Yalla Miku – 2

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[questo articolo è uscito su Loudd.it]

La biografia del collettivo Yalla Miku ha i tratti di una favola, per chi ama la musica e crede nel suo potere taumaturgico di unificazione universale e di ponderata multiculturalità. Tutto nasce tra gli espositori e gli scaffali di Bongo Joe, un negozio di dischi di Ginevra che, grazie alla passione del suo proprietario Cyril Yeterian (musicista di origini in bilico tra il Libano e l’Armenia), evolve prima in etichetta discografica per sublimare poi in vero e proprio polo artistico e culturale, quindi in un caffè, luogo di scambio tra oriente e occidente del mondo, con tanto di sala concerti annessa in grado di dare linfa (e lustro) a un intero quartiere della città svizzera.

Non è un caso che i musicisti che collaborano a questo progetto si siano conosciuti in un ambiente che gronda globalità e rispettosa contaminazione stilistica. Con il batterista Cyril Bondi, già coppia fissa con Yeterian nel duo Cyril Cyril, gli Yalla Miku pubblicano il loro disco d’esordio omonimo nel 2023 grazie all’apporto di due musicisti svizzeri di estrazione differente – la polistrumentista cantante e compositrice Simone Aubert e Vincent Bertholet, contrabbassista di jazz contemporaneo dell’Orchestre Tout Puissant Marcel Duchamp – e di tre strumentisti rifugiati dall’Africa – Anouar Baouna (dal Marocco) al guembri, Samuel Ades Tesfagergsh (dall’Eritrea) al krar e Ali Bouchaki (dall’Algeria) al darbouka.

L’idea e l’unicità alla base di Yalla Miku sono quelle di eludere gli stereotipi e l’approccio colonizzatore (e normalizzatore) della world music, nonché i suoi tentativi di rendere complementari stili e patrimoni sonori distanti. L’improbabile incontro di generi e strumenti qui contribuisce a trasmettere i fattori di contrasto tra background remoti, favorendo il racconto dei vissuti individuali in un contesto di libertà ritrovata. Come ha dichiarato Yeterian in un’intervista, una sorta di metafora delle difficoltà di adattamento di chi è stato costretto a trasferirsi in Europa.

Per il secondo capitolo della loro carriera, dal quasi ovvio titolo di 2, ai due Cyril fondatori (Yeterian al banjo, chitarra elettrica e voce e Bondi alla batteria, percussioni e voce), e a Samuel Ades Tesfagergsh (voce e krar), si sono aggiunte la sound designer franco-svizzera Emma Souharce e la bassista Louise Knobil. Un turn over che conferma l’indole aperta e inclusiva – nella consapevolezza della complessità e dell’incerta efficacia dei tentativi – e l’approccio alla reinvenzione musicale.

Ne deriva uno stile decisamente a sé, un groviglio straordinario volutamente lasciato in balia delle asperità che lo contraddistinguono, tra post punk, afro funk, krautrock, dub e echi di sonorità provenienti dall’Africa orientale. Architetture armoniche avveniristiche a supporto di liriche ricavate da tutti i temi che reminiscenze così estranee comportano, a partire dall’identità separata dalle radici fino alle regie occulte dei flussi migratori. Un segnale di trigger non sempre in sincro preciso, dagli esiti grezzi e talvolta caotici, appunti disordinati di non-world music privi di una successiva e non richiesta opera di editing di adattamento alle linee guida del mercato occidentale della solidarietà. A prova che la fusione in campo tutt’altro che neutro mantiene inevitabilmente parte della natura della materia di partenza.

Gli aggettivi che il collettivo Yalla Miku cesella a descrizione del loro suono sono “crudo, militante, inclassificabile, per orecchie curiose e cuori aperti”. Nel secondo capitolo a opera della band svizzera, nord, sud, est e ovest della Terra si scontrano nuovamente nella maggior parte dei pezzi con conseguenze sorprendenti. “Al Sayf” gioca sul contrasto tra le dissonanze dell’organo, il basso fluido, la batteria afrobeat e la melodia arabeggiante. “Alemuye” invece è tutt’altro, o perlomeno qualcosa che altrove ricondurrebbe alla new wave, tanto quanto “Maximum Self-Care” e “Post-Aventures” (molto B-52’s), brani veloci su cui aleggiano lo spoken word e il cantato in francese di Emma Souharce, fino alla freddissima re-interpretazione della disco africana di “Le Palais de Bachar”.

“Embeyto” è un cupo dub-noise ispirato dall’omonima cittadina eritrea che alterna strofe in francese a un ritornello declamato in lingua tigrina. Con “Il fait trop cuit” ci spostiamo di nuovo in territorio arabo, tappa psichedelica propedeutica al passaggio in chaabi marocchino di “Scarlett Chien” e al vivacissimo rumorismo electro-müezzin di “Al 3Mal”. C’è persino il tempo di un po’ di desert blues nella conclusiva “La Tour Eiffel”, la destinazione finale che completa il tour delle civiltà incolpevolmente fuori posto.

Per tutto ciò, e per molto altro, Yalla Miku è un disco dichiaratamente provocatorio, pensato per metterci a disagio e attivare riflessioni costruttive sul nostro pianeta e sull’accezione troppo consolidata di confine. Se esistono barriere geografiche, qualcuno deve per forza lavorare su quelle melodiche. Se ad attraversare deserti e mari si rischia la vita, la musica – per forza di cose – deve provare a essere altrettanto pericolosa, per risultare credibile.

Bab L’Bluz, 12/02/2026, Circolo Magnolia, Milano

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Uscire di testa per una canzone ascoltata per puro caso alla KEXP e scoprire che, pochi giorni dopo, la band che la esegue suonerà a mezz’ora da casa tua è una cosa che capita una volta nella vita. Leggi la storia che ha commosso il web.

Mi sento un po’ in colpa per aver occupato il posto d’onore, l’equivalente della poltronissima che, in un concerto dei Bab L’Bluz, coincide con la porzione di spazio sotto il palco simmetrica alla straordinaria cantante Yousra Mansour e al suo suggestivo strumento artigianale a doppio manico che è lei stessa a descrivere, approfittando di una pausa tecnica del concerto al Magnolia di ieri sera. Un corpo unico composto da un gwembri e un mandolino a 10 corde, entrambi elettrici e assemblati da un liutaio che, nei momenti più caldi del concerto, con i fari dietro alla scena rivolti verso gli spettatori a creare un suggestivo effetto controluce uniti ai movimenti tipicamente chitarristici della testa ad accompagnare uno dei suoi più ispirati soli (e i folti riccioli che saltano in aria a tempo) hanno conferito all’esperienza live una curiosa sensazione Led Zeppelin ma in versione Gnawa.

Dicevo che mi sento un po’ in colpa perché avrei dovuto lasciare quel golden ring monoposto a qualcuno che se lo meritava di più di me, a partire dal terzetto di giovani donne di origine marocchina con cui Yousra ha duettato in arabo e in francese lungo tutto il concerto. Approfittando di un momento di inevitabile distrazione della prima fila durante la lunga coda del bis conclusivo, la claque si è intrufolata proprio sotto alla band per abbandonarsi a una danza viscerale, guidata da quel tipico movimento del capo eseguito per valorizzare il fascino e la portata dei capelli lunghi.

