Telehealth – Green World Image

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[questo articolo è uscito su Loudd.it]

Pochi generi musicali come la new wave, al momento della sua esplosione di mezzo secolo fa, possono essere annoverati tra i movimenti artistici più all’avanguardia. Un prodotto legittimamente figlio del suo tempo ma già con un piede nel futuro, in grado di trasmettere la più genuina idea di post-modernità e di rottura con il passato.

Pensate solo al modo in cui, adattando i canoni compositivi del pop a quelli del post-punk e unendoli a temi e toni indiscutibilmente mai sentiti e visti (per non parlare dell’estetica) in un colpo solo la new wave sia riuscita a emancipare le visionarie e insofferenti nuove generazioni coeve da certi dinosauri culturali considerati inattaccabili, alcuni già condannati alla damnatio memoriae (il progressive, il rock classico e quello hard), altri che, pur in auge da relativamente poco, già attraversavano una fase di ripensamento e di crisi di identità (il punk).

Sebbene spesso indistinguibili, gli uni dagli altri, gli artisti new wave praticavano uno stile meno ingombrante e gravoso (quindi più in linea con quegli anni) rispetto ai cugini del post-punk. Per una banalizzazione a posteriori, proprio perché ai tempi non c’era certo la vista distaccata e l’imparzialità utile a fornire analisi sufficientemente accurate, potremmo ricondurre allo smodato uso dei sintetizzatori (moda che si stava imponendo per ovvie ragioni di economicità di scala negli studi di registrazione dedicati alla produzione di musica da discoteca in tutte le sue accezioni) la vera differenza.

Agli albori dell’ingresso dell’elettronica consumer e prosumer nella vita quotidiana delle persone, i suoni e i rumori dei synth riproducevano la principale e più credibile colonna sonora, e la new wave, che non solo se ne serviva ampiamente ma stava ridefinendo l’approccio stesso degli strumenti tradizionali ai nuovi timbri artificiali, si trovava perfettamente nel posto giusto al momento giusto.

Nell’attuale corsa di riappropriazione di ciò che, nel secolo scorso, davvero era in grado di funzionare, non certo, però, con l’obiettivo di saccheggiare il passato per riciclarne le rovine nelle moderne costruzioni, l’opera dei Telehealth risulta molto più che un mero rispettoso e filologicamente impeccabile revival. Dovendo trasmettere temi e argomenti che rispecchiano simmetricamente quelli che scaturivano alle soglie degli anni 80 non c’è genere più adatto che la new wave. Anzi, della new wave dei Devo.

Ma cosa c’entra la telemedicina, intanto. L’idea che un chirurgo dall’altra parte del mondo operi via rete IP un malato qui, con tutte le complessità del caso, è una delle cose che più ci fanno sentire comparse (se non replicanti) sullo sfondo di una scena distopica. Questo, insieme a cose come il turbocapitalismo digitale, l’IA generativa, il green deal, il marketing predittivo. La new wave del 1978 e rotti è ancora l’accompagnamento più adeguato per musicare il progresso e il burnout che ne consegue? Davvero la realtà sta andando a catafascio come allora? E, soprattutto, Q: Are We (still) Not Men? La risposta, a questo giro, è A: We Are Telehealth!

Green World Image racconta in parte tutto questo, riproponendo coraggiosamente in chiave duemila e ventisei il timesheet della de-evoluzione, ma senza vaso rovesciato in testa. Una richiesta di attenzione espressa con l’inconfondibile tono assertivo tipico del genere che, superata Akron, Ohio, ci arriva questa volta da Seattle, Washington, città famosa per ben altre sonorità e conosciuta più per le sue chitarre distorte che per le tastiere elettroniche.

I Telehealth non sono nuovi all’approccio dichiaratamente nerd. La band, fondata dal duo Alexander Attitude (synth, voce, chitarra e, lasciatemi dire, nomen omen) e Kendra Cox (synth/voce) e che si completa con Ian McCutcheon alla batteria, John O’Connor al basso e Dillon Sturtevant alla chitarra, perfeziona in un convincente e divertente concept album la propria vision nervosa e pessimista della nostra epoca e del genere ideale per ballarci sopra. Oltre all’inconfutabile ispirazione per i Devo, tra i solchi del loro secondo lavoro non si fa fatica a trovare echi del più sperimentale Gary Numan, degli Ultravox di John Foxx e certe linee di basso degne del migliore Derek Forbes in Real To Real Cacophony, punta di diamante di quella acerbissima e indimenticata versione dei Simple Minds.

Green World Image, prodotto da Trevor Spencer (stavo per scrivere Trevor Horn e, ripensando agli Art Of Noise, non sarebbe stato assolutamente fuori luogo) si struttura con tutti gli elementi giusti e al loro posto per connotare il tema portante lungo cui si articolano le tracce del disco. C’è una “User Onboarding Sequence” di riscaldamento, c’è un anthem autocelebrativo e introduttivo dal titolo “The Telehealth Shuffle”, e poi si parte verso “Kokomo2”, un luogo immaginario quanto artefatto, un ricovero mentale ai tempi dei paradisi fiscali, una prima tappa dal ritmo robotico decisamente retro suggellato da un elenco di istantanee vocali accompagnate all’unisono dalla chitarra.

“Donor Country (A gOoD cAuSe)” è la prima interruzione pubblicitaria, un velocissimo ma profittevole tributo a chi ha (idealmente) investito in questo progetto. Una traccia che è anche perfetto preambolo per la seguente e altrettanto tirata “Things I’ve Killed”, brano in cui voce femminile e maschile si alternano e sovrappongono, in un tripudio di linee di synth, incroci di chitarre sghimbesce e pulsazioni mozzafiato. Giusto il tempo delle balbuzie e del diffuso nervosismo di “Cost Of Inaction” che ci riportano alle atmosfere di Freedom of Choice e si riparte da zero. “Silver Spoon” sancisce un vero punto e a capo, complice il lacerante sproloquio di saxofono che si insinua sottotraccia.

Il resto è a dir poco devastante. “Cool Job”, con il suo cantato volutamente dissonante e paranoico, è il singolo dedicato alla schiavitù della digitalizzazione sul posto di lavoro, seguito dalla più leggera rock-wave di “Yassify Me”, dagli applicativi a 16 bit di “Maria, Machine”, dalla sommessa “Villain Era”, per concludere con “Living, Laughing, Loving, Trying”, un’outro perfetta da intonare come sigla di chiusura di un kick-off aziendale.

I Telehealth si confermano tra i più autorevoli esponenti di un genere che non ha fatto per nulla il suo tempo. Zeppo di pattern tutt’altro che confortevoli e scritto con un piglio molto poco accomodante, Green World Image combina alla perfezione nostalgia e futuro raccontando, con la stessa leggerezza a cui i social ci hanno assuefatto, i peggiori incubi del presente e tutte le contraddizioni del neoliberismo.

Altin Gün, 02/07/2026, Circolo Magnolia, Milano

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[questo articolo è uscito su Loudd.it]

Qualche giorno fa, mettendo al corrente un amico che mi chiedeva che musica facessero gli Altin Gun mentre ci scambiavamo qualche dettaglio sui rispettivi imminenti appuntamenti live, a fronte del suo eurocentrismo mainstream (che io sappia unicamente dal punto di vista musicale) e consapevole di masticare entrambi solo competenze superficiali di rock psichedelico anatolico, ho tagliato corto – forse banalizzando all’eccesso – sostenendo che sono una specie di Air, ma molto più genuini e cresciuti in Turchia.

