MAQUINA. – Body Transmission

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[questo articolo è uscito su Loudd.it]

Chitarra, basso, batteria e poche ciance. Piuttosto urgenti direttive, urlate come travolgenti intimazioni punk, comandi all’azione impartiti (con un piglio che non lascia scampo e che ricorda gli MC dei santuari della techno dei tempi d’oro) da una guardia armata di microfono e distorsore, in piedi sulla torretta di controllo di un campo di prigionia notturna, uno spazio in cui i forzati del rave party si dimenano, condannati a simulare, con adeguata solerzia, un feeling misto di regolarità techno e di caos tutto da pogare.

Una contraddizione solo sulla carta. Body Transmission è infatti un disco double-face e non certo per l’ovvia presenza di un lato A e un lato B. La duplice chiave di lettura consiste semmai nell’approccio all’ascolto: un album fatto di rudi e graffianti riff stoner e psichedelici se avvicinato nell’accezione rock blues, ma leggibili come frenetici loop eseguiti da esseri umani se, al contrario, ci convinciamo di ascoltare un disco della più eclettica EDM.

E una certa intransigenza la si percepisce già dal nome. MAQUINA., in caps lock e seguito dal punto finale. Scritto proprio così, come a dire zitto e balla, non sono ammessi contraddittori, o forse semplicemente a marcare il contrasto con il lettering scelto per i titoli dei brani resi completamente in minuscolo.

Halison Peres (batteria/voce), José “Mendy” Rego (basso) e João Cavalheiro (chitarra/effetti) sono i sacerdoti di questo nuovo manicheismo musicale e vengono da Lisbona. La formula non fa una piega. Loro hanno una innata predisposizione al live e lo hanno dimostrato partecipando a numerosi festival europei. D’altronde si cimentano in uno stile che sembra nascere proprio per catturare l’attimo con una frase di chitarra, un giro di basso o un pattern basato sugli elementi cardine della techno, e consentire che il brano vada da sé e si sprigioni attraverso l’esasperazione delle principali componenti identitarie contenute. Una sovrapposizione graduale fino a un punto di non ritorno delle parti strumentali, da cui si libra una sorta di audioguida, molto spesso effettata o distorta, a condurci verso l’esito desiderato.

Un modello da mettere in moto e lasciar sfogare all’infinito, ma che in Body Transmission ricorre magistralmente strutturato in tracce delimitate dalla lunghezza ragionevole. Una sorta di estratto di trance emotiva compresso in dosi omeopatiche ma che, grazie al flusso continuo fino all’ultima nota, rende pienamente l’idea delle potenzialità del trio che ha accettato la sfida del compromesso: sviluppare ad libitum le proprie jam session e trovare una durata rassicurante per il pubblico meno avvezzo alla club culture, con l’obiettivo di dare alle stampe qualcosa di esemplificativo di ciò che propongono.

Non a caso, è una traccia dal titolo “dança” che apre le danze, un incipit perfetto e che mette tutto subito in chiaro realizzato con la collaborazione di Viktor L. Crux alle macchine e dell’italiana Silvia Konstance alla voce, entrambi membri del duo industrial synth-punk Dame Area. Vi basteranno venti secondi (tre note in croce di chitarra, raddoppio all’unisono del basso, avvio della cassa in quattro) per indurvi a decidere da quale parte stare. E, di lì a poco, le furibonde urla dispositive, un vero e proprio marchio di fabbrica, per orientarvi meccanicamente a trovare la salvezza e, quando disponibile, l’uscita.

In “4-to-the-Floor” le note di chitarra, qui suonata con pennate a mitraglia, si riducono ulteriormente e l’andamento più metal e al contempo industrial ci sposta verso un territorio presidiato da Ministry e Killing Joke. “collapsing” è forse il brano più inquietante dell’ellepi, con tutti quei rumori e i botta e risposta di voce, tra ruggiti graffianti e folli declamazioni punk.

Decisamente interessanti anche i momenti in cui la varietà di spunti, tra strumenti tradizionali e mandate di effetti, genera risultati più articolati, come nell’ossatura centrale dell’album composta da “agony”, “bizarro” e “simulation”. Il riff grunge in sei ottavi di “step on me” sdogana anche i tempi meno convenzionali, ma non per questo meno coinvolgenti o addirittura in grado di spezzare il continuum, mentre la coda composta da “out of fear” e “pressure/pleasure” introduce a sviluppi meno intransigenti e a qualche automatizzazione esecutiva, spunti in grado di portare la sperimentazione dei MAQUINA. ancora più lontano.

Ne risulta un’opera astratta ma pensata per tradursi in forza motrice di corpi e di membra, un non luogo di scontro tra un dancefloor e un’area industriale dismessa e occupata illegalmente, in cui le corde che vibrano sfidano senza tregua le grezze pulsazioni regolari e costanti della batteria suonata in (e con) carne e ossa. Body Transmission è la testimonianza implacabile di una verve compositiva energica e allo stato brado, che solo un supporto materiale è in grado di domare. Dalla prima all’ultima traccia, i MAQUINA. non smettono mai di incutere paura, un sentimento cui è impossibile sottrarsi, travolti dal vortice dei loro cicli ritmici senza fine.

Ibeyi – Offering

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Dalla sequenza delle copertine dei quattro album che compongono la discografia delle Ibeyi (l’esordio omonimo, Ash, Spell 31 e l’ultimo Offering) è facile intuire il racconto della storia. I primissimi piani distinti delle gemelle Naomi e Lisa-Kaindé Diaz sul disco di debutto che si fondono, nel secondo lavoro, a formare il collage di un’anima unica, per poi separarsi di nuovo in ritratti incorniciati in medaglioni portafoto nel terzo, fino a tornare due volti a sé ma con le labbra rese inseparabili da qualcosa di prezioso, due visi stampati al vivo sulla cover della nuova uscita.

Veri e propri fotogrammi di un film la cui trama è sorprendentemente facile da ricostruire. L’arte al naturale dei primi brani che si fonde in uno stile unico e definito, per poi agghindarsi, magari per compiacere anche un pubblico diverso, non c’è nulla di male, per tornare infine alle origini ma, questa volta, con il valore aggiunto dell’esperienza accumulata in più di dieci anni di attività.