Un momento che non dimenticherò mai: i quattro Bab L’Bluz che salutano il caloroso pubblico e si allontanano dietro le quinte improvvisando un finale con i loro particolari strumenti a percussione, le fan che tributano il meritato riconoscimento dovuto alla sintonia etnografica e si scatenano liberando la chioma e io che (alla prima rotazione della testa) mi becco un’esemplare frustata di capelli in pieno volto. Un esplicito e metaforico monito a fare un paio di passi indietro dal mio eurocentrismo per lasciare giustamente spazio a persone più accreditate di me a immolarsi protagoniste di quel rito conclusivo di uno spettacolo mozzafiato. Non nego che una maggiore interazione tra quel tipo di pubblico e la band favorita da una più intima vicinanza sarebbe stata più appagante per entrambi, anziché la presenza statica di un anziano melomane in abiti da ufficio a pochi centimetri dal microfono che, comunque, ce l’ha messa tutta per trasmettere appieno l’entusiasmo che la musica dei Bab L’Bluz merita senza ombra di dubbio.

Il punto è che se è già complicato accompagnare dal pubblico i propri brani preferiti in inglese, figuratevi in arabo. E non mi riferisco solo ai testi (il level pro) ma mi accontenterei di riuscire a seguire con il corpo le pulsazioni principali dei ritmi di cui, nell’impero occidentale della cassa dritta e degli accenti standard di rullante, lo stile dei Bab L’Bluz si rende ambasciatore. Il livello principiante, una frequentazione turistica della musica di matrice nordafricana. Ma vi posso assicurare, e ho le prove, che non ero il solo. Ho persino provato a riprodurre qualche suono per imitarne il linguaggio, nei frequenti botta e risposta tra artisti in scena e ascoltatori sotto, e spero davvero che chi ha partecipato insieme a me alla prima tappa del mini tour italiano della band franco-marocchina non ci abbia fatto caso.

Un concerto che non ho nessun problema a ritenere tra i più avvincenti mai visti nella mia lunga esperienza di frequentatore di live. La scaletta dei Bab L’Bluz si è concentrata principalmente sulle tracce comprese nel loro ultimo album Swaken, uscito nel 2024, un disco che, rispetto alle canzoni contenute in Nayda!, il lavoro con cui hanno esordito per l’etichetta Real World fondata da Peter Gabriel, suona decisamente più maturo e completo, com’è giusto che un’opera sophomore risulti. Un’esibizione per pochi intimi, purtroppo, ma più che sul pezzo e che non ha risentito per nulla della dimensione da club.

La resa live della band anche in situazioni meno raffinate (solo da un punto di vista della resa acustica, il Magnolia è un ambiente davvero speciale) rispetto al set registrato per la KEXP, risalente allo scorso anno e resuscitato qualche settimana fa sul canale YouTube della preziosa emittente di Seattle, si conferma ineccepibile. Le doti canore di Yousra Mansour non smentiscono le aspettative, e la capacità di vocalizzare riproducendo al contempo la principale componente strumentale dei brani lascia davvero a bocca aperta. Il tutto accompagnato da una tenuta del palco e una forza carismatica e trascinatrice di assoluto prestigio.

Al suo fianco, il fidato fondatore del progetto Brice Bottin al basso (un secondo gwembri elettrico), un decisivo polistrumentista (perdonatemi, mi è sfuggito il nome) chiamato ad aggiungere valore ai brani con percussioni e flauto, e il solidissimo batterista Ibrahim Terkemani, una vera macchina da guerra. Grazie a lui, e senza nulla togliere all’eccellenza armonica dello stile della band, i Bab L’Bluz sfoggiano una sezione ritmica a dir poco mostruosa, ai limiti del soprannaturale. I suoi pattern ritmici, inusuali per gli standard rock a cui siamo esposti, in alcuni sviluppi dei brani hanno mandato in tilt anche i più esperti mantenitori di beat.

Una serata densa anche di significati oltre alla tecnica musicale in sé. L’impegno della band nella sensibilizzazione, attraverso il proprio messaggio unificante, circa i valori di giustizia, di equità, di fratellanza e di temi urgenti (a partire dalla condizione del popolo palestinese) ha condotto al massimo le vibrazioni degli ascoltatori. La corretta accezione anticolonialista della world music, un invito ad un ascolto e una riflessione consapevole per superare i meri aspetti folcloristici ed esotici di tutto ciò che si trova sull’altra sponda del Mediterraneo.

Non stupisce che l’insegnamento ci sia impartito dalla vicina Lione, base del quartetto franco-marocchino. Un ambiente decisamente più aperto e maturo del nostro alla contaminazione nel rispetto delle peculiarità altrui. Il concerto dei Bab L’Bluz ha avvalorato l’impressione della band che ho ricavato dai loro dischi, grazie alla quale si proiettano ai vertici delle cose più interessanti ascoltate ultimamente.

superotto

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Altro che Eurodisney. Se andate a Parigi, il vero paese dei balocchi per quelli come me si trova in prossimità del Charles De Gaulle, a pochi metri dalle uscite degli arrivi. Un capannone di non so quante migliaia di metri quadri tutto stipato di bancarelle e relative scaffalature di rivenditori di dischi usati. A me i posti così, nei luoghi in cui ci si trova in vacanza, un po’ indispettiscono perché i mercatini di settore impongono un rigore e un approccio incompatibile con le aspettative delle persone con cui ci si accompagna e richiedono, piuttosto, viaggi dedicati. Bisognerebbe visionare uno per uno tutti gli articoli in vendita, controllare le condizioni dei dischi e delle copertine, magari controllare sui siti specializzati il reale valore delle copie e, in un luogo così smisurato, risulterebbe un’impresa a dir poco sfidante.

Mia moglie, che mi espone a eterne sessioni di permanenza in esercizi come Tigota comprensive di interi quarti d’ora in contemplazione degli espositori colmi di articoli per la pulizia della casa alla ricerca del miglior rapporto qualità prezzo di un prodotto per il legno o di un ammorbidente, per non parlare delle interminabili battute di safari nella giungla dei vivai dell’hinterland milanese, tra piante e alberelli in offerta alla ricerca dell’acquisto più conveniente, dei vinili di seconda mano proprio non ne vuole sapere. Per questo mi abbandona lì all’ingresso senza avvisarmi – nemmeno nei peggiori incubi, come si profila questo – e si avventura con i mezzi pubblici alla volta del centro seguita dal resto delle persone con cui abbiamo pianificato questo breve soggiorno nella capitale francese.

Così mi soffermo in quel bazar monotematico insieme a Giancarlo che non c’entra niente con il gruppo di amici con cui siamo arrivati qui, ma piuttosto rende l’esperienza uno spin off del sogno precedente. Esaminavo con qualcuno su uno schermo improvvisato delle pellicole in super8 che lo ritraevano di spalle al mare ma, anche se ripreso di nuca, non c’era alcun dubbio si trattasse di lui. Commentavo con la persona con cui vagliavo quei filmini a proposito della moglie di Giancarlo e sul fatto che tiene dei corsi di ceramica. Pensavo che il secondo spettatore di quella proiezione domestica potesse conoscerla. Voleva a tutti i costi sapere come si chiamasse, ma il punto era che non lo ricordavo più e che poi, a un certo punto, perdevo anch’io la certezza perché non sembrava essere mai ripresa se non alla fine, quando lo raggiungeva sul bagnasciuga e si abbracciavano e così ho potuto fare un sospiro di sollievo per aver evitato una figuraccia.