Che poi non è vero, la band è di stanza ad Amsterdam ma, nonostante (almeno dal nome) solo Erdinc Ecevit Yildiz, il cantante e abile suonatore di baglama e synth (nell’accezione e nell’uso di synth che si ha in Medio Oriente, non so se avete presente) abbia tutte le carte in regola, la band al completo ha dimostrato ieri sera, sul palco, di saper maneggiare con dimestichezza tutto il background sonoro che, in modo sorprendentemente filologico, riproduce nei suoi brani. Ed è stata proprio la loro esibizione live l’aspetto che mi ha convinto sul fatto che il paragone con gli Air, decisamente fuori luogo dal punto di vista del genere, è comunque calzante sotto il profilo dell’approccio.

Partecipando con entusiasmo agli applausi dell’ultimo bis per suggellare la loro esibizione al Magnolia, mi sono sentito autorizzato a confermare quanto la loro capacità di allestire un’esperienza completa di tuffo nel passato (sulla carta meno somigliante a me rispetto a quanto mi dovrebbero trasmettere, per latitudine, Nicolas Godin e Jean-Benoit Dunckel con la loro strumentazione teletrasportata direttamente dagli anni ’70 europei) sia straordinaria. Certo, se le due band sono accomunate dal basso suonato con il plettro e certa elettronica pionieristica e un po’ kraut che noi tutti abbiamo assimilato nella musica pop quando eravamo piccoli, qui le scale e le strutture dei pezzi si sente che provengono da ben altre culture, ma la questione non cambia di molto. E, se devo dirla tutta, mi sento molto più filo-anatolico che fighetto parigino.

E, se ho visto gli Air nel 2001 ai tempi del tour di 10000 Hz Legend, non avevo mai partecipato a un concerto degli Altin Gun e mi spiace di non aver presenziato alle precedenti occasioni, quando calcavano le scene nella formazione comprensiva di Merve Dasdemir, la voce femminile che ha contribuito al successo dei loro primi album e che consentiva una maggiore varietà di timbri espressivi.

Ma non per questo lo spettacolo è stato meno avvincente, a partire dalla cornice. Uno spazio esterno del Magnolia gremito di pubblico e dall’immancabile flavour di Autan preventivo e altri spray antizanzare, nonostante la serata ne fosse sorprendentemente sgombra. Uno zoccolo duro di fan che ha assediato gli Altin Gun sotto il palco e una fascia di spettatori nelle retrovie forse un po’ troppo distratta, intenta in continui pellegrinaggi andata e ritorno al bar a scapito di chi si trovava lì per la musica. Non sono mancati i soliti guastafeste che approfittavano dei passaggi più intimi e d’atmosfera dell’evento – e del conseguente calo di intensità acustica – per chiacchierare. E, infine, il consueto irrinunciabile sabba di telefoni puntati sui musicisti a peggiorare la visione, per non parlare del banchetto del merchandising con prezzi alle stelle, probabilmente in linea con il target locale.

La band è salita sul palco poco dopo le 21 nella formazione che, oltre a Yildiz e al suo inconfondibile strumentario che spazia dai baglama elettrificati ai sintetizzatori, si compone del bassista (fondatore del progetto) Jasper Verhulst, dell’impeccabile batterista Daniel Smienk, di Chris Bruining dietro a una montagna di percussioni e di Thijs Elzinga, con il suo stile inconfondibile di chitarra.

La setlist ha compreso la quasi completa esecuzione dell’ultimo album Garip, tre brani da On, il disco d’esordio del 2018, due dei quali suonati come bis, un paio di pezzi rispettivamente da Gece e da Ask, solo un brano da Yol, una canzone tratta da Alem (l’album uscito nel 2024 solo in versione digitale e i cui proventi sono stati offerti in beneficenza per le vittime del terremoto che ha colpito la Turchia e la Siria) e il singolo “Bir Sigara Ic Oglan”, non incluso in nessuno degli album.

Una scaletta ben assortita in cui gli elementi che contraddistinguono il sound degli Altin Gun – tradizione, funky, psichedelia, passaggi introspettivi, cavalcate di batteria e percussioni, soli e riff di baglama, virtuosismi di synth, intrusioni piacevolmente disturbanti ai limiti del noise di chitarra elettrica – si sono alternati con naturalezza.

Brani come “Neredesin Sen”, la trascinante “Vay Dunya”, “Ervah-i Ezelde” con il suo sette ottavi, impraticabile per gli occidentali come il sottoscritto ma un ritmo come un altro da ballare per gli spettatori turchi presenti, “Leyla”, pezzo inciso con la voce femminile che però, qui in versione maschile, non vede diminuire il suo fascino, fino al mio momento preferito, quella “Bir Nazar Eyledim”, la traccia che chiude Garip, tastiere, basso synth e poco altro, perfetta sintesi di melodie di pop anatolico su base Kraftwerk, suggellano i passaggi migliori. Una serata piacevolmente lunga, d’altronde il repertorio della band consente un’ampia varietà di scelta a cui attingere, e per nulla monocorde.

Non avevo mai partecipato a un concerto degli Altin Gun, dicevo prima, e la loro performance ha confermato tutte le mie aspettative. Esecuzioni senza sbavature, sia nei momenti in cui la riproduzione dei brani ha tracciato perfettamente le registrazioni in studio, sia nelle fasi in cui, pur nella fredda eleganza dello standing imposta dal loro stile, i musicisti si sono concessi all’entusiasmo del pubblico. Non sono mancati gli episodi in cui, tra gli spettatori, si è levata in coro la scansione ritmica delle sillabe del loro nome. “Al-tin-gun! Al-tin-gun!” (questa volta con un tempo pari), tante voci all’unisono che li hanno acclamati per il ritorno sul palco. Quasi uno slogan da corteo che con gli Air, tanto per fare un esempio, non funzionerebbe, anche se sono convinto che sarebbe il loro pubblico, per primo, a non spingersi a manifestazioni di tanto calore.

Quello degli Altin Gun è, invece, uno spettacolo di luci coloratissime, di suoni avvolgenti e di affettuosa risposta dei fan. Un live fitto di didascalie sonore fedeli all’immaginario, paradossalmente esotico e allo stesso tempo quasi dietro l’angolo, di luoghi e di epoche remote, oggi più definito ma fino a ieri unicamente a corredo delle illustrazioni stampate sulle copertine dei loro album, grazie anche alle quali non smetteremo mai di fantasticare sulla loro musica.

astor

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Il cinema teatro Astor è stato un vero e proprio tempio dello spettacolo della città in cui sono cresciuto fino a quando, ma già non abitavo più lì, qualcuno ha demolito l’intero edificio che lo conteneva per farci una specie di grande magazzino che, da allora, avrà già cambiato almeno cinque gestioni e – ma potrei sbagliarmi – ora è inutilizzato. Ben gli sta, agli artefici di questa operazione commerciale e, come tale, senza cuore. Perché il cinema teatro Astor è famoso per due motivi. Il primo, anzi il secondo se consideriamo l’importanza, è che ci ho suonato io, diverse volte. C’era qualcuno che combinava un’assemblea d’istituto di tutte le scuole superiori della mia città in primavera – un’iniziativa bellissima – da spendere per un concerto di band locali, pensate un po’, e poi altri festival e eventi di vario tipo. E, più che il palco, ero affascinato dai camerini e dalle quinte, il back end di una struttura costruita per ospitare spettacoli, il dedalo di corridoi e stanzette ricche di storie e di arte. Ma il secondo motivo, anzi il primo sempre se ne consideriamo l’importanza, è che ci ha suonato Peppino Di Capri a cavallo tra gli anni cinquanta e i primissimi sessanta e i miei genitori, ancora fidanzati o neo sposini, hanno assistito al concerto. Che tenerezza. Chissà che sensazioni hanno provato, se qualcosa di quell’amore, potenziato dalle canzoni di Peppino Di Capri, ha pervaso quel luogo e se qualcosa ne rimaneva ancora quando l’ho frequentato io e, di conseguenza, in qualche modo ho respirato la stessa aria dei loro palpiti.