Il percorso di ricerca operato dalle due figlie (orfane a nove anni) d’arte – Miguel “Angá” Díaz, il padre, è stato un talentuoso percussionista che ha fatto parte di progetti come Afro-Cuban All Stars e Buena Vista Social Club e ha accompagnato, tra i tanti, Omara Portuondo, Ry Cooder e John Patitucci – riflette il multiculturalismo proprio dei discendenti della diaspora africana forzata dai commercianti di schiavi. Il background della cultura popolare e della musica legata ai culti yoruba (Ibeyi, nella lingua degli antichi, significa gemelle) si è nel tempo contaminato con gli ascolti di matrice afroamericana che trasudano i sobborghi delle città francesi. Un suono unico caratterizzato da alt-soul ed elettronica minimale che ha consacrato la coppia di artiste alla notorietà, dando origine a non poche collaborazioni di prestigio e culminando nel disco del 2022, un’opera ambiziosa e ricca di featuring che non ha ottenuto però il plauso che avrebbe meritato.

D’altronde il segmento in cui si collocano le Ibeyi è saturo all’inverosimile, ma il duo cubano-tunisino-francese non è il primo a ridefinire i confini del genere per ritagliarsi spazi incontaminati. Per questo, a quattro anni di distanza, Naomi e Lisa-Kaindé sono pronte a fare un passo indietro che non è certo di resa, semmai di compromesso con l’essenziale. Un rientro a casa, Cuba, e a un modo più intimo e spirituale di intendere la musica, a riscoprire la loro vera natura e il senso delle cose. Due sorelle nate dalla stessa cellula condivisa che hanno trascorso del tempo distanti per coltivare le loro diversità, per poi riunirsi, pronte a stupire con i suggestivi intrecci armonici, a tratti trascendentali, delle voci, gemelle tanto quanto loro.

E per due artiste cresciute con gli strumenti a percussione nel DNA, vi sorprenderà scoprire che nelle tracce di Offering il ritmo è quasi sempre accennato, volutamente sottopelle, se non tutto da immaginare. Eppure l’impressione è che le pulsazioni, anche le più astratte, siano forti e viscerali. Solo la cassa e qualche passaggio di tamburi sono sufficienti se a scandire il tempo sono i cori, come nell’evocativa “Olokun”, nella potente “Focus”, sotto la babele di lingue di “The Process” o tra le onde di synth di “Hurry Hurry”. In “Aset” e in “Baba” si avvicendano pattern minimali ma decisi di percussioni a farci vibrare di trasporto emotivo, mentre “Moshpit” e “Offerings” sono le più ipnotiche, con i loro beat a cavallo tra trap e modernissimo r’n’b. Completano l’album “La tendresse d’un mot”, “I Know You Loved Me”, “Good Life” e “Lucky”, composizioni diversamente aritmiche in cui, dietro alla voce sempre in primo piano, si percepisce un vortice di armonie e orchestrazioni, sintetiche e acustiche.

Offering fornisce la prova che la maturità artistica spesso coincide con la sottrazione: eliminare ciò di cui si può fare a meno per lasciare emergere ciò che davvero conta. Se la loro storia, fin dal primo album, è stata quella di due identità alla ricerca di un equilibrio, il nuovo disco costituisce il momento in cui quello sforzo sembra finalmente aver definito una forma. Non risolutiva, perché la musica non lo è mai, ma abbastanza coerente da farci intuire che il viaggio, questa volta, ha riportato le sorelle Ibeyi esattamente nel posto da cui erano partite.

Alewya – Zero

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La matematica, si sa, non è un’opinione. Ma il numero zero, sempre che lo si possa considerare un numero, genera spesso non pochi equivoci, soprattutto tra chi si accinge a imparare a contare. Il punto è da dove si inizia. Uno è la prima quantità a tutti gli effetti, ma allora dello zero e di quel centimetro tra le prime due tacche del righello che ce ne facciamo? D’altronde diciamo cose come ripartire da zero, mica da uno, per non parlare di quando premiamo il tasto dell’ascensore per tornare al piano terra. Il numero zero di una rivista, o di un qualsiasi format televisivo o radiofonico, la dice lunga sull’intento: proviamo a vedere come butta, poi, se la cosa funziona, possiamo tornare a far corrispondere le dita delle nostre mani ai conteggi ufficiali.

Questo perché il numero zero della produzione di Alewya, se andate a spulciare tra i dischi che ha pubblicato, a onor del vero corrisponderebbe con Panther in Mode, il suo EP d’esordio pubblicato nel 2021. Un disco di poche tracce non fa una grinza, secondo il criterio di quello che dicevamo sopra. Un’opera decimale, uno zero virgola una manciata di tracce (sei per l’esattezza) che però, sommata agli svariati episodi singoli che l’hanno preceduta e seguita, compone un intero fatto e finito.

Ad aumentare la complessità c’è poi la questione della multiculturalità di cui il sound, anzi, i molteplici sound di Alewya Demmisse, si sono nutriti.

Una raffinatissima songwriter nata in Arabia Saudita da padre egiziano e madre etiope, cresciuta in Sudan fino a quando, cinque anni più tardi, la famiglia si rifugia in Gran Bretagna. Un percorso decisamente segnante, con tutte le conseguenze che l’esperienza dello sradicamento e dell’adattamento in un contesto occidentale comporta, e che si conclude a Londra, la capitale honoris causa del mondo, la città che Alewya chiama casa. Un punto di partenza, un altro numero zero da cui muovere i primi passi verso l’ambiente delle arti visive e della moda che la condurrà a New York, per poi rientrare in UK e dare inizio alla nuova carriera, quella musicale, grazie all’incontro con il guru della drum’n’bass Shy FX.

Ecco perché l’ispirazione di Alewya attinge da un universo sonoro intercontinentale e a più latitudini. La componente mistica araba è di matrice paterna, mentre alle origini della mamma deve le influenze derivanti dalla musica popolare etiope e dal jazz di Mulatu Astatke. A questo si aggiungono i gusti del fratello maggiore assimilati tra le mura domestiche da ragazzina, ascolti che spaziavano dal rock alternativo alla musica elettronica, fino all’emancipazione e alla consapevolezza di una personalità a sé in grado di mescolare il proprio background con le più recenti tendenze (sia mainstream sia di nicchia) suonate dai dj nei locali di West London, così decisive da convincerla ad esprimersi in uno stile tutto suo.