Lì nel capannone pieno di dischi Giancarlo non è in costume da bagno come nelle riprese di prima, per fortuna, e scartabella con me un po’ frettolosamente alla ricerca dell’occasione perfetta, magari una prima stampa di qualcosa a un prezzo stracciato e in condizioni pari al nuovo, cose che possono accadere appunto soltanto in un sogno. Ma la faccenda sembra andare per le lunghe e decido di tagliare corto, un po’ perché mi accorgo di perdere interesse in quella che si presenta come un’impresa titanica e a scapito della visita alla città, un po’ a causa dell’inconfondibile odore di cantina che pervade gli ambienti popolati da rigattieri che mi causa sempre – non mi è mai stato chiarissimo il motivo – non pochi imbarazzi intestinali. In poche parole mollo il colpo, nel senso che guadagno l’uscita, dopo appena poche bancarelle, tanto Giancarlo l’ho già perso, sarà stato fagocitato dal reparto fumetti, non è un collezionista compulsivo di vinile come me.

Esco dal capannone e mi affretto a lasciare i pochi dischi usati acquistati nel bagagliaio della Xsara Picasso – modello che non possiedo più dal 2016 ma che porto sempre nel cuore, sia per la volumetria e certe prestazioni, sia per i momenti trascorsi a spasso per campeggi in Corsica e in Sardegna, durante le estati di tanti anni fa quando mia figlia era ancora piccola – posteggiata in uno dei parcheggi custoditi dell’aeroporto parigino. Solo al risveglio, definendo i punti salienti di questa storia per una probabile stesura sul mio blog, rifletterò sull’incongruenza di questo passaggio: se sono arrivato con un volo dall’Italia, che ci fa la mia macchina lì?

Mi metto in coda alla fermata del 41, il bus che dal Charles De Gaulle porta diretto al Pompidou, dimenticando che i numeri, nei sogni, hanno un valore non da poco, ma quello è l’unico di tutta la storia e so che non ci caverò un ragno da un buco. Chiedo conferma del percorso a due donne davanti a me che parlano in italiano, ma sopravvaluto il trasporto pubblico francese. I biglietti si acquistano ancora all’edicola, non c’è possibilità di pagare con la carta una volta saliti a bordo come sui mezzi dell’ATM. Sono costretto a lasciare il mio posto nell’ordinata fila in attesa e mi dirigo alla rivendita ubicata un po’ più avanti. Nel breve tragitto, inciampo in una piastrella difettosa del marciapiede. Per mantenere l’equilibrio lascio cadere dalla mano destra lo smartphone sul quale stavo controllando tutti i dettagli utili allo spostamento per raggiungere mia moglie e il resto della compagnia, non posso escludere il fatto che la distrazione possa essere stata la causa del passo falso stesso.

Il telefono, un anacronistico Blackberry aziendale d’antan che possedevo ai tempi della Picasso, si sfracella sull’asfalto battendo sul lato corto e curvandosi a fisarmonica come fosse di cartone. Il display che visualizzava il tragitto dell’autobus e il numero di fermate per arrivare a destinazione si cristallizza proprio su quella schermata ma, raccogliendo il dispositivo, mi accorgo che altro non è che una pagina di carta stampata e, forzando l’apertura dello chassis, noto che dentro ce ne sono delle altre come se tutta la cronologia delle pagine web visualizzate nella giornata si fosse trasformata in uno schedario portatile.

Il punto è che, senza telefono e senza Maps, sono fottuto. Completamente isolato, non posso avvisare nessuno, non posso contattare mia moglie, non posso avvertire i miei compagni di viaggio, non ho l’indirizzo della casa che abbiamo prenotato, non ricordo un solo numero di telefono. Ce l’ho nel culo, per farla breve. C’è solo una possibilità: recuperare la scheda SIM dello smartphone (o di ciò in cui si è trasformato per magia dopo che mi è caduto, una sorta di incantesimo a seguito del quale ora ha la foggia di uno strumento compreso in un metodo di matematica per la scuola primaria che utilizzavo nel ciclo scorso) e cercare un megastore di elettronica per dotarmi di un nuovo dispositivo. Ricordo che tutti gli aeroporti in cui sono transitato hanno, al loro interno, almeno un punto vendita di uno dei più noti brand della grande distribuzione del settore IT. Ma anche nei pressi, siamo nella periferia più destrutturata, ci dovrà essere per forza un centro commerciale come a Orio Al Serio.

Così, come nel montaggio cinematografico di un videomaker alle prime armi, nella scena successiva mi trovo senza tante spiegazioni seduto in un taxi, a vagare tra le stradine gremite di gente esagitata in una specie di medina. L’auto guidata da un conducente di origine nordafricana si muove troppo veloce tra gli stretti vicoli in cui si affacciano gli espositori di botteghe di pseudo-artigianato acchiappa turisti. Mi rendo così conto del destino che mi aspetta. Mi troverò a contrattare l’acquisto di uno modello ancora più obsoleto del Blackberry in uno di quei negozietti gestiti da bengalesi musulmani in cui si trova un po’ di tutto – bevande analcoliche, pile, tappeti, spezie e molto altro – e nei quali si possono utilizzare telefoni pubblici per chiamare, con prefissi che oggi ci sembrano del tutto inventati, i parenti emigrati a migliaia di km, dall’altra parte del mondo.

vicino all’Europa

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La stazione delle Ferrovie Nord di Milano Dateo custodisce un segreto degno di una città misteriosa come Bologna. Avete presente il Voltone del Podestà in Piazza Maggiore? Anche da noi si perpetua una specie di prodigio che lascia tutti a bocca aperta. C’è un punto in Dateo in cui gli annunci si percepiscono sfasati di qualche istante, per un curioso effetto acustico. La notifica del tal treno in arrivo o in ritardo, o la ricorrente raccomandazione a non oltrepassare la linea gialla, si sdoppia rincorrendosi dai binari verso l’uscita come a sottolineare l’ambivalenza di un non luogo come quello, un posto in cui si va e si viene. Ci sono cose di Milano che notano solo i pendolari e che, ora che non sono più un pendolare dalla periferia verso il centro e, di sera, viceversa, ma rientro nella categoria dei visitatori occasionali anche se le occasioni di visita diradano sempre più, mi colpiscono per il fatto di essersi perpetuate nonostante la mia assenza e mi fa stare più tranquillo il fatto che si siano mantenute intatte per chi ha preso il mio posto e chi ricopre il mio ruolo nel sistema economico della metropoli.

Ma non è solo quello. A Milano mi affascinano molto le persone che prendono posto sugli sgabelli nei bar e nelle tavole calde, sedendosi ai banconi che affacciano sulle vetrine rivolti verso la strada, un modo di intendere la ristorazione lenta o veloce che non è certo proprio della nostra cultura ma che rimanda alle grandi città USA. Qui in Italia non amiamo mostrarci al pubblico vulnerabili nei momenti privati. Una colonizzazione che tutto sommato ci sta, nel solco della trumpizzazione culturale a cui siamo irrimediabilmente destinati. Dicevo che mi affascinano molto e mi piace osservarli sorseggiare un cappuccino (o magari un caffè americano, saremmo ancora più in tema) con gli occhi piantati sul Macbook forse sfruttando le prese a disposizione per una ricarica di sicurezza, somministrata al mattino e in grado di reggere per tutta la giornata. Non si curano minimamente dei passanti come me che li trovano enormemente interessanti e pittoreschi, molto più degli avventori ordinari che occupano i tavolini all’interno o, peggio, un mordi e fuggi al bancone del bar che poi è quello che ancora ci caratterizza di più e che all’estero nessuno si sognerebbe mai di fare.