Peppino Di Capri è mancato l’altro ieri, e proprio qualche giorno fa hanno trasmesso il film estivo per eccellenza, “Il sorpasso”, che comprende questa scena decisamente iconica. I clienti di uno stabilimento balneare – siamo nel 62 – che ballano “Don’t Play That Song”, avete presente?

gli antenati

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Se fossi stato un uomo primitivo, e magari qualche vita fa lo ero davvero, chi può dirlo, non sarei durato un giorno. Tra la gente delle caverne non c’era spazio per l’emotività, anche se gli abitanti delle Grotte di Lascaux, non a caso definite la Cappella Sistina della preistoria, ci hanno fatto sapere che anche loro, ogni tanto, qualche attività non strettamente necessaria al sostentamento per sfogare lo spleen la praticavano.

E se volete sottoporvi a un test di resistenza, sotto questo punto di vista, quello della sensibilità, intendo, fate come me. Ho presieduto agli esami di idoneità di due ragazzini che hanno abbandonato gli studi e per i quali la scuola e le istituzioni stanno facendo di tutto per recuperarli e consentire loro di terminare il percorso dell’obbligo. Ma, mentre i colleghi della secondaria, con battute e approcci di incoraggiamento, riuscivano a metterli a proprio agio in un setting (una batteria di docenti seduti ai banchi con il condannato alla prova di fronte) probabilmente pensato per trasmettere il meno possibile una visione accomodante e inclusiva della scuola, proprio come la vorrebbero quelli del gessetto, a me risultava impossibile produrre una qualunque forma di conforto, tanto ne avevo bisogno io che, in quanto adulto con l’aggravante del più alto in grado in quel contesto, ero lì per costituire, o almeno interpretare, la principale figura di riferimento.

Ma i due candidati rientravano in una casistica a dir poco border. Il primo era lui, il ragazzino quasi sedicenne sradicato nei primi mesi della prima media dal comprensivo in cui insegno a causa del trasferimento dei genitori. Passato alla scuola del nuovo paese di residenza, è stato oggetto di bullismo da parte di un pluriripetente a cui davano fastidio i suoi problemi di sovrappeso. Ha mollato il colpo più volte ma ora, grazie principalmente a una coppia di nonni che si sono presi carico delle manchevolezze dei genitori separati e lo hanno riportato al posto in cui è nato e cresciuto, lo hanno convinto che questa – ora che il nipote ha riacquisito una forma fisica in grado di renderlo più sicuro e che è tornato da noi – potrebbe essere la volta buona.

La ragazzina protagonista del secondo caso, invece, non è per nulla motivata, tanto che gli scritti per risultare idonea da privatista alla seconda, dopo che per due anni è stata respinta in prima per abbandono scolastico, li ha consegnati quasi in bianco. Si è presentata all’orale vestita da spiaggia e accompagnata dall’educatore a cui i servizi sociali l’hanno affidata all’ennesima volta in cui è scappata di casa. Seduta di fronte a noi, ci ha raccontato la sua esperienza come fosse una tesina dei suoi ex compagni all’esame di terza o un capolavoro da prova di maturità, con tanto di una presentazione in Canva che riportava tutti i motivi per cui la scuola, per lei, è un ostacolo insormontabile, anzi no, una vera e propria rottura di maroni.

Se mi ero già commosso con il candidato precedente, con lei davvero ho fatto fatica a trattenere le lacrime. Lo scorso anno aveva frequentato uno dei miei innumerevoli corsi di cultura digitale pomeridiani che abbiamo organizzato per gli alunni della secondaria, ma non era sopravvissuta a più di un paio di incontri. All’orale, a parlare di sé, delle sue paure e delle sue ansie, ha invece resistito fino alla slide conclusiva, quella con la didascalia “grazie per l’attenzione” come se, al posto suo, ci fosse stato il relatore di un TED qualsiasi che sparava a vanvera frasi motivazionali da tanto al mucchio.

Fino a quando una delle prof, quella di arte, le ha chiesto che cosa le piacerebbe fare da grande. Lei ha risposto di cavarsela bene con i disegni sulle unghie e la collega non si è fatta sfuggire l’assist. Poco prima la ragazzina aveva confessato di non saper assolutamente disegnare e dipingere, così l’ha un po’ incalzata sostenendo che, in fondo, anche quella è una forma d’arte. Per abbellire le unghie con le rifiniture e le miniature imposte dalla tela a disposizione occorre avere un estro non comune. La ragazzina, si chiama Deisy scritto proprio così, Deisy, ci ha pensato un po’ su. Subito ha sorriso, ma quel link con qualcosa che comunque è riconducibile alle materie di scuola, ai banchi, ai prof che pensano di darle lezioni di vita, ai compagni che sono ancora dei mocciosi rispetto a lei che va in centro a Milano da sola con i mezzi a tredici anni e sta fuori tutta la notte, non l’ha convinta del tutto.

E, in un istante, a me che sono cintura nera di pregiudizi, mi è passata davanti come in un film tutta la sua vita, ma vi giuro che sono riuscito a fermarmi in tempo, prima di un decorso che, ora che Deisy ha cliccato sul grande pulsante di UNDO che le è stato messo a disposizione, ha davvero una seconda possibilità a cui nessuno dei prof che la ascoltavano, in fondo, crede davvero. Io, che stavo per piangere, ho pensato a quella cosa che ho scritto all’inizio, quella degli uomini primitivi, e per sdrammatizzare la situazione con me stesso mi sono immaginato delle donne primitive, persone in carne e ossa e non Wilma e quell’altra sua amica degli Antenati, sedute intorno al fuoco – sempre che sia già stato scoperto – a pitturarsi bufali e altri animali oramai estinti sulle unghie, ma con una tecnica adatta al supporto, mica con gli oggetti rudimentali con cui hanno affrescato le loro grotte.

basso profilo

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Il vero momento disruptive è stato quando, a pochi anni, mi sono sfracellato il naso inciampando e sbattendo la faccia sul gradino di una scala in metallo. Eravamo in campagna, a un’ora e svariati tornanti di distanza da un pronto soccorso decisamente inadeguato, e non saprei dirvi cos’è successo subito dopo. Se, cioè, un’ambulanza con me sdraiato dentro privo di sensi si sia precipitata giù da quei monti e poi, chi si è preso cura di me in un piccolo ospedale di provincia nel pomeriggio di un giorno di festa, non sia stato in grado di rimediare almeno parzialmente al danno (ma forse c’era poco da fare). Oppure se sussista una responsabilità oggettiva dei miei genitori che hanno sottovalutato l’incidente (ai tempi lo standard di attenzione verso i piccoli era molto meno rigoroso di oggi) e, non immaginando le conseguenze, hanno ritenuto sufficiente l’apposizione di un po’ di ghiaccio e bon. Ancora oggi tremo all’idea di conoscere la verità.

Fatto sta che, da lì fino a quando – almeno quindici anni dopo – mi sono sottoposto a un intervento (a onor del vero piuttosto grossolano, visto con gli occhi della più moderna chirurgia plastica) per ripristinare nel miglior modo possibile l’armonia del mio profilo, nelle occasioni in cui mi sono trovato a posare al cospetto di un fotografo per un ritratto ufficiale – per la produzione di documenti o in certe occasioni importanti riconducibili per lo più ai sacramenti della religione cattolica, un tempo si usava così – mi sono sentito spesso suggerire di ruotare la testa secondo una particolare angolazione e, grazie a un gioco d’ombra che solo i veri professionisti erano in grado di simulare, ne conseguiva un risultato ampiamente accettabile e un adeguato rispetto delle simmetrie considerate nei range della normalità.