Ma non dovete preoccuparvi, non ci sarà nessun jet lag a rovinarvi l’esperienza di ascolto. Fermate il mappamondo e mettetevi comodi, pronti per muovervi a ritmo, perché approcciare questo Zero è come bere un bicchiere d’acqua. Facile e pure rinfrescante.

L’album di esordio di Alewya è un disco con più anime che talvolta intrecciano simultaneamente diversi generi, ed è il caso dei brani più originali e riusciti. In altre tracce prevale invece un approccio stilistico forse troppo didascalico, a tratti esclusivo, con arrangiamenti appesantiti dai cliché delle produzioni a tavolino pensate per soddisfare i palati meno inclini alle contaminazioni, per un risultato un po’ al di sotto del resto. Canzoni senza dubbio più spendibili da un punto di vista commerciale, ma dal flavour meno riconoscibile.

Il disco si avvia con i canoni sufi portati all’estremo dalla trance e dalla sua spinta verso le armonie e melodie meditative nell’eterea intro “Simian Mountain” e, in perfetta simmetria verso la chiusura, dell’ipnotica “Eshi”, vera sintesi tra percussioni ancestrali su modernità dub. Nel corpo dell’album troviamo quindi un’ampia proposta di brani molto vicini alle sonorità pop e dancehall contemporanee, come “Runner”, “Night Drive” (che vede la collaborazione della musicista etiope Dagmawit Ameha), “Selah”, “Cairo FM” e “Lingo”, un linguaggio che riesce a spingersi addirittura nel più conturbante e ammaliante neo soul r’n’b di “Red Clay Luv”. Ma è con il resto della tracklist, in brani come “City Of Symbols”, “Maktoub”, “Intermission”, “Guttah” e l’outro title track “Zero”, che Alewya sembra essere più a suo agio, canzoni in cui unisce uno standing artistico ispirato alle prime produzioni di M.I.A. a una forma narrativa quasi epica, con melodie che si alternano a rime rap scandite con l’autorevolezza propria di chi, a causa del proprio vissuto, può mettere a confronto più versioni della stessa realtà.

Zero, nell’insieme, è un’opera ampiamente fruibile, la prova che i generi musicali altro non sono che costrutti, un pourparler, e che solo il loro superamento è in grado di costituire l’antidoto più efficace alla globalizzazione musicale. Alewya è una musicista difficilmente categorizzabile con un bagaglio di influenze fuori dal comune. Ne deriva un debutto adeguatamente ricco, un disco di buon livello artistico, un lavoro sufficientemente sofisticato frutto di una produzione ambiziosa. Se c’è un difetto, è quello di aver messo troppa carne al fuoco. Ma Zero è un numero zero: non pecca di mancanza di coerenza, semmai di curiosità.

Mei Semones, 21/07/2026, preview di Jazz:Re:Found, Circolo Magnolia, Milano

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[questo articolo è uscito su Loudd.it, foto (straordinaria) di Emanuele Esposito]

Ero arcisicuro che un album come Animaru, un disco che, alla sua pubblicazione, avevo consumato di ascolti liquidi tanto da assegnargli un più che meritatissimo nove, trasmettesse ben altre vibrazioni (oserei addirittura carnali) eseguito dal vivo. Sono comunque responsabilmente tornato su quanto avevo scritto per mettere meglio a fuoco gli aspetti di Mei Semones che mi avevano sorpreso allora, e confermare (o ribaltare, come dicono alla tv) un giudizio ponderato con un giudizio di pancia, a caldo (non appena evaporata, stemperata nel fumo di scena, l’ultima nota dell’ultimo brano dello spettacolo) su uno dei fenomeni più interessanti e originali del momento.

Ero arcisicuro, perché gli stili riconducibili al jazz prendono corpo nelle mani di chi li suona lì davanti a te, assumono sembianze di entità vive e pulsanti, creature selvagge addomesticate e rese mansuete che nascono e crescono in tempo reale tra più persone nonostante le strutture, i temi, le progressioni, le scale (ripidissime) all’unisono e le sostituzioni che si insegnano nelle scuole di musica. Pensate a quanti take si registrano, per ogni pezzo, prima di mettere insieme un album, e a quanti sopravvivono alla scelta spietata (vuoi più bene al papà o alla mamma?, un criterio scellerato) di quello più in linea con l’idea che hanno i musicisti che l’hanno composto ed eseguito.

Il fatto è che con Mei Semones le cose si complicano ulteriormente. La sua musica concentra l’evoluzione più avanzata e la concezione più moderna (e mai sentita) della fusion. Un termine che mai, come nel suo caso, calza a pennello. Una combinazione di mondi musicali e universi sonori (indie rock, jazz e jazz-rock, bossa nova, j-pop e songwriting) che coesistono esclusivamente grazie ai tracciati e alle trame delle sue non-canzoni. Fusion ma della variante multigenere, che potrebbe voler dire nulla se non fosse che solo la bravura, l’estro e la raffinatezza unica della cantautrice nippo-newyorkese rendono tutto questo credibile e leggero, un suono che – credetemi – visto e sentito live (con le sue radici ben piantate nel Berklee College of Music di Boston) risulta la cosa più naturale del mondo.

L’esibizione (quella al Magnolia di ieri e quella romana che l’ha preceduta sono le primissime in Italia) di Mei Semones, la sua voce, la sua chitarra e la sua band (Noah Leong alla viola, Claudius Agrippa al violino, Noam Tanzer al basso e Ransom McCafferty alla batteria, tutta gente che ha poco più di vent’anni ma che suona da dio) è quanto più di jazz contemporaneo sia possibile immaginare e, come tale, irripetibile.

Ci sono strofe e ritornelli reciprocamente complementari che si susseguono, spunti sia orecchiabili sia arroccati in tabulati chitarristici complicatissimi, parti più facilmente catturabili ma immediatamente frammentate da temi resi con la voce che doppia in scat la chitarra solista. La vibrante frequenza di stacchi, di stop and go, di destrutturazioni ritmiche è impressionante, e la frenetica scioltezza con cui la band disfa il brano per ricostruirlo da capo raramente fa perdere il filo del discorso al pubblico che stringe, con un palpabile affetto e in religioso silenzio, i musicisti sul palco.