Un altro fenomeno acustico lo si può ottenere dai gruppetti di persone che si incrociano per strada e che, tra di loro, parlano in inglese. Un aspetto che ci permette di distinguere a grandi linee i turisti – che conversano nel loro idioma – dai fuori sede anglofoni che si trovano a Milano per studiare o lavorare. È fin troppo facile individuare i madrelingua rispetto a chi pratica l’inglese come lingua universale per farsi capire dagli altri, e qui se ne trovano davvero tanti. I ragazzi che vengono a studiare da noi e a frequentare i corsi universitari e i master conferiscono a questa città il giusto carattere di universalità e centro del mondo che merita, proprio come nei centri europei più blasonati che viene più naturale pensarli come luoghi in cui ci si sposta per cominciare o migliorare una carriera.

Quello di impicciarmi delle cose degli altri è un hobby che coltivo da sempre e che mi restituisce soddisfazioni incomparabili. Mi piace così tanto che persino l’invidia ricorrente la considero un sentimento tutto sommato positivo e vi invito a praticarla come faccio io, priva cioè da ogni tentativo di rivalsa. Si contemplano con ammirazione avanzata tutte le persone che sembrano come avreste potuto essere voi, ci si rammarica un po’ per come sono andate le cose ma poi finisce lì. Per esempio, adoro curiosare nelle dinamiche famigliari dei genitori giovani con tre o quattro figli. Io sono diventato papà a trentasette anni e con mia moglie, che è mia coetanea, siamo riusciti a riprodurci solo una volta. Siamo felici così, per carità, una basta e avanza, ma i siparietti tra fratellini e sorelline con padri e madri trentenni mi fanno impazzire. Qualche giorno fa, proprio lo stesso in cui ho provato ancora, dopo anni, l’effetto di eco anomalo presente in Dateo, di aver cercato di intuire nei portatili delle persone in vetrina di cosa si stessero occupando e di aver attraversato crocchi di studenti americani in Città Studi, ho seguito una famigliola dall’aspetto decisamente radical – categoria che va molto di moda ma destinata, prima o poi, a esser raccolta in qualche stadio da una milizia nazifascista – intenta nelle proprie conversazioni private, in una mattina di sabato. Camminavano proprio davanti a me. C’erano un paio di punkabbestia all’esterno di un Carrefour Express che sfoggiavano un cannone da competizione acceso. La figlia di mezzo, avrà avuto sette o otto anni, ha esclamato a voce alta “hei, c’è odore di erba!”. Avrei voluto rincorrerla e chiederle, con quell’espressione che assumo a scuola quando voglio entrare in confidenza con i miei alunni, “e tu bambina come fai a saperlo?”.

le città di pianura

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Le persone a cui confido di esser diventato astemio mi guardano storto. Non li biasimo, sono io il primo a diffidare di chi ha deciso di non bere più, per non parlare di quelli che sostengono di non essersi mai fatti una canna. Privarsi dell’alcol ha innanzitutto un impatto sulla vita sociale. Nessun brindisi, piuttosto una montagna di giustificazioni dovute ai propri congiunti durante i pranzi di natale e gli auguri a capodanno. Aver smesso può suonare una scusa per negare a un amico la propria vicinanza nel momento del bisogno e farsi una birra, chi mai si lascerebbe andare al cospetto di qualcuno che sorseggia acqua con le bolle. Anzi, rispondere “vengo ma prendo qualcosa di analcolico” a qualcuno che ci invita a uscire può essere equivocato come un tentativo di mostrarsi respingente e declinare la proposta, nel migliore dei casi addirittura volto a far desistere l’altro e alleggerirci della responsabilità dell’interruzione del rapporto.

E poi non esistono più aperitivi. Ridursi ad accompagnare antipasti e stuzzichini con beveroni alla frutta o acqua tonica liscia restituisce all’arte di fare flanella del terzo millennio tutta la sua superfluità. Le consumazioni nei locali pubblici per assistere a concerti o andare a ballare passa la voglia, appunto, di consumarle, e la musica da sobrio ha tutto un altro sapore. La spruzzata di bianco nel risotto, l’ammazzacaffè, il babà al rhum, persino certi tiramisu o la cremina al whisky e mascarpone che prepara la mia amica Chiara da spalmare sul panettone, il genepì della Rosina e il grappino o l’amaro al termine del pranzo. Il cognac di sera sul divano sotto la copertina. Il vino da meditazione. Ha senso vivere una vita di rinunce? Bere è anche un insuperabile anti-stress, una valvola di sfogo, un eccellente sistema per evadere da se stessi una volta ogni tanto. Rientrare dal lavoro, mettere un bel disco e stapparsi una birra appena tirata fuori dal frigo. C’è qualcosa di meglio?

Poi, se sei diventato astemio, di questi tempi ti guardano male e ti accusano di anti-italianità, oggi che il nostro vino fa parte del patrimonio immateriale dell’Unesco. Privarsi dell’alcol può sembrare un’ennesima trovata da radical chic esterofili comunisti che remano contro il pensiero unico fratellista d’italia, ma mica è vero. Se non bevi devi negarti al ristorante quando il cameriere chiede a chi versare il bicchiere dell’assaggio e, se si divide il conto, si corre il rischio di contribuire a scontrini gonfiati da bottiglie da svariate decine di euro. Aggiungo che quello del risparmio è, a parte gli scherzi, un vantaggio tutt’altro che secondario. Noi che a fine anno tiriamo le somme dell’economia domestica, per dire, grazie al non acquistare più bottiglie da tenere in cantina o casse di birra per dissetarsi quando fa caldo, qualche beneficio l’abbiamo riscontrato. E comunque sottrarsi all’abbinamento dei piatti al vino giusto può essere inteso come una vera e propria caduta di stile, secondo le innumerevoli trasmissioni tv che occupano i palinsesti ad ogni ora (ci sono persino canali dedicati alle ricette). Che cosa può fare un astemio per dimenticare? A chi posso darla a bere ora? Dove sta la verità? Con quale bevanda si possono riempire le botti piccole? Per andare veloce, si può dire a tutta coca cola?

Comunque, per farla breve, ciao, mi chiamo Roberto e non bevo da 150 giorni.

chiudere il cerchio

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Sulla corretta accezione del termine madrelingua possono esserci tutti i punti di vista che volete ma poi, dizionario alla mano, sul suo effettivo significato c’è poco da discutere. Puoi definirti madrelingua se mastichi una parlata sin da bambino nell’ambiente familiare e che in genere coincide con quella del tuo paese di origine. La padronanza linguistica e l’eventuale certificazione utile al suo insegnamento nel livello più alto – il C2 – indica la conoscenza e la capacità di uso di un idioma “quasi” come un madrelingua. Ve lo dico perché un genitore della mia scuola ci ha fatto notare che un progetto in cui si affida a una ragazza spagnola l’incarico di insegnare inglese a una classe della scuola primaria non può essere definito “inglese con docente madrelingua”.