Conservo una fototessera di allora, quella stampata per l’attestato d’identità dei quattordici anni, in cui, grazie all’escamotage del fotografo a cui mi ero rivolto, quella specie di tubero che mi ritrovo nel centro del volto tutto sommato è l’aspetto che dà meno nell’occhio. Quello che colpisce – se i calcoli sono come penso, stiamo parlando della primavera dell’81 – semmai è il look inconsapevolmente new wave. Nel ritratto in bianco e nero sfoggio ciuffo, camicia e gilet con bottoni nemmeno stessi posando per la copertina di un disco dei Simple Minds. E la cosa paradossale è che, in quel periodo, mi nutrivo (musicalmente parlando) prevalentemente di punk, ska e reggae. Probabilmente ero già portatore sano dei sintomi che di lì a poco sarebbero esplosi segnando per sempre i miei ascolti, ma purtroppo nessuno può confermarlo, io per primo.

Consapevole di ciò, ho digitalizzato e poi pubblicato quella foto sui social diversi anni dopo, ricavando immeritatamente un plauso sovradimensionato sullo stile in linea con l’estetica di quel tempo e molteplici attestazioni di coerenza con quanto sarei diventato. L’outfit e la pettinatura ostentati, piuttosto comuni all’epoca ma oggi indiscutibilmente indicativi di un orientamento più che esplicito, mi hanno permesso di capitalizzare numerosi apprezzamenti non solo dai contatti più generalisti ma anche da quelli – passatemi il termine – più di settore, trasmettendo un approccio molto più alternativo al mainstream di quanto lo praticassi nella realtà.

Il fatto è che la storia di questa fototessera si incrocia in modo decisamente rocambolesco con un’altra, il cui racconto necessita un analogo percorso a ritroso nel passato.

Faccio una premessa. Di tutta la musica che ho composto, prodotto, arrangiato, suonato, registrato, pubblicato e distribuito nella mia vita, da quello che mi risulta mia figlia conserva nei suoi download (che poi, mi chiedo, chissà da dove caspita l’avrà scaricato) solo una canzone. Un brano demenziale e presuntuoso di una band da cui, tra l’altro, avevo già preso le distanze al momento dell’incisione di quel pezzo. Vi assicuro che è meglio così, nel senso che preferisco che, delle cose che ho fatto da ragazzo, lei abbia solo una vaga percezione. Che possa dire che suo papà voleva fare il musicista, ma che poi non perda tempo a sprecare attenzione a nessuno dei progetti in cui ho prestato la mia collaborazione, questo perché sono convinto resterebbe colpita, ma in senso negativo. La verità è che, giustamente, non le interessa, o più probabilmente la cosa la mette in imbarazzo, e sono contento così. I genitori sono adulti asessuati e privi di qualsiasi velleità di autoaffermazione oltre la soglia dell’anonimato, chi sono io per abrogare questa legge non scritta.

Va tutto bene, quindi. Mia figlia conosce solo quella canzone un po’ sciocca e non potrebbe essere altrimenti: in rete ci sono tracce della mia carriera quasi nulle, principalmente perché di CD veri e propri, nel senso di pubblicati da un’etichetta vera e propria, ne ho fatto solo uno, e all’avvento degli mp3 e delle registrazioni casalinghe su hard disk, avevo già appeso i synth al chiodo. Quanto fatto in precedenza è rimasto meritatamente sommerso nell’underground dei demo tape, le cassette autoprodotte, autoregistrate e autodistribuite che le band – almeno fino ai primi anni 90 – si realizzavano in autonomia o finanziando studi in cui troneggiavano imponenti registratori a bobine o grazie ai primi multitraccia consumer a cassette (tipo quello che avevo io, il formidabile Tascam Porta One).

Quello di cui non mi capacito è perché non abbia mai conservato con cura almeno una copia dei demo tape che ho inciso. Perché non sia mai stato abbastanza lungimirante da prevedere che un giorno mi sarei trovato alle soglie dei sessant’anni e che avrei avuto piacere di riascoltare qualcosa della mia trascorsa attività di musicista. Nei primi anni duemila avevo addirittura riversato in un container dell’isola ecologica del mio paese uno scatolone pieno di cassette, consapevole che, tra quelle, ci fossero diverse testimonianze delle mie velleità artistiche. Forse pensavo, e credetemi, lo penso tutt’ora, che si trattasse di una componente della mia esistenza talmente irrisoria e marginale da meritare quel passaggio al macero senza alcuna discriminazione. Ma c’era anche un aspetto tecnico: con l’affermazione dei lettori mp3 portatili, walkman e cassette erano già più che obsolete, e tenersi in casa quei supporti ormai superati (e senza un dispositivo per riprodurle) non avrebbe avuto alcun senso.

Avrei salvato solo qualche sparuto episodio, uno in particolare, che in parte sono riuscito a recuperare un paio di anni fa, grazie a una mia ex fidanzata dell’epoca con cui sono rimasto in contatto su Facebook. Pieno di me, nel corso della nostra breve relazione le avevo registrato una compilation – mi vergogno pubblicamente con tutti voi per la presunzione esercitata – con delle tracce di alcuni complessi in cui avevo militato fino ad allora. Un goffo tentativo di self marketing che avevo completamente rimosso fino a quando, a seguito di un trasloco o di una sua ordinaria operazione di decluttering, mi ha inviato la foto di quel reperto che mi sono precipitato immediatamente a recuperare.

Di certo avrei invece volentieri condannato alla damnatio memoriae il collettivo musicale a cui ho partecipato a metà anni ottanta, nella fase più dark e industrial della mia vita, di cui ho già fatto cenno qui. Il progetto, il cui fondatore è purtroppo deceduto nel 1990 per complicazioni successive a un trapianto di reni, è stata la cosa più folle a cui abbia mai fornito il mio apporto artistico. Una decina di brani di matrice elettronica più che sperimentali, con l’aggravante della pessima registrazione (nonostante un professionale Fostex a otto piste), incisi poco più che improvvisando in una torrida estate di allora, tutti vestiti di nero, con i capelli puzzolenti di lacca da supermercato e spesso in condizioni tutt’altro che lucide.

Ora, non so come sia stato possibile, ma quarant’anni dopo una copia su cassetta del master (presumo a seguito di molteplici riproduzioni di riproduzioni) dell’unico album realizzato con quella formazione è capitata nelle mani del tenutario di Italian Tapes Archive, un canale YouTube che da qualche anno porta avanti la missione di digitalizzare e pubblicare materiale di band giustamente obliate per manifesta incapacità artistica. Almeno, parlo per me e ve lo posso garantire: la nostra, oltre a essere musica discutibile, per non dire di merda, era anche suonata male.

