invidia gratinata, al forno e mille altre ricette veloci

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L’invidia non dovrebbe avere una connotazione negativa, a meno che uno non si metta a denigrare con altri l’oggetto del suo astio con l’obiettivo di screditarne la reputazione e, magari, il secondo fine di scalzarlo nella posizione che ricopre. Questo è da stronzi.

L’invidia, quando la tieni tutta per te, è un sentimento comunque meschino ma del tutto personale e non genera conseguenze. In questo caso, quando non lo diciamo a nessuno, la persona che invidiamo continua a vivere la sua vita e a fare le sue cose – che ci piacerebbe fare noi – senza problemi. Certo, a volte vorremmo che ne avesse, di problemi, ma tutte quelle teorie secondo cui se pensi una cosa poi si avvera succedono solo nei film per ragazzi. E l’invidia, a meno che non siate pazzi criminali, non è che vi porta a ordire trame volte a fare male all’oggetto della vostra invidia. Se lo fate è perché vi dà di volta il cervello a prescindere dall’invidia. Per questo mi eleggo portavoce di un movimento per l’emancipazione di un salutare sentimento di invidia per fare, dei rosiconi come me, delle persone normali che nutrono sentimenti invece ammessi dalle convenzioni sociali. Un ruolo di rilievo, che magari susciti la vostra, di invidia. D’altronde l’invidia è un’ammirazione un po’ amarognola ma che, a osservarla da vicino, condivide lo stesso substrato della stima e del riconoscimento dell’autorevolezza di qualcuno.

trent’anni di garanzia

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Io vado in ansia con i prodotti surgelati acquistati nei supermercati dei centri commerciali. Per questo ho elaborato una strategia che consiste, sostanzialmente, nel metterli nel carrello solo alla fine dell’esperienza di spesa. Non sempre i congelatori sono ubicati in prossimità delle casse e, in quel caso, ripercorro a ritroso la naturale disposizione degli scaffali facendomi largo tra gli altri clienti che, invece, seguono il tracciato pensato dagli esperti di marketing della GDO.

Non so quanto tempo possano sopravvivere fuori dal freezer e osservo code di gambero, pizze, barattoli di gelato, minestroni e merluzzo impanato come un pesce rosso qualunque abbandonato all’esterno dalla sua boccia piena d’acqua. Ai surgelati manca il respiro, soffocano a contatto con l’aria e bisogna mangiarli subito. Se fosse davvero così lo spesone bisettimanale mostrerebbe tutti i suoi limiti. Le scorte che perdono la loro funzione primaria, quello di poter essere conservate dentro la confort zone della data di scadenza e soprattutto un pranzo e una cena contigui all’insegna del junk food.

Ma se oltre al supermercato avete pianificato un passaggio da Sephora, da Intersport o da Cotton&Silk meglio farlo prima della spesa. Per i vostri surgelati, esposti in eccesso alle luci impossibili dei negozi della fast fashion, sarebbe il colpo di grazia. C’è poi il concetto di sotto-Natale, che per i centri commerciali significa un lasso di tempo che va da fine ottobre a carnevale. Sotto-Natale nei centri commerciali ci sono persino le bancarelle come ai mercatini di Bolzano. Lo so perché mi sono fermato da un sedicente artigiano del cuoio che vendeva portafogli, borse e cinture come se le facesse solo lui e nessuno avesse mai contrattato il prezzo con i milioni di commercianti di uno dei generi di articoli al mondo che hanno subito maggiormente l’industrializzazione della taroccatura.