Il fatto è che nell’ecosistema della scuola ci sono famiglie che se ne strafottono bellamente di dove parcheggiano i propri mocciosi ogni mattina e altre che, sul versante opposto, fanno la cosiddetta punta al cazzo su ogni questione. A fronte di tanta solerzia mi viene da dirgli di tenerseli a casa i loro bambini come fanno le famiglie nel bosco, se sono così bravi a tramandare il loro sapere. Altre volte, sostanzialmente perché sono una persona gentile, faccio finta di esser dispiaciuto per non aver impiegato la corretta sfumatura nella scelta delle parole e chiedo scusa per il mio grossolano pressapochismo. Mi verrebbe piuttosto voglia di sottolineare che, madrelingua o no, l’insegnante d’inglese che fa lezione nelle mie ore indossa un abbigliamento che non va bene per scuola primaria e per la didattica in generale, soprattutto se, ogni volta che sollevi il braccio per indicare qualcosa alla lavagna, con la mano libera devi reggerti il top senza spalline per evitare che scenda troppo, con l’aggravante dell’assenza del reggiseno.

C’è comunque un comune denominatore a tutte queste culture che si sovrappongono nella mia classe – la sua di Madrid, quella anglosassone che propone ai bambini, quelle dei sei miei alunni su diciotto che provengono da altri paesi e, vi assicuro, in media sono ancora pochi, e la mia e dei restanti dodici alunni italiani – che è la pizza. Marta, si chiama così l’insegnante con il top senza reggiseno, dicevo Marta sostiene che il suo piatto preferito sia la pizza, e quando ha chiesto in inglese chi fosse d’accordo con lei abbiamo capito tutti la domanda al volo e alzato la mano all’unanimità senza pensarci due volte.

Ho pensato così, per l’ennesima volta da quando abito questo pianeta, quante pizze ho divorato in vita mia. Quale sia la percentuale di pizza che compone la materia di cui siamo costituiti, altro che acqua e altre sostanze di cui non sappiamo che farcene. Quanto consumo di pizza si possa evincere dall’analisi delle acque in cui si disperdono i nostri rifiuti organici, una quantità che dev’essere seconda solo alla cocaina. A casa mia la pizza d’asporto significa festa, comfort food, l’eccezione alla regola, il fattore risolutivo di crisi, delusioni e momenti di malinconia, ma anche la soluzione di situazioni d’emergenza. Quando facciamo tutti tardi e nessuno ha intenzione di prolungare l’attesa per la cena mettendosi ai fornelli, la risposta è ovvia.

C’è anche tutto un lessico famigliare che, almeno quello, non lascia spazio a fraintendimenti e una letteratura domestica dedicata. Imbufalirsi non c’entra nulla con la rabbia ma indica un tipo di mozzarella come ingrediente supplementare, “margherita adesso è mia” sono parole di Cocciante da cantare mentre la rotella fa scintille, e i movimenti delle quattro stagioni di Vivaldi corrispondono senza compromessi a funghi, prosciutto cotto, olive e pomodori. Al risveglio, i cartoni lasciati in bella vista alla porta d’ingresso – l’incarico di smaltirli nel bidone è affidato al primo che uscirà di casa – ricordano a tutti che la sera prima è stata un’occasione particolare, in un modo o nell’altro, che la festa è finita ma è stato bello e che forse, tempo un paio di settimane, ci sarà un altro motivo per mangiarne un’altra.

Alla mensa della mia scuola la pizza a pranzo è proposta almeno una volta al mese. È una pizza al trancio ma tipo quella che vendono in panetteria, non è granché ma riscuote comunque un bell’entusiasmo. I collaboratori appendono in una bacheca il menu all’inizio del mese e i bambini si mettono in fila a leggerlo per scoprire quale sarà il giorno più speciale di tutti. Il cuoco Fabio ci tiene a sottolineare di non essere lui a prepararla, la comprano direttamente da un forno. Durante il Covid la mensa era chiusa e, per mettere insieme uno stipendio utile a mantenere la famiglia, lui stesso ha consegnato le pizze a domicilio per un kebabbaro qui vicino. Come vedete, di storie sulla pizza ce ne sono un’infinità, si potrebbe scrivere un libro e fare un film, magari con Totò protagonista ricreato con l’intelligenza artificiale. Per farvi capire, a me è già accaduto più di una volta di acquistare un trentatré giri usato online e di riceverlo impacchettato in un contenitore le cui dimensioni e la cui forma (e spesso le scritte di cui è corredato) non lasciano dubbi sulla funzione per cui è stato costruito.

Qualche giorno fa, poi, è successa una cosa curiosa e tragica allo stesso tempo. Una ragazza si è suicidata. Giovanissima, è sparita nel nulla e l’hanno trovata poco dopo impiccata in un bosco. Sui social e nella sezione dedicata alla cronaca dei quotidiani online è circolato il fotogramma di una telecamera di sicurezza che ha ripreso la ragazza in bicicletta, diretta al suo destino con due cartoni di pizza d’asporto nel portapacchi posteriore, è c’è persino un pizzaiolo che ha dichiarato di aver preparato quelle due pizze. Mi sono chiesto chi mai penserebbe di porre fine alla propria vita dopo aver mangiato una pizza, o a chi possa venire in mente di scegliere la pizza come ultimo pasto prima di infilare il collo in un cappio. Come sia possibile associare la pizza alla morte, oppure se la pizza, che è il mio piatto preferito come immagino il vostro o, di sicuro, quello dei miei alunni e quello dell’insegnante madrelingua di inglese (madrelingua per modo di dire) è davvero l’ultimo desiderio che si esprime quando proprio non c’è più niente da fare.

Still Blank – s/t

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[questo articolo è uscito su Loudd.it]

Non c’è modo migliore di inaugurare una carriera musicale che un album s/t. Il concept più credibile e calzante per mettere da subito le cose in chiaro e dare inizio a (si spera) una lunga vita di successi, è quello dedicato a se stessi. Chi siamo, dove andiamo, cosa suoniamo e perché lo facciamo. Questo è ciò che mi piace sentirmi dire, da una band agli esordi. Il focus va giustamente sull’esistenza del progetto in sé. Poi, per pensare a riferimenti altisonanti in grado di contenere ben altri messaggi, c’è tutto il tempo, a maggior ragione se il gruppo ha scelto di chiamarsi Still Blank (ancora vuoto) ma, per tutta una serie di ottimi motivi sui quali vale la pena di fermarsi a riflettere, già sufficientemente pieno.

Still Blank, dicevamo. Un nome che, come sostengono Jordy Fleming da Kauai, Hawaii, e Ben Kirkland da Manchester, Regno Unito, rispettivamente voce/strumenti vari e cori/chitarra nonché soci fondatori del gruppo di stanza a Liverpool, non esisteva nemmeno mentre l’omonimo disco di debutto prendeva corpo in studio di registrazione, traccia dopo traccia. Chissà, forse il placeholder di un box di testo di un qualche form da compilare che, al momento decisivo, è stato confermato. Still Blank. Lasciamolo così, si saranno detti.

