmi al volontariato, tornare in palestra o comprarmi una mountain bike, scoprire nuovi autori italiani, partecipare attivamente alla politica locale, iscrivermi a un corso di scrittura creativa e a uno di teatro, frequentare un’associazione del territorio magari in ambito culturale. Ci sono anche attività di riserva, come imparare a cucinare bene, sottoscrivere l’abbonamento a una squadra di A1 di volley femminile, sostituire le serie tv con il cinema, riprendere a programmare software con linguaggi più attuali.

Ho appena riletto per correggere i refusi – chissà quanti ne ho lasciati – e ho deciso che questa lista di buoni propositi può anche chiudersi qui. Quante ne abbiamo compilate, vero? E quanti intenti sono rimasti irrisolti, pronti a farci sentire inadeguati a una rilettura successiva. Ho deciso così di prendermi qualche giorno per riflettere, questa potrebbe essere davvero la volta decisiva.

in quota

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Mi trovo all’aeroporto e vedo tutti altissimi. Se qualcuno si prendesse la briga di rilevare la statura media della gente il dato sarebbe sorprendente, a occhio supererebbe il metro e ottantacinque. Gente altissima di tutte le età, di tutti i generi e di tutte le tipologie di persone. Un giovane punk-metallaro con i capelli mossi medio lunghi, un look che sembra uscito dall’ultima stagione di Stranger Things, indossa un collare da cane con le borchie al collo e si è fatto tatuare – come una specie di trompe-l’oeil – del sangue che esce dalle ferite provocate dagli spuntoni. Mi passa davanti e mi sovrasta di due spanne. Al tavolino del bar c’è una famiglia di afroamericani con le treccine, sarà un pregiudizio ma danno l’idea di essere tutti giocatori di pallacanestro. C’è anche un enorme autista che parla al telefono mentre attende qualche uomo d’affari con un tablet in mano con su scritto il suo cognome e un omone tedesco vestito in un modo che in Italia nessuno si vestirebbe così e che è il più alto di tutti, almeno due metri e dieci. Poi in ordine di altezza c’è un altro papà che, come me, attende il ritorno della figlia da New York ma credo sia più giovane della mia perché nasconde dietro la schiena, oltre all’immancabile borsello, una di quelle confezioni giganti di Chupa Chups fatte a forma di Chupa Chups che vendono solo negli Autogrill. Gente normale desiderosa di riabbracciare i propri congiunti, tutti delle pertiche mai viste. Persino le suore sono fuori media. Io sono uno e ottantasei e quando ero alle superiori ero il terzo più alto della classe. Oggi, qui a Linate, mi sento piccolissimo ma forse è perché, nella fretta, stamattina ho dimenticato di prendere la pastiglia della pressione. Vorrei chiamare a casa e avvisare che ho le traveggole o che forse ho un attacco di panico incrociato con una di quelle fobie che ti mettono ko quando ti trovi al cospetto di un’opera di eccelso valore artistico oppure una costruzione gigantesca. Non stavo così male da quando mi sono trovato su un gozzo al largo della Tavolara a pochi metri da una nave da crociera. Anche la TV è proporzionata a questo standard, non so quanti pollici di risoluzione possa vantare ma di sicuro in casa mia occuperebbe l’intera parete del salotto. Si vede nitidamente anche dal fondo del settore degli arrivi. Non ci crederete ma è sintonizzata su un canale mai sentito che si chiama Telesia e sta trasmettendo l’oroscopo. Mi viene da controllare che sia davvero il 2022 e non il medioevo. Poi comincia un notiziario approssimativo spacciato per notizie flash che ci ricorda che si stanno avvicinando le elezioni più pericolose della nostra storia, così comprendo che il fatto di sentirmi così è sicuramente dovuto a quello.

jackie

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I centri storici, in Italia, non sono tutti uguali. Quello di Genova, se lo avete presente, è inconfondibile e deve la sua unicità a innumerevoli caratteristiche. Quella che mi piace di più è che è il più esteso di tutti ma, malgrado ciò, non è tutto un saliscendi come quei comuni medievali delle regioni del centro, grandi come uno sputo e in cui vivono quattro gatti. Eppure oggi sento la fatica nelle gambe mentre lo attraverso e non dovrei, per due motivi. Il primo è che sono allenatissimo, con tutti i km di corsa che mi sparo alla settimana. Il secondo è che è un sogno, e quando sogniamo ma sentiamo il nostro corpo, alla sensazione che proviamo grazie al nostro corpo si aggiunge la sorpresa di averlo anche lì, in quella dimensione completamente mentale.

