d'altronde la musica è fatta a pezzi già di per sé

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Qualche settimana fa girava in rete la notizia della chiusura di MTV Italia. In realtà la faccenda è più complessa, o almeno io c’ho capito poco anche perché è una di quelle questioni che sugli articoli scritti in Internet alla terza riga già inizio a saltare capoversi e arrivo a fine pagina che ne so quanto prima, sempre che nel frattempo qualche link non mi abbia distratto inducendomi ad allontanarmi da lì. E se non ricordo male la notizia si è diffusa più o meno in concomitanza con la morte di David Bowie, come se alla scomparsa dell’imperatore della musica di tutti i tempi tutto l’impero si sgretolasse a partire da uno dei principali organi di informazione di regime.

Ho letto sui social e solite provocazioni in cui c’era chi esultava per la fine di un canale televisivo musicale la cui proposta è abbastanza di merda. Qualunque sia la vostra opinione, la fine di un anello della catena produttiva dell’industria musicale (sempre che poi chiuda oppure boh) è comunque da considerarsi una sconfitta della musica stessa. A me capitava spesso in momenti di zapping di soffermarmi invece su un altro canale in cui si vedevano spesso videoclip che era TRS Evergreen, una specie di MTV di una volta in versione Radio Zeta specializzato in musica anni 70/80/90, soprattutto hard rock. E ne parlo al passato perché anche sulla pagina Facebook di TRS Evergreen si annuncia la cessazione dei programmi a vantaggio di un fantomatico Canale 93 Motori.

D’altronde che cosa ce ne facciamo di una tv musicale ai tempi di Internet? Siamo ancora disposti a pazientare davanti alla tv nella speranza che trasmettano un video che ci piace, oppure con le nostre smart tv possiamo consumare tutta la musica che vogliamo in fretta e furia, oppure ancora passiamo il tempo davanti a MTV di oggi perché i nostri gusti sono perfettamente in linea con il turn-over dei successi commerciali di MTV? Non preoccupatevi, non sto per partire con uno dei soliti pippotti sulla tv di una volta e Videomusic e Claudio De Tommasi o Cingoli e la Maugeri. C’è stato un momento però in cui MTV Italia è stata davvero avanti ed è quando si era inventata YOS diventata poi FLUX quindi QOOB, la piattaforma multicanale in cui si contaminava davvero ogni genere e ogni impeto artistico. Questo prima che la musica si svalutasse del tutto, come dice questo articolo a cui prima o poi dedicherò uno special.

Resta il fatto che MTV come la intendiamo noi non esiste più da un pezzo. Al suo posto c’è un’emittente omonima ma che trasmette solo telefilm e programmi della subcultura statunitense, l’equivalente delle reti Mediaset italiane ma molto, molto peggio, con certe trovate che fanno accapponare la pelle. C’è un programma più o meno all’ora di cena che trasmette le risse che si trovano filmate e pubblicate su Youtube, per dire. Quindi non si tratta solo della fascia oraria in cui mostrare materiale di questo tipo, ma anche del contenuto in sé. Non dimentichiamo che MTV ha portato alla ribalta i soliti idioti e uno dei due idioti di quella coppia di idioti. Sono queste cose che poi mi fanno pensare che chi se ne frega se davvero chiude MTV Italia, ma poi mi dissocio da questa linea distruttiva. Oltre a essere una sconfitta della musica e una sconfitta della cultura in genere, dimostra che la nostra generazione ha perso se comunque ci siamo lasciati scappare con le nostre preferenze un canale televisivo sebbene discutibile ma comunque musicale per una copia da telespettatori deprivati usi a cose come Italia Uno.