Basso e batteria si rincorrono in questo labirinto senza perdersi mai di vista (e senza mai lasciare sguarniti della propria guida gli altri strumenti) connotando i generi via via toccati ora con i cliché più noti e ammiccanti (la bossa ha solo quell’andamento da manuale lì, e non potrebbe essere altrimenti, per dire), ora con interpretazioni decisamente libere e personali. Gli archi, infine, conferiscono un tocco cameristico ai momenti più acustici per poi reinventarsi decisivi nei passaggi in cui compensano egregiamente l’assenza dei tappeti di tastiere o, con certe armonizzazioni di pizzicato, la sicurezza pop di una chitarra ritmica.

Uno spettacolo nello spettacolo: ciò che, avulso dalle intense canzoni di Mei Semones, un giudizio superficiale e di posa potrebbe declassare a mero esercizio di stile, a supporto di una scaletta pensata per gestire magistralmente intimità e, al contrario, eclatanti esplosioni emotive, qui si consacra formula alchemica in grado di diffondere tra palco e platea un’atmosfera senza confronti. Il pubblico, attento, ammutolito e avviluppato nel complesso vortice delle canzoni, non esita un istante ad abbandonarsi fiduciosamente tra le articolate dinamiche dei pezzi, per restituire verso il palco il rimando dell’entusiasmo jazz profuso da Mei e dalla sua band.

Insomma, ero arcisicuro che quello di Mei Semones sarebbe stato un live pazzesco, e ieri sera ne ho avuto la decisiva conferma.

SETLIST

Itsumo
Kurayami
Tegami
Inaka
Kemono
Howl
The Flag Song (titolo in giapponese, Mei perdonami, questa è la traslitterazione di Gemini)
2 Hands
Towards Manhattan
Akumu / Senro
Kira Kira
Dumb Feeling
I can do what I want
Tora Moyo
Animaru
Rat with Wings
Zarigani
Kodoku
Sasayaku Sakebu

Mary In The Junkyard – Role Model Hermit

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[questo articolo è uscito su Loudd.it]

Nella loro bio su Instagram si definiscono “angry weepy chaos rock trio”, mettendo l’accento su una presunta indole arrabbiata, piagnucolosa e votata all’approssimazione. Tutto vero, ma occorre fare dei distinguo. La lunaticità, sicuramente un cliché tra i più giovani, in realtà tra questi solchi sembra controllata efficacemente e con strumenti decisamente poco punk come la viola e il violino, sonorità che in Role Model Hermit si confermano elementi costitutivi e non solo appassionanti cameo o vezzi pensati per enfatizzare i toni drammatici in alcuni passaggi cardine delle loro tracce, e non potrebbe essere altrimenti. Stesso discorso per la vena propria di chi si abbandona alla malinconia, un’altra posa da manuale, ma nel caso dei Mary In The Junkyard c’entra anche il timbro sempre un po’ dolcemente complicato e permeato di spleen di Clari Freeman-Taylor. Quanto alla componente sconclusionata, l’etichetta di art-rock, a cui la critica li riconduce, potrebbe trarre in inganno, oppure aver indotto la band a mettere le carte in tavola, ora che siamo giusto agli inizi, a scanso di equivoci.

Aggiungo che qualcuno dovrebbe vietare la pubblicazione degli album così smaccatamente invernali quando ci sono quaranta gradi, quando alla tv ci ricordano di non uscire nelle ore più a rischio e di bere tanta acqua, quando il mondo va alla deriva anche perché mettiamo i nostri condizionatori a palla. Che poi non è nemmeno una questione di latitudine. Non credo che, in pieno luglio, dalle parti in cui i tre suonano insieme sin da ragazzini (i quartieri nord di Londra, metropoli in eterno fermento, città prodiga di linfa innovativa di livello eccelso senza soluzione di continuità) sia molto diverso da qui. Role Model Hermit è un album da riprodurre giusto il tempo per incensarne la straordinaria bellezza, magari di sera quando la frescura lo permette, e poi da riporre con tanto di anti tarme nei cassetti tra i maglioni di lana che tireremo fuori quando ci cimenteremo nelle classifiche di fine anno e questo disco, statene certi, lo vedremo ai primissimi posti.

A supporto di uno dei timbri più originali e intensi della scena inglese contemporanea, che oltre a cantare eccelle anche per il modo in cui confeziona le sue avvincenti parti di chitarra, ci sono gli altri complementari due terzi della band: Saya Barbaglia, che suona il basso e si avvicenda agli archi con la stessa Clari Freeman-Taylor, e David Addison alla batteria. Un ensemble che sa il fatto suo nonostante la striminzita carriera che, a valle di un solo EP preliminare dal titolo This Old House con cui hanno attirato l’attenzione degli estimatori di band come English Teacher, Honeyglaze e Divorce (ehi, sembro proprio io!), mette a regime in questo debutto senza confronti tutti gli elementi fondativi di uno stile compositivo unico e, da oggi, meritatamente riconoscibile.

E, per non lasciare che la loro triplice autoclassificazione con cui si sono presentati al mondo vada sprecata, può tornarci utile impiegarla per una funzionale categorizzazione delle canzoni di Role Model Hermit. Partiamo dalla meno credibile, quella della confusione e del fare irritato, e non ho dubbi sul fatto che, in sala prove, possa costituire la loro quotidianità, ma, tra le tracce dell’album, di tutto questo si avverte davvero poco. Forse l’introduttiva “Mantra III”, in cui una manciata di parole è ripetuta ad libitum su una base poco strutturata, ma già la formula sacra insita nel titolo rende il richiamo alla suddetta catalogazione poco pertinente. Possiamo liquidare qui semmai i momenti più elettrici e rumorosi del disco, a partire da “Seek And Destroy” e la deliziosa ballad “Myrtle”, o quelli più ritmati come “Peter The Dog” o “New Muscles”, un brano che solletica una fantasia, quella per cui le Wet Leg abbiano scelto i Mary In The Junkyard come gruppo di supporto per il tour americano solo per fare una scenetta tra le due formazioni sul palco che simulano un incontro di boxe fingendo di suonarsele di santa ragione a ritmo di un mash-up tra “Catch These Fists” e questa canzone.