Mia moglie si ostina a valutare acquisti per nostra figlia malgrado non abbia ancora imparato che comprare un capo di abbigliamento al buio per una diciottenne è buttare via i soldi. Comunque, mettiamo lo stesso una manciata di cinture di colore, texture, tipo di pellame e fibbia diverse uno vicino all’altra e al proprietario della bancarella, che dice di farle lui e che addirittura setaccia i mercatini dei rigattieri alla ricerca di modelli vintage da ricopiare, già gli viene l’acquolina in bocca. Nessuno, a parte noi, comprerebbe mai qualcosa in una bancarella ubicata in uno spazio di passaggio di un centro commerciale perché l’artigianato perde tutta la sua portata di genuinità. Chi gestisce i centri commerciali organizza questi mercatini come opera di redenzione per aver affossato il commercio al dettaglio ma è ancora peggio.

Il sedicente artigiano mi dice che la cintura di cui sto valutando l’acquisto è coperta da una garanzia di trent’anni. Io subito non mi rendo conto del significato di questa sparata. Poi però quando cerca di contenere la richiesta di sconto di un altro acquirente interessato come me alle cinture, considerando che a quel punto se concede lo sconto a lui dovrà concederlo anche a me, e gli conferma i trent’anni di garanzia, e l’altro acquirente scoppia a ridere facendogli notare che tra trent’anni magari saremo tutti morti da un pezzo o, comunque, chissà che fine avremo fatto, penso anch’io che proporre una garanzia trentennale come extra compreso in un prodotto di quel valore è controproducente, per non dire una fanfaronata. Che ce ne facciamo di una cintura in cuoio con la riproduzione di una fibbia vintage coperta da trent’anni di garanzia?

Ho la pazienza agli sgoccioli ma mia moglie si perde via a fare le foto alle cinque o sei cinture frutto della selezione e a spedirle via Whatsapp a nostra figlia che però è a scuola e, di certo, non può mica rispondere e indicarci quale preferisce. Così propongo una soluzione equa per tutti: le bancarelle resteranno per qualche settimana? Bene, abbiamo tutto il tempo per ripassare con lei, così potrà scegliere la cintura più adatta e, addirittura, permettere all’artigiano di tagliarla della misura giusta senza costringerci a doverci rivolgere al ciabattino in paese, in settimana. L’artigiano capisce che l’affare sta andando in fumo perché nessuno torna lì mai due volte. Ma il rischio d’impresa è così, non a caso faccio il dipendente pubblico.

La soluzione equa per tutti di cui sopra si rivela per niente equa per l’artigiano, ma il fatto è che le confezioni dei prodotti surgelati sembra che si stiano inumidendo in eccesso e non è certo un buon segno. Si sta per avverare uno dei miei peggiori incubi. Sarò costretto a divorare code di gambero, pizze, barattoli di gelato, minestroni e merluzzo impanato per l’intera durata del weekend, pagando molto salato il prezzo di questa eccessiva disinvoltura nella vita. Del resto, quali cose avete mai comprato con trent’anni di garanzia?

poco convinted

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Gli spot delle ennemila app per vendere la propria roba usata la fanno facile. Fai la foto alle scarpe che non metti più, ai jeans che ti vanno più bene perché la pandemia ti ha inquartato, al vaso che ti ha regalato il tuo ex e che ingelosisce il nuovo moroso. Poi decidi il prezzo e la metti su queste specie di Tinder del commercio di seconda mano e nemmeno il tempo che finisce lo spot te ne sei già sbarazzato. Ci sono però dei fattori intermedi che la pubblicità, che giustamente deve comunicare un modello e un mondo delle idee in cui tutti riescono a fare tutto, non prende in considerazione.

Intanto vendi una cosa se c’è domanda e non se c’è offerta, il mercato – anche se è delle pulci – funziona così, perché a regalare o a gettare nei contenitori della solidarietà sono capaci tutti.

Poi c’è il problema della spedizione. Se fossi uno startupper ossessivo compulsivo aprirei un’impresa che si occupa di spedizioni chiavi in mano per le app come Vinted e compagnia bella. Il venditore non deve fare nulla, nemmeno preparare il pacco. Prenota il ritiro, arriva questo corriere liquido, un po’ rider e un po’ due punto zero, che si prende in carico la spedizione, la incarta, la porta alle Poste, si spara la coda al posto tuo e spedisce il tutto per te che hai pagato un forfait. Ma non ho mai avuto il senso degli affari e questa parte del processo è una rottura di maroni senza precedenti.