Siamo quasi alla fine della storia. L’Internet è il luogo in cui accade l’impossibile, soprattutto perché se ci sono folli che si rendono artefici su YouTube di progetti di quel tipo, ci sono anche folli più folli di tutti che decidono che, quella ciofeca di cassetta, ha una sua dignità artistica e che valga la pena di “ripulirla”. Processare le tracce per soffocare i ronzii analogici e i rumori di fondo, riversarla su un hard disk, masterizzare un CD e addirittura pubblicarlo, seppur in edizione (grazie almeno per questo) limitata. Questo tizio più folle dell’altro folle lo conosco piuttosto bene, lui conosce me, siamo in contatto sui social e, dovendo realizzare l’artwork per la copertina del CD, ha creato una composizione con le foto più evocative dei tempi in cui è stato realizzato dei musicisti che hanno partecipato al progetto. E, per quanto riguarda me, indovinate che foto ha utilizzato.

birra e salsicce

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Da ieri pomeriggio questo spazio è oggetto di un vero e proprio rastrellamento a opera di una forza oscura che si collega un po’ dagli USA, un po’ da Singapore, seguiti a ruota di Cina, Serbia e Belgio. Cifre da capogiro, migliaia di clic al giorno, portatori insani di un’illusoria notorietà digitale volatile come un ghiacciolo d’estate, anzi due, di quelli che ti stendono di piacere alla prima leccata ma poi la sete raddoppia e ti accorgi quanto non siano serviti a nulla. Al netto di questi bot o sentinelle del male che siano, rifocillatori di dataset per AI o più scaltri detective dell’incubo, ci siete ancora voi amatissimi quattro gatti che vi divertite a leggere – sempre più distrattamente, questo lo so – le mie cialtronerie. E non so quale sia il peggiore degli scenari, e in questo mi spiace cedere la mia ponderatezza da elettore mainstream del PD al più becero complottismo grillista. Ma ve la immaginate un’intelligenza artificiale che vi da risposte come ve la darei io? E, sull’altro fronte, di cosa potrei essere incriminato? Di avere ottimi gusti musicali? Di spingere i miei bambini a boicottare la collega di religione con qualche canzonetta irrispettosa?

Sicuramente si tratta di una coincidenza, ma ho pensato che per evitare ulteriori sorprese mattutine, di quelle che ti svegliano alle sei, ti si intrufolano in casa e poi controllano i magneti sul frigorifero per intuire cosa voti, d’ora in poi mi esprimerò in codice. Che poi, diciamocelo, per voi quattro gatti non cambierà nulla. Dei miei post si continuerà a non capire un cazzo. Prima involontariamente, ora ancora peggio. Quindi, per tutti sodali cospiratori che mi seguono, ecco il primo messaggio cifrato: “vorrei birra e salsicce”.

il riflusso e l’antiriflusso

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Questo post lo trovate sulla pagina FB di Christian Raimo.

“Nun te reggae” più di Rino Gaetano è del 1978 (dopo il sequestro Moro e prima della marcia dei 40mila), “Che fastidio!” di Ditonellapiaga nel 2026 (in una fase di stanca della seconda repubblica, all’inizio del populismo vannacciano).

Nel primo ci sono 34 elementi che provocano insofferenza: partiti, immunità parlamentare, canzoni senza fatti e soluzioni, retorica politica vuota (“nella misura in cui”, “partito serio”), titoli onorifici (onorevole, eccellenza, cavaliere, senatore), disonestà diffusa (ladri di polli ladri di stato), superpensioni, evasori legalizzati, il grasso ventre dei commendatori, famiglie Agnelli, Pirelli, Monti, auto blu, sangue blu, lusso ostentato (Cartier, Cardin, Gucci), castità, verginità, sposa in bianco, maschio forte, ministri puliti, buffoni di corte, stupratori, nobildonna, eminenza, monsignore, vossia, diete politicizzate, Cazzaniga, calciatori (Causio, Tardelli, Musiello, Antognoni, Zaccarelli), personaggi di sport vari (Gianni Brera, Bearzot, Monzon, Panatta, Rivera, D’Ambrosio, Lauda, Thoeni), di televisione e spettacolo (Costanzo, Bongiorno, Villaggio, Raffa, Guccini), lotteria, Portobello, illusioni di massa, chi gioca a dama, a sette e mezzo, stress, Freud, sess’, cess’, linguaggio e retorica vuota (“Mi sia consentito dire”, “Nella misura in cui”, “Aliena ad ogni compromesso”, “Cherie, mon amour”, “Dove sei tu / non m’ami più”).

Nel secondo sono 31 elementi: la moda di Milano, lo snob romano, il sogno americano, nasi alla francese in fotocopia, il pranzo salutare, il politico italiano, i cani alle dogane, arrivisti e giornalisti perbenisti, tronisti presentati come artisti, inno nazionale al piano bar, gli F24, lo spam, l’amico dell’amico senza invito che fa il figo, la vicina molesta, la retorica vuota e molesta, (“Facciamoci una foto”, “Che fai tu di lavoro?”, “Scambiamoci il numero”, “Abbassa quei bassi”, “Sei dell’Acquario? Ti facevo Sagittario”), festa come farsa, il corso di pilates, i corsi di meditazione e respirazione, Imparare a vivere con un tutorial, “Passa a premium, clicca qui”, cento cover Bossa nova, musica tribale, mancanza di controllo e possibilità di abuso (“Cosa mi hai messo nel bicchiere”, gusto amaro, testa che gira), non potersi controllare, telemarketing dall’India, Albania, Torino.

Entrambi i pezzi raccontano un pezzo di Italia che si rivede in un populismo che chiede autenticità contro un’ipocrisia imperante.

È interessante che nel pezzo di Gaetano questi elementi di ipocrisia vengono identificati nella politica formale – partiti, leader di partito -, nella corruzione e nel potere economico delle classi politiche fautrici di disuguaglianza, nelle tradizioni sociali e morali conservatrici, nel personalismo dello sport spettacolo, della politica spettacolo, nella retorica vuota che vorrebbe essere espressiva di sentimenti profondi.

Nel pezzo di Ditonellapiaga invece la politica istituzionale è quasi assente, il potere ipocrita viene identificato soprattutto con il lifestyle e l’esibizione di status, la retorica vuota non vuole più esprimere sentimenti profondi ma un’illusione di posizionamento, e l’insofferenza quotidiana non riguarda l’esperienza televisiva o spettacolare ma soprattutto l’invadenza del digitale e l’ideologia della wellness, più chiaro l’attacco femminista contro l’abuso determinato da perdita di controllo. Gaetano dice “stupratori” esplicitamente, Ditonellapiaga “cosa mi hai messo nel bicchiere”.

Per certi versi Non te raggae più scandisce la disaffezione alla retorica della militanza, Che fastidio! la disaffezione alla retorica della performatività.

giurato numero due

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Ho deciso solo all’ultimo se confermare o meno e onorare l’incarico che mi ha conferito il sindaco in persona. Si sono presentati in due, lui accompagnato dall’assessore alla cultura. Li ho visti confabulare con il mio dirigente e una collega, annuire simultaneamente verso di me – avevo qualcosa di elettronico in mano e lo stavo portando al posto in cui dovrebbe stare e nel quale nessuno, dopo averlo utilizzato, lo mette mai – e illuminarsi, prima che il preside mi intimasse di raggiungerli con un tono che fintamente concedeva alternative. La giunta stava allestendo una giuria per l’edizione di quest’anno del contest musicale dedicato ai ragazzi (ecco perché c’entra la scuola) che organizzano in concomitanza con la festa del paese, e chi meglio di una vecchia gloria dell’underground italiano, oggi penna di eccellenza di una nota rivista musicale?

Non a caso io, non corrispondendo affatto a questa descrizione con cui il preside mi ha venduto alla politica locale, non ho perso tempo a schermirmi e lasciare che la mia consueta umiltà inducesse il comitato organizzatore a desistere. Ma, complice l’urgenza di completare in tempo utile una commissione e non mandare in vacca settimane di sforzi e trattative, anche un maestro della primaria che fa ascoltare i Clash ai bambini anziché le canzoni dello zecchino d’oro che meriterebbero, che si è esibito per una manciata di minuti in piazza San Giovanni a Roma, un primo maggio di trent’anni fa, al cospetto di centinaia di migliaia di persone in attesa di ben altri set, esperienza di cui non esiste alcuna testimonianza in foto o video in grado di provarla, e che spreca giornate intere a scrivere recensioni per una webzine che nessuno si incula di pezza, avrebbe potuto funzionare.