Il primo aspetto di Still Blank (nel senso del disco) che lascia piacevolmente il segno è la totale assenza di riff forzati e piacioni di chitarra come elemento identificativo volto a caratterizzare i brani, il che è straordinario (ne avrebbero tutto il diritto) per un album di chiara matrice rock – con tutte le sottocategorie e declinazioni del caso – e fortemente chitarristico. Ci sono solo sequenze di accordi e arpeggi (acustici ed elettrici) a introdurre le canzoni e a riproporsi lungo il corpo dei brani. Nonostante ciò, o forse proprio grazie a questo, il disco riserva una sorpresa dopo l’altra e non risulta mai inutilmente ridondante.

Il secondo, una vera rarità, è che le dieci tracce che si susseguono nell’album sembrano costruite secondo strutture compositive che rasentano la perfezione. Giri armonici come quelli potrebbero trasmettere ordinarietà se non intervenissero cambi provvidenziali nel loro alternarsi a salvare la situazione, a movimentare l’andamento, a sferrare colpi emotivi, a farci precipitare in vuoti per poi lanciarci una fune di salvezza, a mettere l’ascoltatore di fronte a svolte repentine, a farci viaggiare coast to coast ma non proprio presenti a noi stessi, ad allestire, tassello dopo tassello, certe simmetrie in grado di completare l’opera con la coerenza che merita e farci atterrare soddisfatti nel meritato silenzio al termine di ciascun brano, in attesa del successivo.

Il tutto in un contesto volutamente scarno e viscerale, tra lo shoegaze, il dream pop, il post-punk e diversi ammiccamenti alt country compensati da più di un’impennata post-grunge decisamente mozzafiato. Un genere che lascerebbe il tempo che trova, nella babele di sperimentazioni e conseguente e paradossale omologazione a cui siamo esposti, se non fosse per l’incantevole vocalità di Jordy Fleming. Un talento fuori dal comune, un timbro aumentato da inequivocabili e graffianti venature blues che permettono agli Still Blank (nel senso del gruppo) di prendere le distanze dai canoni e dai cliché dell’indie rock standard e di distinguersi diverse spanne sopra l’affollato panorama musicale da cui provengono.

Se poi vogliamo scendere nei dettagli, possiamo parlare di quel capolavoro di figaggine che è “What About Jane”, la traccia numero uno. Still Blank (nel senso del disco) comincia così, con una qualità che uno pensa che sia impossibile da mantenere fino alla fine (e invece). Pennate decise di chitarra acustica, presto doppiate da una gemella elettrica, l’attacco da brivido della linea vocale, l’eco di una seconda chitarra in risposta al canto, la batteria che si accende senza dare nell’occhio, e via così fino a quando, dopo due minuti, la stessa canzone, che una sensibilità non all’altezza potrebbe far ripartire da capo, considerato il materiale già messo a disposizione, concepita in questo contesto invece si ribella, prende una direzione imprevista, si apre come se gli dei del pop avessero stabilito un destino opposto a quello di partenza, per una resa formidabile.

Non smentisce nemmeno la successiva “Ain’t Quite Right”. I BPM aumentano, trascinati dal tenace pattern di batteria, ma l’approccio dei musicisti resta inalterato. In “Dead & Gone” il sound si svuota, a vantaggio del gioco di controcanto femminile del ritornello che risalta in tutta la sua bellezza e degli effetti della chitarra che spingono la composizione fino all’estasi finale. Il contrasto con la ruvidezza di “Get Over It” si percepisce sin dalle prime note, mentre il temperamento serafico di “Sundown Dialogue” gioca perfettamente il suo ruolo di depotenziamento della carica elettrica con cui il disco sembra volutamente concepito.

Si riparte con l’atmosfera post-punk di “Same Sun” e la band torna a metterci su di giri. Due accordi che si alternano nella massima semplicità fino alla detonazione del ritornello, per un cambio di rotta senza ritorno. “Vacancy” e “Denial”, messe lì, risaltano per la loro ricercatezza melodica e la delicatezza degli arrangiamenti, una coppia di rare perle dream pop. E a questo punto del disco, mancano poco più di sei minuti alla fine, in piena fase di recupero attivo, non si torna più indietro. La band ci saluta con due ballad dal carattere non del tutto simile, lasciando a noi il compito di scegliere tra il laconico indie rock di “Cut Slack” e l’etereo alt country di “Rainman”.

Plasmato tra le mura dello scantinato di Jordy Fleming e rifinito attraverso gli studi dei produttori Joel Pott e Mark Ellis (alias Flood) tra Londra, il Galles e Los Angeles, Still Blank (nel senso del disco) si afferma per la vivace compresenza di melodie suadenti emancipate da solide fondamenta musicali, che ne fanno probabilmente l’ultima importante pubblicazione del 2025. Correte subito a mettere mano alle vostre classifiche di fine anno, io l’ho appena fatto. E non sentitevi in colpa, è un ripensamento di cui sono certo valga la pena.

per continuare a sperare

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Da una rapida statistica elaborata sui due piedi è stato un modello decisamente raccapricciante di bambolotto molto di moda negli ultimi tempi il più regalato, a questo giro, tra le mie alunne. Peccato, perché dai feedback che avevo raccolto a ridosso dello stop delle lezioni invernali le femmine risultavano ispiratrici e destinatarie di una maggiore varietà di doni natalizi: abbigliamento da preadolescente (che – forse su iniziativa delle mamme – non hanno perso l’occasione di sfoggiare il primo giorno al rientro a scuola), box per la schiscetta marchiati con i brand per l’infanzia più in voga e qualche timido approccio alla skin care. Tra i maschi spopolavano invece quasi all’unanimità le carte da collezione con relativi gadget, le scarpe sportive e gli intramontabili Lego. Che noia. Nessuno che, tra le nuove generazioni, chieda espressamente sulla letterina che gli siano recapitati dei dischi.

Come da tradizione, quasi un’ora intera – la prima del ritorno in classe, che quest’anno è toccata a me – si è consumata per il circle time dedicato ai racconti delle vacanze, quell’infilata di narrazioni campate in aria, sgrammaticate, prive di alcun senso logico e di qualunque veridicità spazio-temporale l’esposizione alle quali è ben nascosta tra le righe del contratto di noi insegnanti della primaria. Nonostante l’età anagrafica (siamo in seconda), è sempre più raro assistere a resoconti tali da rendere anche solo vagamente superflua una benché minima mediazione culturale di un essere umano adulto o l’impiego di una sorta di post-produzione in grado di interpretare, se non addirittura di decodificare da zero, ciò che sostengono i bambini con il loro linguaggio macchina e trasporlo in un formato dignitosamente accettabile.

Io sono pagato per insegnare matematica con un metodo all’avanguardia, e solo la gentilezza accumulata nelle due settimane di vacanze che si sono esaurite due giorni fa mi fornisce la serenità di ascoltare, uno a uno, l’inarrestabile carrellata di amorevoli stronzate che, a quell’età, i bambini non vedono l’ora di condividere in classe. Il trucco è approfittare dei momenti di evidente difficoltà nelle loro primitive riduzioni semantiche per tagliare corto con qualche espediente dialettico e passare alla compagna o al compagno di banco successivo con l’obiettivo di non tirarla troppo per le lunghe, ignorando ferocemente le mani alzate di chi ha già parlato ma che, ascoltando gli altri, si accorge di aver dimenticato particolari cruciali per la narrazione (la pista da pattinaggio artificiale, il pigiama party, Stranger Things, il fratello con la febbre a quaranta e altre sorprendenti amenità).