Per dire, io una collezione intera di Dylan Dog e di quell’altro indagatore del futuro di cui mi sfugge il nome, centinaia di CD, due giradischi, capi di abbigliamento di due taglie fa e un sacco di altra roba di cui vorrei disfarmi ma l’idea di dover calcolare il costo comprensivo di spedizione, quindi di fare ogni casistica per ogni cosa, mi fa desistere ogni volta. Per questo quando vedo gli spot di questo tipo che la fanno facile mi chiedo chi ci caschi. Non lo metti più? Mettilo su Vinted. Certo, poi bisogna vedere se qualcuno te lo compra e, ancora prima, se ho voglia di portarlo all’ufficio postale.

mani in alto

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In molti la chiamano “mensa inferno”, un po’ perché potrebbe essere il set per una bolgia dantesca e un po’ perché certe manifestazioni, come la minestra di riso e prezzemolo vomitata sul tavolo e nei piatti dei compagni di classe da parte di qualche palato sensibile in eccesso, potrebbero richiamare le più celebri pellicole con Satana protagonista in visita, sotto spoglie non sempre riconoscibili, dalle nostre parti.

In realtà da una mensa di bambini della primaria non ci si può certo aspettare un’atmosfera da ristorante stellato, anche se il cuoco della società che ha in mano l’appalto passa con le sue crocs bianche e il cappello da talent enogastronomico a fine pasto per chiedere, a noi insegnanti, se è andato tutto bene. La qualità non è delle peggiori, anche se mi è capitato di mangiare certi piatti che, per farli insapore, bisogna proprio impegnarsi.

Da quando c’è il Covid le cose sono un po’ cambiate perché osserviamo due turni e, di conseguenza, la densità abitativa di quello che, a parer mio, è uno degli ambienti dal maggior rimbombo acustico mai visti sulla Terra, ora è dimezzata. Il risultato è che la mensa è un po’ meno mensa inferno e, con gli avventori che vi soggiornano indossando la mascherina, sembra più la pausa pranzo di un lazzaretto che una scuola. Nonostante ciò, noi insegnanti – che ora mangiamo isolati in una postazione individuale separati anziché in mezzo ai bambini come prima, che era una cosa divertentissima – cerchiamo di mantenere il più possibile ordine e silenzio.

Il fatto è che i bambini, dopo cinque ore di lezione, hanno voglia di chiacchierare tra di loro. Del resto il rito del convivio lo abbiamo inventato noi adulti. Immaginate che palle stare a tavola con dei musoni che non spiccicano una parola. Nei giorni in cui mi trovo a pranzo in compagnia di Teresa che ha l’altra terza e di una collega della quinta che so che la pensa come me, lasciamo abbastanza correre anche quando i nostri alunni fanno un po’ di confusione. Il lunedì invece c’è la maestra Danila che già di per sé non è molto simpatica e, in più, è particolarmente rigida nel rispetto delle regole.

A scuola da noi c’è un’antica usanza che è quella di far alzare la mano a tutti i bambini in mensa quando si supera il limite dei decibel tollerato dall’insegnante. Bambini e insegnanti alzano la mano e sospendono il pasto. Per me non è problema, perché anni di punk industriale a un volume inumano in sala prove mi hanno reso mezzo sordo e con l’acufene. La maestra Danila invece ha una soglia di sopportazione molto bassa e basta una risatina sopra le righe per farla scattare in piedi sui tacchi con la mano alzata. Nel giro di qualche secondo il clamore sfuma verso il silenzio e lascia il posto alla solita paternale con quel tono da maestrina gnegnegne che, davvero, sopporto a fatica. Devono alzare la mano tutti, bambini e maestri, per riportare la quiete e, terminato il sermone, si può continuare a mangiare in pace.