Dicevo che ho deciso solo all’ultimo se presentarmi e onorare l’incarico e, manco a dirlo, mi sono presentato, e l’ho fatto per due motivi: non so dire di no soprattutto all’autorità, e fondamentalmente potrei chiuderla qui. Ma, ed è la verità, c’è anche una seconda ragione. Nella line up degli artisti in gara che avevo controllato quel pomeriggio stesso sul facsimile della scheda sulla quale avrei dovuto appuntare le mie valutazioni numeriche che mi era stata inviata in anteprima, spiccava – ultima della lista – una band che nel nome evocava un brano dei Cure. Gli altri, credetemi, non promettevano assolutamente nulla di buono. Neologismi altisonanti e pretenziosi, altri inutilmente didascalici, acronimi difficilmente espandibili, mix di inglese e italiano. Quell’ultima band in scaletta lasciava a intendere che un barlume di speranza che l’iniziativa non si dimostrasse una merda potesse anche accendersi e illuminare il buio totale che si prospettava.

Avrei voluto sfoggiare, per l’occasione, la t-shirt degli Idles che sto inseguendo da mesi su Vinted in quanto esaurita nello store ufficiale. Quella verde con la scritta in bianco “Be the I in Unify” e il disegno delle due mani che si stringono intorno allo stelo di un fiore. Il messaggio che avrei comunicato ai concorrenti, al pubblico e ai colleghi della giuria sarebbe stato quello più in linea con l’idea che ho di musica. Gli Idles sono il concept che più mi rappresenta al momento e non solo per la musica che propongono. Ma della maglietta nella mia taglia, nel dark web dell’abbigliamento usato, finora non c’è stata traccia. Così, alla fine, ho ripiegato con la solita camicia, l’unica che posso indossare senza ricordare un sacco vuoto, ora che sono dimagrito di venti kg.

Mi sono presentato al contest con i miei canonici trenta di minuti di anticipo per studiare la situa. Per il concerto era stato allestito un palco con un impianto e una strumentazione degni dei grandi festival che si organizzano nell’hinterland ma forse sovradimensionato per la piazza principale del paese, di fronte a quel complesso a due piani di case popolari fatiscenti che rendono lo spazio ancora più disturbante di quanto già potrebbe risultare senza. Alcune delle famiglie disfunzionali che abitano lì – e i cui figli frequentano il comprensivo in cui lavoro – erano già pronte ad assistere allo spettacolo anche se da dietro al palco, una postazione più che metaforica, in canotta e infradito, stravaccati sui dondoli ingialliti dal sole con fette di frutta tropicale in piatti di plastica inadeguati alla consistenza e alla dimensione del contenuto, o a cena conclusa, tirando calci con i loro bambini a palloni in gomma leggera, fumando, con un ammazzacaffè in mano oppure scolandosi birre ghiacciate da discount.

Dalla parte corretta da cui assistere allo spettacolo imminente, invece, c’era già un po’ di gente accomodata sulle panche in legno a gustare panini con la porchetta. Qualche paesano e i componenti dei complessi che avrebbero suonato a breve. Tutto questo mentre il service scaldava l’atmosfera con una selezione tutto sommato dignitosa, riprodotta a un volume prudenzialmente contenuto ma tale da suscitare la curiosità su quanto i gruppi in gara sarebbero stati capaci di fare, a partire da hit indie rock del calibro di “Somebody Told Me” dei Killers.

Ho atteso su una panchina un po’ defilata che si presentasse il resto dei giurati – tutti docenti appena usciti dagli scrutini come me, alcuni dei quali in pensione – e poi ho preso posto insieme a loro al tavolo proprio sotto il palco che ci era stato riservato. Il nome sulla cartellina che gli organizzatori mi avevano fornito non lasciava dubbi – ero proprio io – ma sulla scheda che poi avrei consegnato per tirare le somme, qualcuno mi aveva identificato anonimamente come giurato numero due, nemmeno mi trovassi in un film di Clint Eastwood.

La mattina del contest, raggiungendo la scuola in macchina, mi ero preparato un discorsetto qualora mi fosse stato chiesto di rilasciare al cospetto del pubblico una battuta, consapevole del fatto che mi avrebbe potuto ascoltare qualche genitore di qualche mio ex o attuale alunno e che, comunque, in paese godo di una certa stima per un motivo che non vi sto a raccontare. Ho pensato così a un intervento che esprimesse tutta la mia soddisfazione verso il fatto che tra i ragazzi ci fosse ancora voglia di fare le cose insieme, anziché starsene da soli in cameretta a registrare strofe in trap con un pc, un microfono e una scheda audio. Suonare in gruppo è decisamente più formativo perché ci costringe a farci da parte per ascoltare quello che eseguono gli altri, una bella anticamera di come dovremo comportarci di lì a poco nella vita adulta. Tutte balle, alle quali sono io il primo a non credere. Le band sono accozzaglie di egoriferite aspiranti rockstar maledette, pronte a mettersi in mostra a scapito degli altri e a fottere le fidanzate dei compagni di sala prove. Però, a quasi sessant’anni suonati, la narrazione che mi sono costruito più o meno la ricordo così.

Lasciatemi anche dire quanto mi sia stato difficile, nell’attesa, non usufruire della birra in omaggio che mi spettava, ma con una costanza che non mi appartiene ho superato ampiamente i nove mesi di astemia, primato che non voglio infrangere per una scadente e dozzinale Heineken sgasata e nemmeno media.

Ma veniamo alla musica. La scheda su cui avrei dovuto appuntare le mie valutazioni era composta a mo’ di tabella. Nella prima colonna i nomi dei gruppi e, via via, le categorie su cui esprimere i voti: un giudizio sulla voce, uno sugli arrangiamenti delle canzoni, uno sui testi, uno sull’interpretazione, e l’ultimo a discrezione della giuria, aspetto sul quale ci siamo accordati per concentrarci sull’impatto dell’insieme, su quanto la proposta potesse risultare coinvolgente e convincente.

Una serie di categorie che lasciava supporre i criteri fondamentali impiegati per la selezione dei concorrenti all’iscrizione al contest: brani originali (quindi no cover band), suonati dal vivo (quindi no basi) e cantati in italiano (quindi no pezzi in inglese e no strumentali).

Ma già l’attacco del primo gruppo, un ensemble arbitrariamente privo di basso e con un look da oratorio che ha proposto un medley di sigle di cartoni animati, mi ha indotto a temere il peggio. La seconda band in gara, un virile quartetto di metallari satanisti, mi ha quindi destabilizzato con il primo plot twist. I brani proposti sembravano di loro composizione (come poi mi è stato confermato al termine della serata), ma i testi erano in inglese e, pur con tutta la buona volontà e la mia comprehension ai limiti del C1, non ci ho capito niente. Poi si sono susseguite per lo più cover band, un improbabile duo di innamorati vestiti con una tenuta a dir poco inadeguata per un palcoscenico e che si è esibito con le basi da karaoke, e persino due ragazze che hanno proposto dei brani strumentali – un tango evocativo, i temi di alcune colonne sonore e una riduzione in stile Fausto Papetti della canzone vincitrice dell’ultimo festival di Sanremo – accompagnati da una coppia di ballerini sul palco. Dulcis in fundo, la band dal nome che rimandava al pezzo dei Cure, con i Cure proprio non aveva nulla da condividere. Ancora cover da tanto al mucchio, tutt’altro che new wave, per di più suonate con una tecnica approssimativa e con una cantante dall’entusiasmo sovradimensionato al contesto e con un’improbabile – ma solo per il target – inflessione latino americana.