Ma da questo punto in poi, siamo dalle parti di “Crash Landing”, traccia sette ma una delle prime in quanto a fascino grazie anche al composto apporto di pad e arpeggiatori, ogni impeto di ruvidezza è magistralmente soppiantato dalle atmosfere più struggenti, in un crescendo di emozioni che rende il lato B del disco una vera magia. Chamber e dream pop, alt-country e atmosfere sognanti si alternano a completarsi nelle successive “Welcome Break” (con uno splendido arpeggio di chitarra dagli echi Radiohead), nell’indole unplugged di “Candelabra”, nelle percussioni e nei violini folk di “Thou Shalt Sprout” e nella straordinaria e conclusiva “Mouse”, il momento più alto del disco, vera e propria fiaba surreale raccontata con sonorità su misura dai toni post-rock e abbandonata a un maestoso arrangiamento di string sintetiche e archi veri.

E se Role Model Hermit nasce come punto di partenza, da un presente così convincente e riuscito è evidente che dai Mary In The Junkyard non possiamo che aspettarci un futuro radioso. La loro indubbia originalità, mai sopra le righe, va a colmare gli spazi che altri artisti contigui hanno lasciato eccessivamente in balia della sperimentazione autocompiaciuta e provocatoria. Le melodie cristalline e diversamene pop di Clari Freeman-Taylor sono così appaganti da dissolversi nello spazio e nel tempo, eteree e impalpabili, eppure capaci di raggiungere chiunque senta il bisogno di rifugiarsi nella sicurezza di canzoni come queste, frutto dell’estro di una delle band tra le più promettenti degli ultimi anni.

giorni da pecore

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Sul mostruoso Polifemo ricostruito da Nolan è chiaro che è il regista dell’Odissea ad aver ragione. Se un’entità è dotata suo malgrado (rispetto ai parametri terrestri) di un occhio solo, perché l’unico organo preposto alla vista dev’essere per forza orizzontale? E poi, giustamente, a quel punto non stona per nulla il naso messo per così, e ve lo dice uno che di asimmetrie facciali è cintura nera. Qualcuno – non io, statene certi – si sarà pur chiesto se, con membra di quelle dimensioni, il gigante più brutto dell’Italia meridionale sarà stato provvisto di un enorme schwanzstück, ma nella penombra della caverna descritta nel film non si capisce. Che poi, poveraccio, che vita avrà condotto il buon Polifemo prima che arrivasse un signor Nessuno a piantargli un paletto rovente nell’unica pupilla funzionante? Tutto solo con il suo gregge a produrre formaggio e a pascolare in quel luogo che, leggenda o no, è tutto fuorché bucolico, un paesaggio degno di un disegno di Mordillo, uno di quei posti in cui ti cade un masso dalle mani e ti tocca scendere fino al bagnasciuga per recuperarlo e poi ci lamentiamo che è stato teatro della diffusione della criminalità organizzata. Il punto è se, alla fine della storia, ci ha preso giusto Omero (o chi ne faceva le veci) che ha immaginato Ulisse pantofolaio o, al massimo, a seguire braccia dietro la schiena i cantieri di Itaca, Dante che invece lo spedisce oltre Gibilterra a sfogare la sua smania di conoscenza, Joyce che lo naturalizza irlandese a fare l’agente di commercio (ma ce lo vedete vagare in balia di Eolo alla guida di un SUV?) o con le sembianze di Matt Damon, tutto arrovellato nei suoi sensi di colpa per combinato un bel casino, per non parlare dello struggimento per la scelta tra Charlize Theron e Anne Hathaway (io Anne tutta la vita). Il film di Nolan è comunque imperdibile, ma – per una volta – sono il primo a dire che sarebbe stata più opportuna una serie tv, con tutto quel popò di sceneggiatura messa a disposizione di uno dei registi più talentuosi del cinema contemporaneo. Tutto superlativo e mai un qualcosa di troppo – effetti speciali, gente che si mena, passaggi superflui – anzi, semmai troppo poco. La scena preferita? I Lestrigoni, che nella storia della critica letteraria non si è mai cagato nessuno e qui, invece, sembra di stare dentro Guerre Stellari. E pure l’armatura di Agamennone/Batman non è da meno. Comunque mica male, questo Omero.

il flauto tragico

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Giuro che non ho scritto io il copy dello spot “The Dust Flute” che trovate qui, se avete un account Vimeo, ma il messaggio mi trova perfettamente d’accordo. Il flauto dolce, che purtroppo non si è ancora estinto, io lo bandirei da qualunque programma didattico per l’insegnamento della musica a scuola. Anzi, trovo che trasmetta ai bambini e ai ragazzi la percezione che suonare è fastidioso proprio come la sabbia nelle mutande o, seguendo l’allegoria della pubblicità dello Swiffer, come la polvere sui mobili. La mia collega di musica sostiene che in realtà dipende dallo strumento e che, mettendone in mano a dei mocciosi nella fascia di età six seven uno di qualità, il risultato non è poi così male. Acquistare flauti scadenti e scordati, con l’aggravante delle falangi inadeguate dei bimbi, è l’anticamera (impolverata) dell’apocalisse sonora. Io non ne sono affatto convinto. Il suono resta sgradevole e tutti i meme che si sono diffusi sul web mi danno ragione. Altro che inno alla gioia.

 

La Sécurité – Bingo!

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[questo articolo è uscito su Loudd.it]

Dieci pezzi in appena trenta minuti e, al netto di un pit-stop centrale dal titolo “Princesse”, nemmeno un secondo di tregua. Il nuovo lavoro del collettivo canadese La Sécurité è un disco moderno e inafferrabile, un’entità che si fa fatica a tenere ferma. Meglio così. Si avvicina l’estate, cresce la voglia di musica sbarazzina e, con il caldo, è bene fare il cambio degli armadi e liberarsi dai dischi che si appiccicano addosso e fanno sudare.