La lezione con cui avrei dovuto inaugurare il 2026 sulla carta era fighissima perché dedicata alla stima del risultato delle sottrazioni, per questo alla terza vaccata (forse una vacanza in montagna senza neve o forse la calza della befana) la mia curva attentiva si è inabissata proprio come succede a loro dopo i venti minuti standard di qualunque attività che propongo in classe, come attesta più di un prontuario di didattica per la primaria. Così, sulla mia faccia, come diceva un mio amico londinese, dicevo alla terza vaccata si è attivata l’espressione “the lights are on but nobody’s home”. Il mio sguardo cinicamente compiacente risultava in modalità freeze e posato sul loro che, al contrario, traboccava di magia, di elfi e di cioccolato, e la mia testa si è sintonizzata su tutt’altro, in quel modo unico in cui noi che esercitiamo professioni basate sull’ascolto del prossimo e sulla conseguente finta empatia che ne scaturisce riusciamo a mantenere un sensore attivo in grado di percepire quando è il momento giusto per rientrare nel nostro corpo presenti a noi stessi, nel mio caso per cogliere l’attimo utile a passare al racconto successivo per poi piombare nuovamente nell’iperuranio e così via.

Non vogliatemene. Sfido chiunque a mettere a regime una ventina di ragguagli prodotti da menti meno che acerbe, con costrutti che non stanno né in cielo né in terra. La mia è solo una forma di autotutela dettata da un legittimo istinto di conservazione: impedire al filtro messo in atto dall’etica professionale di recepire simili inutilità è decisamente complesso. Ben venga quindi lo stand-by, uno stato di funzionamento grazie al quale nemmeno un bit di memoria volatile si spreca per cose a cui i bambini stessi, per primi, tra un paio di giorni già non penseranno più, una feature che compie miracoli e permette di conquistare sani e salvi la fine dell’anno scolastico.

Eppure, osservandoli fare capolino in classe uno a uno, mi erano sembrati persino cresciuti, ma forse sono io che nel frattempo mi sono rimpicciolito. In realtà speravo in un reset universale, un big bang tale per cui quello che fa i versi ha smesso di fare i versi, quello che pronuncia tutte le consonanti allo stesso modo ora riesce a distinguerne qualcuna, quella che parla come se esalasse ogni volta l’ultimo respiro crede di più in se stessa, quello che si relaziona solo con i dispetti ora ha trent’anni e si può ragionare con lui e cose di questo tipo. Ma, dopo nemmeno una manciata di minuti, mi è toccato constatare che il buco nero delle vacanze non ha favorito alcuna collisione tra materia e antimateria. L’interruttore che avvia una delle consuete dinamiche in auge fino allo stop natalizio ha sancito il ritorno a come era prima ed è lì che mi sono reso conto che è solo colpa mia se non ho fatto abbastanza per migliorare le cose.

Fino a quando, in un sorprendente lampo di lucidità, ho buttato un occhio all’orologio da bimbi appeso al muro alle spalle della cattedra e mi sono reso conto che mancavano poco più di cinque minuti alla commemorazione delle vittime della strage di capodanno, girava una circolare proprio a ridosso della ripresa. In tempo utile al suono della campanella del minuto di silenzio sono riuscito a catturare l’attenzione, li ho interrotti da quello che stavano facendo – si stavano esercitando sui Chromebook con le app di matematica comprese nel metodo all’avanguardia di cui sono un entusiasta evangelista – e ho ragguagliato la scolaresca su quello a cui, a brevissimo, saremmo stati tutti chiamati a riflettere. Evitiamo di accendere petardi in ambienti chiusi, evitiamo di riprendere con lo smartphone le situazioni eccezionali, soprattutto se ci mettono in pericolo, diamocela a gambe se ci troviamo in prossimità di un incendio. Qualcuno mi ha dato l’impressione di aver colto lo spirito dell’iniziativa, qualcun altro ha alzato la mano per ammettere che il nonno/zio/genitore/fratello/amico abitualmente scoppia i mortaretti dalla finestra, qualcun altro si è incupito scoppiando in lacrime.

Il suono della campanella del minuto di silenzio attivato manualmente si è propagato diversamente da quelli a cui siamo abituati, all’ingresso e all’uscita. Allo squillo sono seguiti sessanta secondi di raccoglimento con qualche colpo di tosse, qualche risatina sommessa, qualche materiale scolastico che è precipitato dal banco, come sempre. Poi, finalmente, come se si fosse chiusa la parentesi aperta poco prima, la campanella successiva li ha liberati da qualcosa che aveva palesemente turbato tutti, uno stato d’animo che si spinge oltre i voti, la didattica, il riscaldamento approssimativo e il wireless che funziona a singhiozzo, proprio come noi che avremmo preferito rimanere sotto le coperte. L’ulteriore conferma che, superate le vacanze di natale, la scuola è pressoché finita. Sembra il testo di una canzone di Dalla, quella in cui mi ritrovo a ogni anno che viene, quando mi dico che mi sto preparando, è questa la novità.

body percussion

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Questa volta non ce l’ho fatta. La mia proposta di corso pomeridiano di musica extra curriculare per la secondaria di primo grado da tenersi nel secondo quadrimestre è stata surclassata dal progetto presentato dal collega di musica della secondaria per manifesta inferiorità di titoli. Una sconfitta, la mia, che non fa una grinza. Il collega di musica della secondaria ha studiato musica e ha preso una laurea per insegnarla alla secondaria – ha, appunto, i titoli per farlo. Io, purtroppo, no.

La mia proposta si intitolava SOUND AND VISION (ciao David, manchi moltissimo anche nel 2026) e l’ho descritta così:

Alla scoperta dell’universo sonoro Un viaggio senza pregiudizi nella storia della musica degli ultimi 60 anni e nella quotidianità dei ragazzi per comprendere al meglio quello che ascoltiamo oggi, la società in cui viviamo e, inevitabilmente, noi stessi. Ogni incontro avrà l’obiettivo di approfondire la conoscenza della musica degli studenti (ma anche del docente) e individuare i punti in comune tra gli ascolti guidati dall’esperto e quelli proposti dai partecipanti, attraverso il confronto e la condivisione delle emozioni suscitate dai brani presi in esame. Il risultato sarà una playlist intergenerazionale, libera, trasversale e permeata dalla stessa passione che, dal jazz al rock al pop fino alla trap, da sempre esprime il valore identificativo e evocativo della musica per i giovani e gli ex-giovani, indipendentemente dalle condizioni storiche, sociali e culturali e dai diversi momenti in cui si è diffusa.

Questa la STRUTTURA DEL CORSO:

15 lezioni da 2 ore
Ogni lezione sarà divisa in due parti: la prima comprenderà la presentazione dell’argomento e le riflessioni sui brani previsti dal programma, la seconda l’ascolto di uno o più brani scelti dagli studenti e rappresentativi per chi li propone (due/tre studenti a lezione, a seconda del numero degli iscritti).