Una proposta così eterogenea che ha reso superfluo qualunque approccio serio e sensato utilizzabile per assegnare i voti alle esibizioni. Che valutazione della voce avrei dovuto dare ai brani strumentali? E come giudicare la qualità dell’arrangiamento delle basi da karaoke scaricate chissà dove? E i testi in inglese? E “All The Small Things” o “The Final Countdown”, pur eseguite in maniera impeccabile?

Purtroppo l’assenza di alcool ha pure inibito quella componente cialtronesca che, assecondata dall’ebbrezza da birra in corpo, condiziona i comportamenti e sdrammatizza gli impasse esistenziali. Due medie rosse mi avrebbero permesso di trovare una soluzione e, sono sicuro, me la sarei cavata alla grande. L’acqua frizzante, invece, nonostante sia molto più virtuosa, sotto questo profilo non aiuta.

Mi sono persino abbattuto per il fatto che tra la musica dei sedicenti gruppi emergenti a cui ero stato appena sottoposto, tutta quanta, i brani originali, le cover, i pezzi strumentali e le canzonette da karaoke, non ci fosse nulla di moderno. Tutti i musicisti saliti sul palco erano davvero giovanissimi, ma nessuno che abbia suonato una canzone anche lontanamente post-punk, o indie-rock, nemmeno quell’indie orecchiabile che va di moda dalle nostre parti, e nemmeno quella trap di cui si accusano i giovani. Solo classic rock, heavy metal, pop e canzoni interpretate secondo l’estetica di X Factor e Amici. Questo per dire che, se anche avessi acquistato in tempo la t-shirt degli Idles, nessuno l’avrebbe capita.

Come se non bastasse, uno degli organizzatori – mentre si procedeva con l’operazione di conteggio dei voti e l’individuazione dei vincitori – si è avvicinato al tavolo con il microfono per strapparci qualche dichiarazione. Non so perché ma mi sono sentito in dovere di rompere il ghiaccio, avevo davvero un discorso pronto in testa e, con un curioso effetto di ritardo dalle casse, ho espresso proprio quello che avevo pensato di dire la mattina, in auto.

Volete sapere chi ha vinto? Sono risultati più votati proprio quelli di “The Final Countdown”, cantato e suonato come se al mio posto ci fosse stata Mara Maionchi o Fedez pronti a ghermirli nella loro squadra. Vi confesso di aver modificato i voti in extremis, prima di consegnarli agli organizzatori, in modo da favorire i metallari – e tenete conto che detesto il metal con tutte le mie forze da sempre. Purtroppo, però, le mie preferenze non sono valse a nulla, sommate a quelle degli altri giurati. Ci ho tenuto però a dirglielo, ai metallari, che tutto sommato sono stati i migliori, ma che non era certo quella la sede appropriata per premiarli.

Poco prima di rientrare, mentre il service stava già sbaraccando tutto per il temporale imminente, ci si è avvicinato un giovanotto alternativo per farci una domanda che ha colto tutti di sorpresa. “Perché avete fatto vincere una cover band?”, ci ha chiesto, con un tono dichiaratamente passivo aggressivo. Non so cosa gli abbiano risposto i miei colleghi giurati, perché nel frattempo mi ero allontanato, ma magari in parte è scritto qui.
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roof

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Al mio dirimpettaio hanno proposto di inserire il suo appartamento in vendita in una puntata di “Casa a prima vista”, offerta che ha declinato perché gli avrebbe fruttato un guadagno inferiore al valore reale dell’immobile. Una costante che si ripete: la fortuna colpisce a pochi metri da me e, per ovvi motivi statistici, le probabilità che l’opportunità si manifesti anche sulla soglia della porta blindata ubicata proprio di fronte al suo zerbino dozzinale sono nulle. Dev’essere per questo che a me, invece, tocca la visita di due dei tre conduttori del programma gemello in onda sulla stessa emittente, quello in cui i padroni di casa sfoggiano il meglio di sé per dimostrare quanto hanno assimilato il galateo, ma il fatto che io non stiri le tovaglie e che possa apparecchiare esclusivamente con posate Ikea, bicchieri scombinati e piatti sbeccati non lascia dubbi sulla matrice onirica dell’esperienza in corso.

La serata prende una piega inaspettata quando apro lo sportello del pensile in cui conservo il contenitore del pan grattato che mi occorre per il primo che mi appresto a cucinare. Da un buco nella parete che sorregge il mobile fuoriesce una violenta cascata di acqua che ha già riempito il vano e si riversa fuori, su di me. L’inconveniente mi induce a prendere il considerazione la possibilità di rimandare l’appuntamento conviviale, un vero peccato perché l’interior design del mio appartamento e, soprattutto, le mie ricette avrebbero bilanciato l’insufficienza garantita in mise en place.

Resta il fatto che la situazione sia grave. Corro nella cameretta dove, secondo l’architettura imposta dal sogno, è posizionata una scaletta interna per raggiungere il controsoffitto in cui sono posizionati i tubi dell’impianto idrico. Salendo su, concordo con mia moglie, che resta con gli ospiti, che cosa comunicare ai vigili del fuoco per trasmettere l’effettiva gravità della situazione. Nei locali superiori, infatti, le cose sembrano ancora peggio. Non solo il pavimento è completamente allagato – ci sono almeno una ventina di cm di acqua – ma dal motore della caldaia è in fiamme. Il connubio tra incendio e inondazione si vede sono nei kolossal catastrofistici statunitensi, ed è li che ho imparato che, con la presenza di un impianto elettrico, è meglio stare alla larga dal bagnato. Capisco che è meglio portarmi ancora più su per risolvere il problema alla fonte – è proprio il caso di dirlo – così raggiungo il tetto.

I soliti pannelli solari e le cappe fumarie hanno lasciato il posto a un ampio parcheggio con un movimentato andirivieni di persone, d’altronde ci troviamo in un sogno, quindi perché non esagerare? Una vera e propria piazza in cui a un lato trova posto un ristorante di specialità marinare gestito da un pittoresco signore di mezza età per nulla etero e con i capelli tinti di giallo paglierino che ama intrattenere con le sue chiacchiere gli avventori mentre mangiano.

Poco più avanti vedo un bar latteria con un piccolo dehors. A un tavolino siede una coppia di ragazze. Potrebbe essere la sera di Halloween perché una delle due sembra impersonare Ron Mael degli Sparks, con quell’inconfondibile acconciatura e i baffetti alla Hitler di cui, vi giuro, non ho mai compreso il significato e la necessità. Con il nazismo non si scherza. Non avete idea di quante volte, in vita mia, sognato di scappare dai rastrellamenti e persino di essere passato per le armi.

Osservo così l’altra sperando di trovare in lei qualche elemento che la riconduca al fratello Russell, e la delusione nel verificare che, al contrario, si è vestita da quell’altro buffone giustamente appeso al contrario che mi fa persino schifo nominare è così forte da raggiungermi anche poco dopo, da sveglio. A parte questo funesto cameo, non c’è nessun indizio che possa ricondurre alla catastrofe che si sta consumando pochi metri sotto a quell’inaspettato roof garden. Mi scappa persino la voglia di usare il telefono del bar latteria per chiamare mia moglie e chiederle se, nel frattempo, i pompieri hanno domato le fiamme. Il fatto è che non riesco più a trovare il passaggio diretto che mi ha permesso di portarmi lì, così cerco di tornare giù scendendo cautamente la ripida rampa elicoidale carrabile che porta all’uscita, come se quello fosse un centro commerciale qualsiasi e non il condominio che non abbandonerò mai.

musica di merda al prezzo che merita

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Ho cominciato digitando proprio così – musica di merda al prezzo che merita – la descrizione del mio profilo su Vinted. Mi sono ritrovato con una tonnellata di dischi di cui non mi interessa nulla, so che non li ascolterò mai e, anche se volessi conservarli nella mia collezione (che raccoglie solo pezzi che mi piacciono davvero tanto, sono moltissimi ma il fatto è che ho gusti decisamente eterogenei) non saprei materialmente dove metterli. Già lo spazio che occupo con i miei, anzi, con il mio unico hobby (che poi è una vera e propria ossessione) nei novanta metri quadrati di casa mia mi mette a rischio divorzio, quindi meglio non allargarsi troppo.