Quest’anno ho deciso di non seguirla più in questa pratica fuori dal tempo. Non la seguo più perché a pranzo ho voglia di farmi i cazzi miei, come tutti i miei alunni. Resto pronto a zittire chi si mette a riprodurre i barriti come fa Marco che è un provetto imitatore di animali, ma per il resto, se i bambini hanno voglia di chiacchierare, li lascio fare. Maestra Danila alza la mano, tutti alzano la mano, io continuo a mangiare, ho fame, sono in pausa pranzo, e se fossi al tavolo con i miei alunni li guarderei negli occhi mentre tengono le mani in alto e solleverei invece le mie sopracciglia, come a dire che maestra Danila ha ampiamente rotto i coglioni.

l’area Expo dal ponte di Cascina Merlata il due di novembre

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Come si chiama quella sensazione delle giornate che iniziano a farsi fredde ma, a causa dell’escursione termica dovuta alla stagione, solo verso sera dopo un pomeriggio di sole e, quindi, l’abbigliamento indossato è ancora autunnale anche se la mattina presto e all’imbrunire le temperature scendono, non di molto, e nel frattempo è subentrata l’ora solare e stai viaggiando in macchina e hai acceso per la prima volta il riscaldamento e fuori l’orizzonte è tutto rosso per il tramonto con il cielo sereno e senti quel profumo misto a quella luce solo in quel momento lì in tutto l’anno?

firma qui per eleggere Alessandra Sardoni direttrice del TG7

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Non so se si possa fare tramite change.org o altri unicorni digitali che contribuiscono a trasmettere l’illusorietà della democrazia dell’Intenet, ma ogni volta che parte il TG7 e il triplice pippotto di Mentana (pre-titoli, sommario e poi le notizie, tanto che quando si arriva dopo un quarto d’ora alle notizie si sa già tutto e si può cambiare canale e mettere il TG1) mi chiedo perché il TG7 non abbia ancora promosso Alessandra Sardoni come direttrice del TG7 w regina incontrastata dell’informazione della rete in fascia serale. Ci sbarazzeremmo in solo colpo della personalità dell’attuale direttore, così esondante da occupare appunto simultaneamente i tre piani (quello dei pre-titoli, quello del sommario e poi quello delle notizie) di cui sopra, dei suoi eeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee anti-tartaglia prima di ogni parola e della sua mediocre ars oratoria, che prima di arrivare al punto trova deviazioni cento volte perché non gli vengono le parole più adatte. Capisco che Mentana sia un uomo e, quindi, un mansplainer come tutti noi uomini, però oggi purtroppo non basta più. Anzi, come quella pubblicità dei due fustini in cambio di uno, in coppia unitamente a Mentana cederemmo volentieri la riserva Paolo Celata, il rincalzo che si riscalda da Zoro a pronto a entrare in campo nei giorni festivi, un altro – come il suo boss – che non se la cava molto bene a parlare in tv. Non so invece se avete mai seguito la divina Alessandra su “Omnibus”, a mio avviso non c’è paragone, e non nel senso del giornalista grillista. Quindi anche tu firma qui – non so dove, indicativamente nei commenti qui sotto sennò vedete voi – per eleggere Alessandra Sardoni direttrice del TG7. Gli ascolti si impennerebbero.

a nastro

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Dopo la moda del vinile stanno tornando in auge le cassette e la cosa non può che farmi tirare un sospiro di sollievo. Colleziono dischi dalla seconda media (era il 1979 o giù di lì) e non ho mai assistito a un hype così clamoroso come quello degli ultimi mesi, in cui non si trova un vinile appena pubblicato a meno di ventiquattro euro su Amazon, per non parlare dei negozi di dischi e del vinile usato e vintage, con prime stampe a prezzi da capogiro. Qualche giorno fa mi sono imbattuto in una copia di “Fantastic Planet” dei Failure a 1600 euro, per dire. Il vinile (e i giradischi) sono la moda del momento e solo una sana bolla di musicassette, mangianastri e walkman può distrarre la massa e far tornare la gente con i piedi per terra e i collezionisti come me con il sorriso di un tempo.