Questo il PROGRAMMA degli incontri:

1. Dal Jazz in poi: la storia della Black Music
2. 70 anni di rock e ribellione
3. Punk vs Heavy Metal: la battaglia delle chitarre elettriche
4. Avere una band: la musica dietro le quinte
5. Grunge e Trip-Hop, le anime opposte degli anni ‘90
6. Rap e Trap, potere alla parola
7. Supporti e dematerializzazione: dal fonografo a Spotify
8. Pop e tormentoni, la musica che gira intorno
9. Disco Music e Techno, anime sul dancefloor
10. Monografie: The Dark Side of The Moon dei Pink Floyd e OK Computer dei Radiohead
11. Indie Rock, c’è vita fuori dai circuiti mainstream
12. I cantautori italiani, uno stile tutto nostro
13. Beatles/Stones, Duran/Spandau, Oasis/Blur: i dualismi delle British Invasion
14. Sanremo, X-Factor, Amici: la musica in Italia, tra tv e social
15. World Music, nuovi suoni dal mondo

Il progetto vincitore si intitola invece MUSICA… CHE PASSIONE! e consiste in un

laboratorio per un percorso creativo e coinvolgente dedicato al ritmo, al movimento e ai suoni. Attraverso la body percussion,  verrà utilizzato il corpo come strumento musicale per sviluppare coordinazione, ascolto e lavoro di gruppo. Non servono conoscenze musicali: bastano curiosità e voglia di mettersi in gioco. Nella parte finale del corso verranno utilizzati anche strumenti e sarà registrata la musica creata, vivendo l’esperienza di una vera produzione musicale. Un’occasione per divertirsi, esprimersi e scoprire il ritmo che è in ognuno di noi.

Vabbè, pazienza, questa volta mi accontenterò di fare il tutor, ma magari questi spunti possono essere utili a qualcun altro.

un click per la scuola

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La collega che alcuni chiamano Mary Poppins un po’ per i suoi outfit da lavoro, un po’ per la sua acconciatura vintage e un po’ per via della postura che assume al cospetto dei bambini, nel corso dell’ultimo collegio docenti si è addirittura alzata in piedi per accompagnare, con la prossemica, un accorato intervento verbale contro le mode pedagogiche che, a detta sua, sono la rovina della scuola.

Ci pensavo ieri sera mentre seguivo con attenzione il servizio di Report dedicato ai sistemi di controllo della produzione adottati da Amazon e mi è sembrato naturale mettere a confronto due ambienti lavorativi così agli antipodi tra di loro come le aziende pubbliche e quelle private, con l’aggravante dei modelli turbocapitalisti statunitensi. La scuola italiana è un’organizzazione composta da circa un milione e mezzo di dipendenti ed è una cosa meravigliosa che il personale abbia lo spazio e il tempo in cui condividere dal vivo non solo l’attività quotidiana ma anche le posizioni ideologiche sui massimi sistemi nonostante il contesto, un’assemblea tra colleghi – prevista dal contratto – pensata per la discussione e l’approvazione di istanze (decisamente pratiche) inerenti la – definiamola così – propria filiale e per la presa d’atto di delibere distanti quanto un istituto comprensivo di periferia è lontano dall’ufficio del suo CEO, che da noi si chiama ministro dell’istruzione e del merito.

L’inchiesta andata in onda denunciava, oltre al sofisticato sistema di videosorveglianza attivo all’interno degli stabilimenti, la strategia di tracciamento dell’operatività dei lavoratori grazie a un sistema basato sui videogiochi che, attraverso la digitalizzazione dei dati di rendimento, traspone in un community game il percorso di raggiungimento degli obiettivi della giornata lavorativa con punteggi e missioni portate a termine. Un modo per edulcorare la fatica dei turni di servizio con un’ambientazione ludica ma dalle conseguenze pericolosamente inquietanti, a partire dall’incremento del tasso di competitività tra le squadre – divide et impera, credo si dica così – fino alla vera e propria ludopatia, con casi in cui gli addetti cercano di dare il massimo tra scaffali e nastri trasportatori per superare i livelli del gioco e contribuire alla vittoria finale del proprio team rinunciando a pause, pasti, sigarette e sortite in bagno.

Come funzionano le cose di là e di qua, lo sappiamo tutti. Un malumore provato dai dipendenti di una multinazionale tendenzialmente si risolve con una lettera di licenziamento, nel migliore dei casi ripreso da iniziative di denuncia come il Gabibbo o Report. Oppure passa attraverso le organizzazioni sindacali ma, in ultima battuta, si conclude ancora con il licenziamento, talvolta accompagnato da efficaci pratiche di persuasione alle dimissioni. Un malumore provato dal personale della scuola pubblica si risolve con discussioni locali in attesa delle linee politiche della successiva legislatura, che non è detto avrà la capacità e la volontà di risolvere ma, com’è più probabile che sia, sostituirà con altre direttive in grado di provocare malumori di natura diversa, ma con un’analoga urgenza di discussioni locali e così via, con una ricorsività in grado di riproporsi fino alla fine del tempo.

Prima di fare l’insegnante lavoravo in un’agenzia di marketing al servizio di multinazionali dell’ICT e già dieci/quindici anni fa sono stato testimone (e talvolta complice) di programmi interni dei nostri clienti pensati per aumentare la produttività imbellettati dalle campagne di Diversity&Inclusion e dalle iniziative di tutela del benessere dei dipendenti che invece erano oggetto di comunicazione urbi et orbi. Nella scuola italiana al contrario non esiste nulla, ma proprio nulla, in grado di favorire e di premiare chi prova a mettere qualcosa in più di sé nelle cose che fa, quello che nel privato fanno a gara a intercettare per mettere al servizio del business. Il mio collega specialista di motoria ha lanciato l’idea di organizzare gare sportive con rappresentative dei docenti dei vari ordini (infanzia, primaria e secondaria) in ottica team building ma – e mi tocca dire per fortuna – la sua proposta – un po’ fantozziana, a mio parere – ricevuta sulla mailing list degli insegnanti non ha avuto alcun seguito.

Ho pensato così a quale possa essere un modo per quantificare la nostra bravura, ma prima mi sono detto che occorra intanto definire il concetto di bravura, nella scuola, e poi considerare quanto nella scuola, con il suo milione e mezzo di dipendenti, ci sia la necessità di quantificarla. I nostri clienti (i cittadini) si accontentano di iniziative come Eduscopio, dei dibattiti tra le fazioni sui social – quelle più organizzate come i vari gessetti e youeduaction e i battitori liberi come i Corsini, i D’Ambrosio e i Raimo – e delle voci di corridoio, che nelle comunità più piccole, come quella della scuola in cui lavoro io, hanno ancora una decisiva voce in capitolo. Agli open day succede ancora di dover rispondere a domande dei genitori sulla qualità della didattica, come se si trattasse di un valore da esprimere con gli stessi giudizi con cui noi cerchiamo di rendere un’idea della qualità dei loro figli.

Un milione e mezzo di persone è una moltitudine incommensurabile, che sarebbe impossibile da raggiungere nemmeno con una house organ interna, per non parlare di kick off e di eventi plenari di fine anno in cui si premiano i dipendenti che hanno raggiunto gli obiettivi. Una delle multinazionali americane per cui prestavo la mia opera di copywriter – la più grande di tutte – per dieci giorni in agosto si prendeva un intero sobborgo della Silicon Valley e offriva congressi e spettacoli a tutti i Sales Manager del mondo. Una volta ha pagato persino i Bon Jovi per un concerto a porte chiuse, tutto per loro. Ve la immaginate una cosa così per noi docenti?