Le tracce di Bingo! invece sembrano appena estratte dalla ghiacciaia e scivolano via così rapidamente da lasciare dietro di sé solo la freschezza di un ritmo usa e getta, di suoni talvolta dissonanti e ostili ma immediatamente nebulizzati e dispersi nell’aria dal vortice del BPM con cui sono riprodotti, e di versi che suonano come ammonimenti continui, un po’ declamati e un po’ cantati in inglese e in francese.

I La Sécurité sono un esilarante quintetto di Montréal composto da Éliane Viens (voce e percussioni), Félix Bélisle (basso), Kenny Smith (batteria), Laurence Anne Charest-Gagné (chitarra e voce) e Melissa Di Menna (chitarra e voce), tutti con una diffusa e condivisa attitudine all’uso del synth, strumento che tutti in Bingo!, il loro secondo ellepì, dimostrano di saper maneggiare con intelligenza e dimestichezza.

In ciascuna traccia dell’album non c’è nemmeno il tempo di guardarsi intorno per vedere che succede che già è il momento di sbaraccare tutto per passare a quella dopo, ma la lievità con cui i pezzi si succedono (complice la loro reciproca diversità) abbatte qualunque esigenza di decodifica. Una botta di adrenalina sonora per una vera e propria esperienza di esaltazione emotiva, il tutto senza muovere un dito. Considerata la velocità, qualunque accenno di danza strutturata risulterebbe comunque inappropriato.

Il fatto che in Bingo! si alternino tracce con intenzioni alt-surf (“Snack City” e “Nah Nah”), composizioni disco punk (“Deny” e la titletrack “Bingo!”), new new wave (“Detour”, “Trixie” e “Ketchup”), egg-punk (“Power Snoozer”) e cose indie vagamente Wet Leg (“Princesse” e “Chill Pill”), non deve trarvi in inganno. Lo stile stravagante, già al secondo o terzo brano, è palesemente riconoscibile. I giri di basso non convenzionali e le parti di batteria dalla forte personalità costituiscono l’ossatura che si conferma e solidifica canzone dopo canzone. I riff di chitarra si inseguono con suoni taglienti e puliti e, in caso di necessità, con incalzi più decisi resi graffianti dal distorsore. L’impiego decisamente poco ordinario dei sintetizzatori e delle tastiere amalgama il tutto, confezionando basi originali in grado di fornire alle voci la massima libertà espressiva.

Temi come l’equilibrio, la corsa all’emancipazione femminile, i rapporti tossici, l’alimentazione e i problemi di tutti i giorni sono affrontati in modo grottesco o, laddove la scelta musicale lo consenta, con nonchalance, sarcasmo e ironia. Non manca l’estemporaneità degli anziani che si divertono giocando a “Bingo!” e quella della realtà ipersessualizzata di chi traffica con il commercio del proprio corpo. Versi portati in studio di registrazioni già pronti all’uso o improvvisati al momento del take decisivo, ma è la band stessa a sfidarci, con il proprio approccio compositivo, nel cogliere le differenze.

E se si dice “bingo!” (o “ho fatto bingo!”) quando si ottiene una vittoria inaspettata, si azzecca la risposta giusta a un quiz, o si raggiunge esattamente l’obiettivo sperato, anche se dalle nostre parti funziona più “tombola” ma la faccenda non cambia, i La Sécurité vincono e convincono per l’idea spassosa alla base delle loro composizioni e del modo unico con cui dimostrano di saper mettere in musica, con un piglio eccentrico, un’energia più che esplosiva.

Friko – Something Worth Waiting For

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[questo articolo è uscito su Loudd.it]

Quando vedo un’immagine di ragazzini americani sfrecciare in bici con il sorriso stampato sulle labbra, la prima cosa che mi viene in mente è la fuga per mettere in salvo E.T., nel finale del film. Alla magia della pedalata che si libra nel vuoto e a tutta la portata simbolica di quell’effetto speciale analogico, oggi ampiamente superato, che tuttavia mantiene inalterata la sua poesia. La metafora della giovinezza che sboccia suo malgrado nella vita e i sogni impossibili dell’infanzia che si realizzano, il tutto con una radicalizzazione emotiva a cui solo l’estetica del cinema americano è in grado di rendere giustizia.

Chissà se anche la foto di copertina di questo disco – Something Worth Waiting For dei Friko – nasconde volontariamente la stessa citazione per catturare i frammenti conclusivi di un romanzo di formazione, una rincorsa a spiccare un volo a due ruote verso qualcosa contro ogni legge della fisica (ma non per questo esclusiva della fantascienza). L’adolescenza è finita e tocca fare sul serio. Crescere, assumersi certe responsabilità, operare delle scelte, alcune delle quali ci si ritorceranno fatalmente contro. That’s life, come si dice da quelle parti.

Sarà un caso, ma ho letto che Niko Kapetan e Bailey Minzenberger, il nucleo fondante dei Friko, si sono sentiti in parte travolti dallo straordinario successo di Where We’ve Been, Where We Go From Here, il loro album d’esordio. Non sorprende che il connubio tra l’acerba spontaneità e l’impeto proprio di giovanissimi artisti agli albori ma con un approccio compositivo ed esecutivo inaspettatamente maturo ed esperto (e soprattutto originale, considerati i tempi) abbia lasciato il segno e abbia impressionato così tanto sia ascoltatori avvezzi al genere, sia il pubblico generalista. Non è stato difficile ritrovarlo tra le proposte più interessanti dell’anno (era il 2024), un riconoscimento all’energia fresca con cui la band è riuscita a rendere tangibile un’ispirata voglia di mettersi in gioco con un prodotto realmente innovativo e, nonostante suonato da ventenni, molto poco derivativo.

E, addirittura, mai mi sarei aspettato, come conseguenza del diffuso e unanime consenso, di trovarmi al cospetto di un cameo dedicato a loro in un b-movie a stelle e strisce a cui ho assistito proprio a ridosso della pubblicazione del secondo disco, qualche settimana fa. In una scena della commediola Creature luminose, titolo originale Remarkably Bright Creatures (nulla di imperdibile), il commesso di uno di quegli empori americani in cui si trova un po’ di tutto irrompe dal retro del negozio sfoggiando proprio una t-shirt dei Friko. Il protagonista della storia, un musicista in fase di ripensamento esistenziale, gli si rivolge concordando sul valore artistico, aggiungendo un cenno sulla sua esperienza in qualità di membro del gruppo di apertura (nemmeno in modo eccessivamente compiaciuto) a un loro concerto. Il che è comprensibile, se si considera quanto la critica si sia trovata poi concorde nel riconoscimento della precoce ma convincente attitudine cantautoriale di Kapetan e della genuina reinterpretazione dell’indie-rock di cui si è resa capace la band.