Nella mia vita ho acquistato non più di un paio di musicassette originali e me ne sono subito pentito. Si consumano molto più velocemente di tutti gli altri supporti e i dispositivi di riproduzione necessitano di manutenzione continua. Le cassette le usavo come voi, solo per fare le compilation. Molti artisti, soprattutto alternativi, stanno tornando a commercializzare nastri, per questo oggi è considerato molto cool. Se quindi non resistete e volete darvi a questa nuova ossessione, vi consiglio di acquistarle e non scartarle nemmeno dal cellophane. Tenetele lì in bella mostra e continuate a usare Spotify o gli mp3 come sempre, così non si rovineranno e non perderanno il loro valore.

il limite dei 110 (percento)

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In questo momento stanno smontando i ponteggi della villetta in fondo alla strada, quelli che avevano una luce intermittente accesa tutta la notte e che dava un effetto pista di atterraggio nella piccola via che attraversa il mio piccolo quartiere alla periferia di un piccolo paese di periferia. Mi sono subito precipitato a controllare se i dispositivi di sicurezza di cui sono dotati i carpentieri siano conformi alla normativa vigente ed è in quel momento che mi sono accorto che la dismissione a cui stavo assistendo in tempo reale ha un doppio significato.

Intanto c’è qualcuno che vuole dimostrarci che le cose hanno una conclusione. Quelle impalcature mi sembravano su da un’eternità. Anche qui da noi, che malgrado qualche ritrosia abbiamo approfittato del 110% (che poi a me sembra una sorta di ossimoro numerico e che comunque non ho ancora capito se sia una messinscena oppure no) stiamo attendendo la posa del primo tubo innocenti (e non innocente, perché il nome viene da chi ha brevettato il sistema, l’ing, Innocenti, appunto) e lo stiamo aspettando con una diffusa inquietudine. Il nostro condominio sarà fasciato per la ristrutturazione del cappotto esterno e chissà per quanto somiglieremo a un’installazione di Christo, che non è un’opera della madonna. Non potremo avere piante sul balcone e il restare in casa sarà un essere chiusi in casa con una doppia protezione che, paradossalmente, ne dimezza la portata di sicurezza. Avremo persone che cammineranno davanti alle finestre come i protagonisti di quell’episodio di “AI confini della realtà” in cui una famiglia si ritrovava prigioniera in una casetta delle bambole di un’entità superiore, che poi era una famiglia proprio come loro ma in scala decisamente più grande. Una sorta di dimensioni-matrioske in cui non sai quale sia la più grande, una crescita e una decrescita all’infinito e lo so, non mi sono spiegato bene, tanto che il secondo significato che volevo scrivere dei carpentieri che smantellano i ponteggi già non me lo ricordo più.

Ah sì, ecco. Come saremo a lavori finiti? Che mondo troveremo là fuori? Le cose cambiano così tanto che i Måneskin aprono ai Rolling Stones, una notizia che detta così sembra che c’è qualcuno chiuso in casa, proprio come me con i ponteggi intorno, e qualcun altro che suona al campanello. In realtà aprire significa fare da supporto, che detta così sembra che sei una sorta di mensola e qualcuno o qualcosa ti si appoggia sopra e lo devi sorreggere. Per non parlare del supporto psicologico, e non sapete di quanto ce n’è bisogno dopo tutte questo su e giù con la mascherina e tutti tappati in casa per non rischiare il contagio. Fare da supporto significa invece fare da gruppo spalla, un po’ come l’apologo di Menenio Agrippa quando ci ha spiegato che tutte le membra hanno una loro funzione e che quindi bisogna lavorare insieme altrimenti il corpo smette di vivere. Che rischio per i Rolling Stones.