In realtà inizio a essere stanco. Sto fuggendo da Jackie anche se so che i carruggi sono come una ragnatela e prima o poi me lo troverò di fronte. Prima di dirvi chi è Jackie è bene che sappiate che ho questa consapevolezza, cioè so perfettamente di andare incontro al mio destino, anche perché Jackie e io siamo co-protagonisti di una serie tv in cui ogni episodio ha sempre la stessa trama, come in quel film con Bill Murray in cui si sveglia ogni mattina nello stesso giorno della marmotta. La differenza è nel finale: ogni puntata si conclude con la stessa scena, Jackie ed io che ci spariamo con una pistola, ma l’esito di questa specie di duello cambia. Quello che vi sto raccontando è l’episodio numero due e ieri sera è andato in onda l’episodio numero uno che si è concluso con la mia morte quindi penso che, per rendere più equilibrata la sceneggiatura, questa volta tocchi a lui. Quello che dicevo prima delle gambe vale anche per le pallottole nel corpo. Cammino con fatica per il centro storico e ricordo benissimo il male che fanno quando ti trafiggono la carne fino a farti andare all’altro mondo, che poi nei sogni è un momento che coincide con qualcuno che ti sveglia.

Comunque Jackie ed io siamo due gangster. Fino a un po’ di tempo fa eravamo soci nei nostri affari illeciti. Poi è successo qualcosa e ora, a capo delle rispettive bande rivali, ci facciamo la guerra un po’ come in Gomorra. Scusate il fiatone ma sto accelerando il passo, malgrado gli sforzi di mantenere un’andatura sufficientemente spedita per mettermi in salvo. Mi sto dirigendo alla stazione di Genova Principe a prendere l’ultimo treno che mi porterà a casa. Nel tragitto succedono diverse cose che aumentano la suspense per i telespettatori. Incontro un dj nigeriano di cui non ricordo il nome. Metteva i dischi al Lukrezia, un localino dei vicoli dove ho anche suonato diverse volte. Ora sta mixando musica sotto un portico con un’attrezzatura improvvisata. Accanto a sé ha diversi scatoloni ricolmi di vinile e di musicassette. Anche se sono in pericolo di vita mi metto a scartabellare per trovare qualcosa di interessante. Mi chiede se cerco musica italiana e gli rispondo che no, ascolto hip hop e mi piacerebbe avere una copia in vinile di “3 Feet High And Rising” dei De La Soul ma la prima stampa costa una fortuna. In risposta mette il mio pezzo preferito, “Say no go”, di cui ho anche parlato qui.

Proseguo la mia fuga ma l’incrocio successivo, sono quasi in via Prè che, come sapete, è il vicolo più malfamato di tutti da sempre, mi è fatale. Accosta una macchina e, al volante, vedo Jackie – che poi ha le sembianze di Huggy Bear di Starsky & Hutch, avete presente? – con il suo cappotto color porpora e la pistola in mano. Qualcuno mi afferra da dietro e mi sbatte dentro l’auto che riparte a tutta velocità. Jackie ed io ci scambiamo qualche battuta cercando di capire quale sarà la scena finale che dovremo interpretare, questa volta.

Arriviamo in piazza della Nunziata a ridosso della segreteria dell’Università, o almeno dove si trovava ai tempi in cui ero iscritto io. Scendiamo, ho paura che toccherà ancora a me morire anche questa volta ma dentro mi sento la certezza che non andrà così. E infatti, dai gradini della chiesa di fronte, ecco arrivare il deus ex machina che, a dire la verità, non so chi sia e non so nemmeno che cosa c’entri con la storia raccontata nella serie. Ha una pistola e spara diversi colpi. Uno ferisce di striscio anche a me ma gli altri chiudono la questione.

Nel frattempo ha iniziato a diluviare. Sono vestito solo con due accappatoi in spugna uno sopra l’altro di due colori diversi, mi sanguina una gamba e devo spicciarmi perché tra poco l’ultimo treno partirà senza di me. Via Balbi, che è l’ultimo pezzo prima della stazione, si sta riempiendo d’acqua. Al mio fianco c’è ancora Jackie che si è ripreso, d’altronde nella finzione cinematografica si muore per finta. Figuriamoci in una serie tv per di più inclusa in un sogno. Lui vorrebbe finire la serata a bere una birra insieme da qualche parte ma io sono stanco. Cerca di insistere ma gli faccio presente sia l’ora sia il fatto che ho più di cinquant’anni e mi piace coricarmi presto. La mia età lo induce all’ironia, quindi si accommiata per continuare a far bisboccia da solo.