Prima mi sono impossessato di un intero scaffale di trentatré giri dagli scantinati di un istituto comprensivo che li avrebbe destinati alla discarica. Prima di Spotify e YouTube la musica, a scuola, si ascoltava così. Un ritrovamento che mi ha sbloccato il ricordo di quando la prof di inglese ci sottoponeva all’ascolto di dialoghi a consolidamento delle sue lezioni nel laboratorio di lingue del liceo che ho frequentato da adolescente. Le conversazioni per le attività di listening erano su ellepì e 45 giri – ricordo che ci veniva chiesto di portare un registratore a cassette personale per poterle poi utilizzare per i compiti a casa, consuetudine che vista da qui sembra preistoria – e la mia insegnante, a cui tremavano vistosamente le mani, faticava a posizionare il braccio del giradischi in corrispondenza della traccia desiderata con interessanti effetti di scratch da abstract hip hop ante litteram. Il contenuto dello scatolone di vinili che mi è stato permesso di tenere – per un audiofilo e collezionista si tratta di occasioni alle quali rinunciare è più che contronatura – però è risultato deludente. Tra album di classica decisamente mainstream e compilation per attività didattiche, poteva salvarsi solo qualche copia di allegati della rivista “Musica Jazz”, materiale comunque di scarsissimo valore commerciale.

Poi mi sono accaparrato la collezione di dischi di mio papà, interi ripiani gremiti da ellepì e 45 giri che già si erano ampliati, una trentina di anni fa, con la collezione di dischi di mio nonno materno che mio papà (capite da chi ho preso?) aveva a sua volta recuperato dalla soffitta della casa di campagna dei suoceri messa in vendita. Un lotto amplissimo ma altrettanto deludente: di salvabile, secondo i miei gusti – ripeto, straordinariamente vasti – non c’è quasi nulla. Ancora dischi di classica principalmente di matrice organistica che purtroppo non è nelle mie corde e che terrei solo per darmi un tono. Orchestre del passato, roba tipo James Last, Frank Pourcel, Perez Prado e diverse formazioni latino-americane. Liscio. Ma soprattutto una ingente quantità di singoli di spazzatura anni sessanta e settanta che non vi sto a dire, penalizzati da migliaia di riproduzioni su mangiadischi dell’epoca e personalizzati con firme e commenti a penna sulla copertina.

Mi sono messo così all’opera allestendo il mio spazio con centinaia di inserzioni, a cui ho aggiunto qualche altro articolo non musicale riconducibile al mio passato di cui da tempo volevo sbarazzarmi. Un contenitore per caramelle a forma di testa di supereroe Disney (una specie di Buzz Lightyear) di cui la proprietaria di una latteria del centro storico di Genova mi aveva fatto dono nel novanta e qualcosa, chiedendomi però in cambio di acquistare la manciata di caramelle che erano rimaste dentro. Uno spremiagrumi Atlantic anni 60 con imballo originale mai usato. Un paio di Camper del secolo scorso in cui i miei piedi non entrano più a meno di passarli in una fresatrice e altro. Ma il novantanove per cento sono i dischi di cui mi vorrei liberare.

Inutile dire che gli articoli non musicali sono andati a ruba con un discreto profitto in pochissimi giorni. Ma ho accettato anche un po’ di offerte per i vinili che già sapevo essere piuttosto richiesti (artisti come i Queen, Zucchero, Battisti e altri che mi fanno cagare a spruzzo) e ho piazzato anche quelli. Due dischi di classica ancora incellofanati hanno invogliato un audiofilo francese. Un tizio non ha provato nemmeno a rilanciare per una compilation di sigle di cartoni animati e programmi tv anni ottanta, che poi mi chiedo che cosa ci farà. Immagino me, rientrare a sera dal lavoro stanco come un ciuccio, stapparmi un’acqua frizzante (lo so, avrei dovuto scrivere birra ma ormai sono astemio), e rilassarmi mettendo sul piatto “Candy Candy”. Mah, la gente è davvero strana.

Il fatto è che tutto il resto di quanto messo in vendita, e proposto a prezzi irrisori e davvero minimi, è ancora lì. Una debacle che mi ha fatto desistere dal continuare il progetto. Ogni articolo richiede comunque un po’ di tempo e di attenzione: controllo che sia tutto ok, lo pulisco, faccio le foto di entrambe le facciate sia del vinile che della copertina, cerco le informazioni dettagliate su una piattaforma specializzata, inserisco il tutto su Vinted e metto online. Tutto questo ogni volta. Per non parlare della vendita e della spedizione. I dischi occorre fasciarli nel pluriball e, quindi, assicurarne la resistenza a urti e a piegature inserendoli in due fogli di cartone robusto, a meno di non dotarsi delle scatole ad hoc. Poi occorre chiudere il pacco, stampare l’etichetta e recarsi al punto di ritiro più vicino. Ha senso fare questo per una copia di “Piange il telefono” di Modugno, venduta a 2 euro?

Ho pensato così di minimizzare lo sbattimento affrontandolo con ironia. Quanto sarei disposto a sborsare per il 45 giri “Buonasera, dottore” di Claudia Mori? O, peggio, per la fanfara dei bersaglieri? Due euro sono fin troppi. Un inutile retaggio culturale che si meriterebbe la discarica storica, prima che fisica. Da qui la caption “musica di merda al prezzo che merita”, e sono stato fin troppo indulgente con i miei antenati.

Poi però “Piange il telefono”, “Buonasera, dottore” e la fanfara dei bersaglieri li ho piazzati davvero, a due euro. Qualcuno li ha acquistati e, se lo ha fatto, probabilmente non ha letto la presentazione a corredo del mio profilo. Nei panni di un acquirente, io mi sarei risentito e avrei immediatamente mollato il colpo. Musica di merda che però mi evoca qualcosa, o che mi permette di completare una collezione monografica di Modugno, o qualsiasi altra esigenza che mi ha spinto a spenderli, quei due euro più i costi di spedizione. Che diritto ho di giudicare la musica di merda? È e sarà per sempre musica di merda, questo senza il bisogno che lo rimarchi io, con la mia presunzione. Mi sono precipitato così a cancellare una dichiarazione di intenti che, prima ancora di suonare poco efficace dal punto di vista commerciale, potesse risultare offensiva.

Sono passate un po’ di settimane, ma il mio magazzino virtuale è ancora lì, con il cofanetto dei tre dischi di “Premiers Pas Vers L’éducation Motrice”, la copia intonsa di “16 Celebri Marce” edizioni RCA, ma soprattutto con “15 anni” dei Vicini di casa, “Io camminerò” di Fausto Leali, “Piccola venere” dei Camaleonti e “Un sospero” dei Daniel Sentacruz Ensamble. Che poi, mi chiedo: ma perché i miei antenati hanno dilapidato la mia eredità in musica così di merda? Almeno, mia figlia, si ritroverà tra le mani la prima stampa di “Nevermind”.