una leggerezza insostenibile

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La più eclatante contraddizione della nostra civiltà è la apparente incongruenza tra l’ipersalutismo sbandierato a destra e a manca (e le diete di qui e l’educazione alimentare di là e le palestre e il fitness esasperato e la lotta al cancro che passa anche dal controllo di quello che mangi) e la mostruosa disponibilità (nell’occidente del mondo) di prodotti alimentari, sconcertante quanto la pervasività del marketing e della pubblicità ad essi correlate. D’altronde con automobili di lusso e telefonia temo sia l’unica industria che non conoscerà mai flessione. Che poi si tratta di una contraddizione apparente perché l’obiettivo non è poi così nascosto: è il mercato, baby, che ti vuole spremere il più possibile. Prima, consigliandoti di ingollarne di ogni, e dopo, a pancia piena e borsellino vuoto, convincendoti che così in sovrappeso non puoi vivere, non puoi lavorare, non puoi avere amici, scordati il successo, e ti impone di sudare tutti i chili di troppo pagando profumatamente quel percorso a ritroso, che raramente riporta a destinazione e al punto di partenza, la tua forma fisica che in condizioni normali avresti.

Guardatevi attorno per capire perché il mercato (anzi il supermercato) ha fatto del peso in eccesso la peste del duemila. E poi c’è il fronte della patologia, che dilaga; un tempo era sufficiente non cadere in eccessi, probabilmente gli alimenti erano più genuini, bastava un minimo di movimento per i bambini affinché non iniziassero troppo presto con la tortura della dieta. Oggi occorre stare molto all’erta, perché la vita che conduciamo è quella che è, e in più c’è lo stress del modello vincente imperante: o così (magro/a) o sei tagliato fuori.

La differenza, tra allora e oggi, probabilmente la fa anche l’esistenza di Mtv. Perché questo fenomeno è diventato materia prima per l’ennesimo docu-reality “dedicato a ragazzi un po’ in carne che vogliono perdere peso prima di iniziare il college”. E capisco che il problema dell’obesità negli adolescenti (americani) sia di estrema attualità. Però messo lì, nel paradiso dell’immaginario commerciale adolescenziale, dove tutto è sexy e cool, fa l’effetto opposto. Così fuori luogo, magari dopo uno spot di McDonald o della bevanda gassata o dell’ennesimo prodotto di food entertainment seguito dalla pubblicità di abbigliamento trendy interpretato dalla modella taglia 38. Ecco, di incongruenze è pieno il mondo, le persone obese talvolta ne sono le vittime. E nulla riuscirà a convincermi che c’è qualcuno che si sta davvero prendendo cura di loro.

venti di cambiamento

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Le celebrazioni si fanno per decenni, ne avevo già scritto qui, ma si fa così indipendentemente dal fatto che io ne abbia scritto , sia chiaro. E in rete sono iniziate le celebrazioni dei vent’anni del grunge. Il 1991 infatti è stato, oggettivamente, l’anno della rottura, da allora in poi, mi riferisco alla musica, nulla sarebbe stato più come prima. Intanto per l’uscita di Nevermind, l’album che ha portato i Nirvana ad un successo senza precedenti. Ma ci sono altri tre dischi fondamentali per quel genere musicale che ha influenzato, in misura minore rispetto a quanto accadde per il punk alla fine dei 70, gli anni successivi. Naturalmente, come per tutti i fenomeni così esplosivi, il corso è stato standard: boom immediato, massima esposizione mediatica, tre o quattro anni di rendita, diciamo fino al 1995, poi giro di boa e riflusso, musica agli antipodi, quindi, a vent’anni di distanza, nascita degli emuli. Ne parlerò più avanti, anche se è un thread trito e ritrito, ma questo è stato il processo che hanno attraversato analogamente, per esempio, il punk, il post punk, la new wave, ma anche il beat e il rock psichedelico, persino il progressive. Materiale da tesi di laurea, chissà.