Finalmente posso correre ma non è per niente facile, con tutta l’acqua che scorre in senso contrario. Mi supera un autobus gremito di persone che mi guardano, d’altronde conciato così è difficile non dare nell’occhio. Il livello del torrente diventa preoccupante e l’autobus si trasforma intelligentemente in un traghetto. Questa potrebbe essere una soluzione efficace per i trasporti urbani di Genova, anche se non piove più come quando la frequentavo io. Mi fermo all’ultimo semaforo, ho le infradito ed è impossibile non bagnarsi i piedi ma cerco comunque un punto per attraversare restando all’asciutto. Un signore, a fianco a me, prende l’iniziativa: trova un ramo che poi è una specie di gondola e si mette a remare per arrivare all’altra sponda della piazza che ormai è un lago. Io provo a camminare lo stesso. Poi mi volto verso quel concittadino così intraprendente e scopro che è il sindaco Bucci. Gli chiedo conferma e, come in quel video passato alla storia in cui gli si chiedeva se fosse di lì, mi conferma la sua identità. Peccato che l’episodio finisca così, con il sindaco che prende il largo e io che cerco di non affogare. Al treno non arriverò mai, ma tanto sono sicuro che sarà stato in ritardo.

chiuso per ferie

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pelandrone

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Passiamo tutto l’anno a farci affascinare da documentari sui borghi più belli d’Italia realizzati con riprese effettuate con il drone e montate con musiche epiche e poi, quando li visiti affrontando dal basso impervie scalinate che portano a castelli diroccati con percentuali di inclinazione e dislivelli da paura, il tutto mentre ci sono quaranta gradi e lungo il dedalo di viuzze del centro storico non c’è nemmeno un bar aperto, l’effetto è controproducente. Le riprese con il drone costituiscono la nuova frontiera dell’iperrealtà, in cui quello che viene mostrato in tv è rappresentato in una forma ultra simbolica: il castello in alto sin troppo in alto, con le sue case medievali abbarbicate sulla roccia come un’emanazione dal potere che rappresenta, attraverso voli radenti che, sul divano di una qualunque domenica pomeriggio d’inverno, ti inducono alla scelta della meta delle prossime vacanze estive.

La colonna sonora risulta altrettanto stucchevole: i soliti quattro accordi mozzafiato, con le alternanze tra accordi maggiori e minori studiate a tavolino, in un tripudio di archi sintetici che vanno bene su qualsiasi scena pensata con l’obiettivo di convincere lo spettatore che qualcuno ha compiuto un’opera mirabile vincendo le sue stesse sfide con il coraggio e la fierezza di essere ricordato nei secoli a venire. Il tutto dopo la consueta orgia di carboidrati innaffiati dal prosecco del dì di festa per una condizione di ebbrezza – pronta a trasformarsi in pennichella – che contribuisce al pathos del messaggio trasmesso.

I nodi vengono al pettine solo qualche mese più tardi: il castello è lassù in cima, l’estate è quella più calda della storia dell’umanità, gli orari delle informazioni turistiche e delle attrazioni a cui sei diretto non coincidono con la roadmap della vacanza, in cui le stanze devono essere liberate entro le dieci del mattino e fino al pomeriggio inoltrato non c’è verso di fare un check-in come si deve. Non resta che concentrare la visita in quella parte del giorno in cui, specialmente nel centro e sud Italia, la gente normale giustamente rifugge la canicola e si gode la frescura delle abitazioni storiche di proprietà ereditate dai bisnonni che si spaccavano la schiena nei campi. Le rampe sono importanti e di una categoria che noi turisti di pianura le vediamo solo nelle illustrazioni di Escher, con l’aggravante di non essere per nulla attrezzati per quel tipo di esperienza in cui si mescolano botteghe di artigiani con scalate ai borghi in quota che imporrebbero scarpe tecniche e abbigliamento almeno del Decathlon.

Il risultato è l’umiliazione delle aspettative. Nessuno suona la musica che ci motiverebbe a superare i nostri limiti per conquistare la torre più alta e la vista da sotto non è certo la stessa che ricordavamo dal documentario, quando una telecamera si librava come un nibbio sulle più alte pendici del maniero normanno. Le riprese con il drone vanno a colpire una zona vergine della nostra emotività limitrofa alla sensazione di vertigine, in quell’istante a ridosso dello sconfinamento nella paura dell’altitudine, in cui la finzione televisiva ci lascia credere di essere altrettanto audaci. Ci dimentichiamo che i documentari sono marketing allo stato puro e che poi, il prodotto, è ben altra cosa dalla foto che lo ritrae sulla confezione. È una moda. Si sgonfierà, prima o poi.