la zona grigia e la zona rossa

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Casa mia sembra un centro sociale, dicono i miei ospiti. In realtà è solo il muro bordeaux dell’ingresso, con appese le stampe delle illusioni ottiche che poi è la pubblicità di un farmaco degli anni ’60, che ne trasmette l’idea. Poi vedi il ramo secco preso sul litorale di Algajola e pitturato color argento e il tavolinetto da modernariato in vetro sul pavimento tipico degli ingressi alla genovese e ti rendi conto di essere in una abitazione sicuramente originale, ma niente di più trasgressivo. I miei ospiti si sono portati il sacco a pelo e staranno qui solo una notte, poi non so e non lo voglio sapere. Tra qualche giorno inizia il G8 e tutto può succedere. Hanno un paio di bellissime bandiere rosse con la silhouette di un pugno. Solo dopo, su Internet, scoprirò di quale movimento fanno parte, perché glielo chiedo e me lo spiegano ma non è che afferro benissimo l’inglese, soprattutto il loro accento che non so quale sia. Sono 3, amici di un amico di un collega milanese che hanno approfittato della manifestazione per farsi anche una mini-vacanza in Italia.

Avevamo appuntamento 3 ore fa, ma io sono arrivato in ritardissimo. Tra i provvedimenti pensati per evitare la confluenza di persone qui hanno bloccato l’accesso a tutti i treni e chiuso le stazioni. Io sono un pendolare quotidiano con Milano, il mio treno ha terminato la corsa ad Arquata Scrivia e da lì è stato un trionfo di autobus sostitutivi fino a Bolzaneto. Poi bus di linea e gli ultimi 2 Km a piedi fino a qui, al confine della Zona Rossa. Ma sono provvedimenti inutili, la città è piena e molti devono ancora arrivare. Ho mostrato ai miei ospiti la sala, hanno piazzato lì le loro borse, il tempo di una birra, quattro chiacchiere, un po’ di musica e poi si va a dormire, io sono in piedi dalle 6 come ogni giorno.

La mattina dopo li accompagno in un giro turistico delle barricate. Oltre è off limits. Uno dei tre estrae una telecamera e filma tutto il percorso lungo il recinto, anche se il centro storico è costantemente in ombra con punti in controluce. Incontriamo una coppia di ragazzi, mi chiedono dove trovare una panetteria aperta per comprare la focaccia. Rido perché non c’è anima viva in giro, le serrande sono tutte giù, vedo una ragazza africana che stende stoffe colorate al balcone, strano che non sia stata evacuata. Al di là delle barricate ci sono gruppetti di ragazzoni muscolosi, forze dell’ordine in borghese, loro perlustrano il confine dall’altra parte. Mangiamo un kebab perché non c’è molto da fare, i tre inglesi trovano tutto interessante ma per me che vivo qui e che vedo la mia città trasformata nella location di un film sulla fine del mondo un po’ meno. Si tratta di una ferita aperta e sanguinante, ancora prima di aver sferrato il vero colpo, perché Genova, con tutti i suoi limiti, da più di 10 anni è la capitale dell’accoglienza. Imporre l’esilio forzato agli abitanti, clandestini o no, è stato il vero crimine.

Saverio, un amico, mi manda ogni giorno il diario di quello che vede, i blog non ci sono ancora ma le mailing list svolgono la loro funzione di diffusione delle informazioni. Ho trascorso gli ultimi giorni fuori città, ma grazie a lui sono aggiornato, così so dove posso o non posso andare. Nel pomeriggio finiamo il tour della Zona Rossa, impongo anche un giro turistico vero delle bellezze della città, compresa la cartolina dall’alto di spianata Castelletto e poi ci spostiamo vero la foce, per il concerto di Manu Chao. Aspetto Anna e qualche amico e ci facciamo largo tra la folla. Stanno suonando ancora i 99 posse, Zulu fa anche una battuta di spirito sul fatto che c’è qualcuno che spera ci scappi il morto.

Gli inglesi, con le loro bandiere rosse sulle spalle, incontrano il gruppo di amici con cui avevano appuntamento per manifestare insieme, li salutano dicendo una cosa tipo “come è fottutamente bello essere comunisti in questo mondo di merda”, almeno questo è quanto ho capito. Mi abbracciano ringraziandomi per l’ospitalità, figurati per così poco, vivo da solo e non sono praticamente mai in casa in questo periodo. Poi si avvicinano al palco, che è laggiù in fondo al piazzale dopo una bolgia di persone. Non credo farò un passo più avanti di così. Anche perché dopo attacca Manu Chao, ed è il delirio, per di più l’ho visto nemmeno un mese fa al Goa Boa quindi posso anche precludermi questo appuntamento con la storia. Incontro Paolo, che ho avuto come allievo in un corso di informatica qualche anno prima, con sua moglie che è incinta e la calca l’ha spaventata. Tempo dopo li riconoscerò in una foto simbolo. Entrambi con le mani alzate, lei con la t-shirt tirata sopra la pancia per mostrare il parto che l’aspetta, intorno le forze dell’ordine stranamente accondiscendenti

Nel frattempo devo decidere cosa fare. Ho due opportunità di partecipare alle manifestazioni con due gruppi diversi, anche piuttosto lontani dal punto di vista politico. La mattina successiva, sono le 7, metto in fila un po’ di particolari. L’insegna del Mc Donald in via Venti, occultata da una maschera di cartone e nastro isolante a forma di insegna del Mc Donald, i fuochi d’artificio la sera dell’inaugurazione, alla Stazione Marittima proprio sotto casa mia, sembra un bombardamento e sono morto dalla paura e poi non c’è un cazzo da festeggiare. E, penso, non c’è niente da manifestare, con il nuovo governo di centro-destra e Fini e le mutande stese che fanno incazzare Berlusconi. Scelgo così la zona grigia. Mi vesto, salgo sulla Panda che ho parcheggiato ben lontano, e vado a godermi la diretta TV a 50 km di distanza.

Quando rientro, ampiamente dopo la mezzanotte, lascio ancora la Panda a distanza di sicurezza e mi avvio verso casa a piedi, in quel clima surreale. Davanti alla stazione Principe c’è un esercito di Carabinieri, mi chiedono di avvicinarmi tenendo le mani bene in vista. Spiego che devo passare da lì per tornare a casa, abito poco più sopra. Faccio vedere i documenti, loro sorridono ma io non ne ho voglia. Scusaci, mi dice, ma è la prassi. Chiuditi in casa e vai a letto, domani sarà peggio.