Something Worth Waiting For, come sostiene il titolo stesso, è davvero qualcosa per cui è valsa la pena attendere. Un secondo album altrettanto irrequieto rispetto al precedente, i cui registri espressivi sono magistralmente dosati a vantaggio della resa nella loro complementarietà grazie al valore aggiunto dei musicisti ora in forza alla band – Korgan Robb alla chitarra e David Fuller al basso, grazie agli arrangiamenti del compositore Jharek Bischoff (ci sono alcuni passaggi in cui l’orchestrazione di archi lascia senza fiato) e alla produzione di John Congleton, già leader dei Paper Chase e curatore di numerosi riusciti album di band e artisti indie e alternative.

Una task force che non leviga per nulla le asperità e l’immediatezza del sound dei Friko delle origini. Piuttosto, un contributo in grado di amplificare i tratti più urgenti e di controllare il giusto bilanciamento delle sue componenti, a partire dal vincente contrasto tra la profonda malinconia insita tra le righe dei versi e le fondamenta strumentali a supporto, ora stabili, ora facili prede delle tempeste emotive suscitate dalle canzoni. Una tracklist in cui si percepisce una band sicura delle proprie potenzialità ma mai a scapito della fragilità intima insita nelle composizioni.

Un dualismo che si coglie anche nelle dinamiche con cui sono resi i brani. L’iniziale “Guess”, per esempio, si trattiene a fatica per due minuti e mezzo tutta compressa nella sua nervosa energia fino alla sua assordante esplosione centrale in un muro di noise, per poi rientrare ripiegata su se stessa, una canzone riportata alla sua collocazione originale ma con invariata durezza. D’altronde, il messaggio “there’s hardly enough in this world to make us happy” non lascia scampo e ci abbandona alla sensazione di aver assistito a molto di più di un semplice preambolo.

Tutto il contrario di “Still Around”, messa subito dopo, brano che inizia d’emblée, in puro stile rock’n’roll, e che colpisce per il modo in cui Niko Kapetan fa vibrare disperatamente la voce, un vezzo che ricorda Dana Margolin dei Porridge Radio e che contribuisce alla resa teatrale del loro stile. Un’atmosfera che troveremo più avanti, nella bella title track.

“Alice”, “Certainty” e “Seven Degrees” sono le canzoni più raffinate della tracklist. La prima si distingue per le gocce di chitarra e piano Fender che dilatano l’atmosfera senza spoilerare sul repentino cambio destabilizzante. Con la seconda, l’album mette la freccia e accosta in un’area di ristoro chamber pop gremita di strumenti acustici, e la tensione tra i suoni e la rabbia trattenuta della melodia accentua l’urgenza di una sosta di decompressione. Nella terza, Kapetan mette in rima un passaggio di consegne tra genitori e figli, una sentita paternale sulle persone che fanno la differenza (al massimo sette, una in più rispetto ai gradi di separazione) lungo il corso della vita, organizzate in elenco in una ballad indie con tutti i suoi toccanti cliché.

Tra le tracce di Something Worth Waiting For risalta anche un tema ricorrente, quello dei mezzi di trasporto un po’ retrò e dal rapporto a misura d’uomo tra distanza e velocità, l’unico in grado di offrire un’esperienza di viaggio sufficientemente lenta a vantaggio di riflessioni e ripensamenti. Un trenino che fa proprio “Choo Choo” su un andamento alla Arcade Fire, un punto di vista privilegiato a bordo di un “Hot Air Balloon” che vola alto lontano da tutti i paradossi che comporta l’essere una rockstar, complice l’adozione sarcastica delle trovate armoniche alla Radiohead pre-Ok Computer, e un dialogo con una delle biciclette della cover nella struggente “Dear Bicycle”, una scampanellata nella nostalgia per personalità così giovani ma già così sorprendentemente piene di rimpianti (“I was younger then, I’m not younger now. Dear bicycle, I was stronger then, I’m not stronger now”). D’altronde, è sempre facile ostentare malinconia quando si ha tutto il tempo dalla propria parte per ravvedersi. Non è un caso che sia stata scelta come traccia conclusiva. Quella che, più di tutte, sembra dissolversi dietro le quinte dello studio di registrazione, quando i musicisti si riprendono alla fine dalla trance onirica in cui hanno eseguito i brani, pronti per mettere a frutto le loro astrazioni grazie alla consapevolezza di aver realizzato un’opera destinata a durare.

Dove si dirigono, quindi, i partecipanti a questa gioiosa biciclettata verso il futuro? A cosa puntano con i loro sorrisi e cos’è che non possiamo vedere noi che diamo le spalle alla loro meta finale, intenti a scrutare a ritroso e consumati dall’invidia l’irresponsabile leggerezza della gioventù immortalata in copertina? Io non ho dubbi. I Friko stanno davvero per spiccare il volo, se non l’hanno già fatto. Forte di una perfetta alchimia tra musica e parole e di una produzione ambiziosa ma mai spersonalizzante, Something Worth Waiting For sarà uno dei dischi migliori dell’anno, e non solo. Niko Kapetan e Bailey Minzenberger sono già in orbita, sopra di noi.

Tricky, 09/07/2026, Triennale, Milano

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[questo articolo è uscito su Loudd.it]

Il pubblico lo grida un po’ da ogni dove, dal prato della Triennale. “Voce! Voce!”, qualcuno irrompe nel silenzio tra un brano e l’altro nemmeno fossimo a un comizio, mentre tra le retrovie imperversa il consueto chiacchiericcio dei più distratti, da fuori arriva l’eco di un karaoke all’aperto e sono in diversi a voltarsi verso il mixer con l’intenzione di interpretare le cause di quello che sta succedendo nella mimica e nell’espressione del fonico.