Comparse

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Non capita a tutti di avere un parente stretto assoldato per fare la comparsa in un film. Il papà di Roberta è uno nelle decine di bambini che si intravedono sullo sfondo delle vicende di Pierre Arrignon, il marinaio di Marsiglia interpretato da Jean Gabin ne “Le mura di Malapaga”. C’era poi l’amico di un amico, un’altra persona comune come me e voi che però aveva avuto addirittura un piccolissimo cameo in uno dei numerosi film flop di Celentano. Qualche giorno fa, invece, qualcuno in classe ha proposto l’ascolto di un brano e la conseguente visione di un video. La canzone era una tra gli infiniti pezzi stagionali che cadono fortunatamente nel dimenticatoio al solstizio o equinozio successivo, un format che va per la maggiore con la strofa semi-rappata da un cantante poco più che adolescente e il ritornello melodico interpretato da una delle migliaia di cantanti tutte uguali uscite dai talent.

Non ho fatto in tempo a completare il titolo nella barra di ricerca di Youtube che Vittoria ha alzato la mano per dirmi che, in quel video, si vedeva anche suo fratello. Ho appreso la notizia con entusiasmo perché è, a tutti gli effetti, una cosa piuttosto fuori dal comune. Ho detto a Vittoria di avvisarmi nel punto in cui compare e, anzi, le ho chiesto ti avvicinarsi al pc di classe per essere più pronto a mettere in pausa la riproduzione. Prima ci ha tenuto, però, a raccontarmi la scena per cui è stato ingaggiato: ci sono dei giocatori di basket e lui è uno di quelli. In realtà poi ho scoperto che non sono giocatori di basket ma ragazzi in tuta in cui poi l’abbigliamento sportivo nemmeno si nota perché sono ripresi in primo piano. Meglio così perché, grazie a questo plot twist, il fratello di Vittoria è perfettamente riconoscibile, nella frazione di secondo in cui la camera si sofferma su di lui. Almeno a lei, considerando che non l’avevo mai visto prima.

Qualcuno dei compagni di classe di Vittoria però ha preso la cosa come una sfida, perché il giorno successivo, nel corso di un nuovo ascolto/visione collettiva, alla fine del video – non ricordo nemmeno quale fosse – Nathan ci ha tenuto a puntualizzare che forse, e ha aggiunto forse, tra i numerosi volti che si intravedono sullo sfondo c’era anche quello di suo cugino. L’intervento mi ha fatto molto ridere, come del resto ogni volta che tra i bambini scatta la gara a chi la spara più incredibile. Gli ho detto che non mi sembrava possibile, soprattutto a ridosso di ciò di cui ci aveva messo al corrente – e soprattutto provato con i fatti – Vittoria. Allora poi Nathan, per non sfigurare, mentre uscivamo mi ha voluto dare un ragguaglio. Non era proprio sicuro che fosse suo cugino, ma era certo che il taglio di capelli fosse lo stesso.

i 10 migliori parchi per camminare a piedi nudi

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Non mi risulta che nessuno abbia mai chiesto a Fidel Castro, prima che morisse nel 2016, com’è andata la cena a casa di Victor Velasco – quella del 1997 – e la contestuale degustazione di knichi. C’è da dire che possiamo sempre contare sul prossimo appuntamento, e considerando che si tiene ogni cinque anni, manca ormai poco al 2022 e cercate di farvi trovare pronti e in forma per salire la scala a pioli che conduce alla mansarda del Greenwich Village. Quei fatidici cinque minuti tra la cottura e il lancio in bocca dell’antipasto a base di anguilla costituiscono ormai un rito che non tramonterà mai, ben più che una moda, alla faccia degli spritz e degli apericena. Poi tutti a cercare la migliore trattoria di cucina albanese della zona, ça va sans dire.