Ma forse non hanno capito. Quello di stasera è poco più di un dj set di Tricky. Il microfono non ha niente che non va ma, sin dal brano introduttivo, si capisce che c’è qualcosa che non funziona e non è certo un problema tecnico.

E non veniteci a raccontare, come sostiene anche Wikipedia, che è perché “è noto per il suo canto in stile sprechgesang sussurrato”. La conferma l’avremo poco meno di un’ora dopo, quando al termine della trascinante “Vent”, scelta che di norma costituirebbe l’ultimo bis nella probabile setlist, una prolissa scaletta che nei concerti precedenti si è estesa per una ventina di pezzi, saluta tutti e se ne va. A Milano, nonostante il costo dell’ingresso all’unica data italiana e l’autorevole location, per lui e per chi è venuto a sentirlo non è serata.

Senza contare che il concerto è sold out. Tutto esauritissimo, e ne ho la conferma mentre, al ritiro del biglietto alla reception, riconosco qualcuno che cerca di sfoderare l’arma della notorietà televisiva arrogandosi chissà quale privilegio ma viene rispedito alla coda su Dice (dicono che siano in 500 in attesa prima di lui) o a qualche rinunciatario in cerca di un rimborso fuori dalla Triennale come un parvenu qualunque.

Eppure quando, scoccate le 21:30, sul palco salgono all’improvviso in cinque, di cui tre, compreso Tricky, al microfono, e la durata indicata con prudente anticipo sul programma parla chiaro – 120 minuti di spettacolo circa, roba che potrebbe mettere a rischio persino l’ultima corsa della gialla e mandare in vacca il mio rientro a casa – sembra prospettarsi uno dei suoi live con i quali mi sono documentato su YouTube, una performance con tutti i crismi.

Anche se, in realtà, per uno dei principali protagonisti della musica elettronica degli ultimi trent’anni, la strumentazione visibile può indurre a non pochi equivoci. Noto una Nord Stage 2, lo standard prosumer per i suoni di piano e organo ma tutt’altro che un synth o un sampler. Due chitarre negli appositi supporti poco più indietro e una batteria tutta schermata e impacchettata in un suggestivo gabbiotto in plexiglass. Un set ridotto all’osso che però ci sta. Da un certo punto di vista, la discografia dell’artista di Bristol è pregna di brani rock cupi come solo il trip hop sa essere, aspetto che rende plausibile il livello di minimalismo ostentato.

Irrompono sul palco, dicevo, e sulla destra si posiziona la cantante polacca Marta Zlakowska, che prima dell’esibizione dell’headliner ha intrattenuto i convenuti con una manciata di brani tratti da Out The Way, album che ha pubblicato con il featuring di Tricky lo scorso anno e che, anche solo per il nome, raccoglie l’eredità di Martina Topley Bird. Alla sinistra prende posto il vocalist Mitch Sanders, anch’egli in forza al medesimo entourage artistico.

Oltre alla mancanza di una postazione dedicata ai synth, preoccupa l’assenza del basso, che nel trip hop è lo strumento che fa la differenza, quello che suonato live in brani come quelli che (almeno sulla carta) stanno per essere eseguiti potrebbe spettinarci tutti. Così ecco la prima doccia fredda. Le linee di basso sono maledettissimamente registrate, c’è una base, un’occasione perduta con l’aggravante che l’equalizzazione perfetta, fuori, vira irrimediabilmente verso le nostre pance, pompando la musica sin nelle viscere.

Peccato. Da quel poco (quattro tracce) che abbiamo ascoltato in anteprima di Different When I’m Silent, il nuovo album che uscirà a giorni, si può già intuire che la dichiarata cupezza del già cupissimo Tricky non è scesa di una tacca. Non è una novità che, assimilati tutti i sottogeneri a cui attingeva il trip hop ai tempi d’oro, la componente più dark in senso proprio, lato e traslato potesse essere quella più in grado di attraversare trent’anni di musica e giungere sino a noi, e non solo perché, nella scaletta live dei Massive Attack, da tempo trova posto “Bela Lugosi’s Dead” dei Bauhaus. La chiave più oscura di un genere attualissimo da suonare o con preponderanza di elettronica o con strumenti tradizionali è il mood più in grado di musicare la critica che merita il presente. Quello che è venuto fuori da Bristol in quegli anni lì è un po’ la summa, una sintesi di tutti gli stili e le mode, e lo si evince anche osservando il pubblico, qui riccamente assortito.

Fino a quando, più o meno dalle parti di “Overcome”, la versione di “Karmacoma” che apre quel capolavoro spartiacque che è stato Maxinquaye, tra i fan prende la consapevolezza che torneremo a casa con l’amaro in bocca. Non che sia un campione di empatia da palcoscenico, ed è pur vero che sfoggia ben poca coerenza nella successione delle canzoni dal vivo, ma quando attacca quello che è un pezzo da apoteosi live appena a cavallo dei sessanta minuti di esibizione ecco il vero campanello d’allarme. La sua prossemica su “Vent”, lui che avvolto in una suggestiva coreografia di luci addita qualcuno tra le stelle, lascia senza fiato e compensa in parte l’impercettibilità delle sue parti vocali.

Terminata questa esecuzione, il cantante ringrazia e si avvia dietro le quinte, accompagnato dalla band. Il pubblico reclama almeno i bis, addirittura il mio ottimismo mi spinge a supporre che potremmo aver frainteso e aver assistito solo alla prima parte dell’esibizione. Ma poi il verdetto delle luci accese verso il prato e dei primi backliner che si apprestano a sganciare i piatti dalle aste della batteria non lascia altre interpretazioni.

Ci avviamo all’uscita dei Giardini della Triennale e penso che, giusto un anno fa, questo stesso parco era stato pervaso dagli archi campionati di “Glory Box” cantata da Beth Gibbons e che, fino all’ultimo, ho sperato che la magia si potesse ripetere con lo stesso sample alla base di “Hell Is Round The Corner”, ma invano. Lo intravedo con la sua band e i tecnici seduti a un tavolino dietro al palco a cercare un momento di ristoro post-concerto. Fa caldo, ci sono le zanzare, ha sessant’anni ed è un essere umano come tutti noi. Sarà per la prossima vita.