Ma torniamo ai tre album che dovrebbero, a mio parere, accompagnare Nervermind in una equa celebrazione di quel 1991. Anzi, a dirla tutta, Nevermind è stato si deflagrante, ma oggi è innegabile che le reminiscenze che abbiamo e l’approccio critico siano obnubilati dalle vicissitudini di Cobain, dal mito che la sua tragica fine ha prodotto. Senza nulla togliere ai meriti di quel disco, non dimentichiamo che “Smells like a teen spirit” è uno dei pezzi più belli di tutti i tempi. E, per rimanere nel mainstream degli interventi che spopolano in rete per l’anniversario, ecco un inciso sull’immancabile “dove ero io nel 1991”. Beh, grazie per la domanda. Nel 1991 ero già grandicello, avevo finito il servizio militare e stavo per laurearmi. E per seguire l’ennesima moda underground, con l’unico obiettivo di suscitare il maggior interesse possibile nel sesso femminile, mi ero fatto crescere i capelli lunghi lunghi e vestivo trasandato (ma guarda un po’) proprio come i grungi. Allo stesso modo in cui dieci anni prima vestivo di nero e avevo la cresta, cinque anni prima avevo la zazzera come Morrissey e così via. Ecco come disperdere la propria personalità. C’è un detto che sintetizza questo atteggiamento, ma è tropo volgare perché riguarda la capacità di traino di un particolare vello femminile. Per chiudere qui la parentesi personale scaccia-lettori, i due ricordi più vivi che ho di Smells like eccetera sono una bottiglia di Jack Daniels in due prima di un concerto dei Diaframma con Davide nella sua Opel Corsa con quel pezzo a palla, e un buttafuori di un club di Torino che mi ha, appunto, buttato fuori perché avevo iniziato a saltare pregno del pathos esaltante dal riff di chitarra di Cobain. Fine. Ah, di Nevermind avevo acquistato il vinile, in omaggio c’era una maglietta che ho regalato a una tipa, sempre per il detto di cui sopra.

Ma non dimentichiamo che nel 1991 ha visto la luce anche Ten dei Pearl Jam, innanzitutto. E, in quanto a spessore, i Pearl Jam sono ben altra cosa. La versione meno fashion del grunge. Leggo da Il Post che ci saranno celebrazioni ufficiali dell’iniziativa, comprendenti “un film documentario intitolato Twenty e diretto da Cameron Crowe, regista con assidue frequentazioni nel mondo del rock“. Bene. Eddie Vedder che suona l’ukulele ha comunque un suo perché, non trovate?

Terza pietra miliare dell’epoca è Badmotorfinger dei Soundgarden, la versione un po’ tamarra del grunge. Ma Jesus Christ pose è senza dubbio un capolavoro dalle venature dark, divertente da ascoltare, ballare e suonare. Per vedere i Soundgarden in quella tournée, pensate un po’, ho dovuto per contrappasso sorbirmi un concerto dei Guns’n’Roses, allo stadio Delle Alpi di Torino, gruppo di cui la band di Chris Cornell fece da supporto. Tsk. C’erano anche però i Faith No More. Ma questo accadeva l’anno successivo, sempre per il solito modo di dire scurrile di cui sopra.

Chiude la tetralogia (wow, mai avrei pensato di utilizzare questa parola in un post) la summa di tutto quanto, ovvero i Temple of the Dog. I Temple of the Dog, vi ricorderete, erano un supergruppo di Seattle, comprendente membri di proprio di Soundgarden e Pearl Jam, che si era formato come una sorta di tributo per la morte del cantante di un altro gruppo grunge, i Mother Love Bone, Andrew Wood. Il supergruppo durò giusto il tempo della pubblicazione di un album omonimo, uscito nel 1991, con alcuni pezzi davvero ben riusciti, come la struggente Hunger Strike.

Per chiudere, sono convinto che siamo arrivati al grunge passando anche per i Jane’s Addiction. Almeno per me il percorso è stato quello. Il grunge poi un bel giorno è finito, fagocitato da MTV e dai suoi programmi unplugged, dai filmetti come Singles, superato poi dal ritorno (per mia fortuna) dell’elettronica nel rock. Nel frattempo sono uscite altre band, gli Alice in Chains, gli Stone Temple Pilots e gli Screaming Trees, che avremo tutto il tempo per celebrare. Fino a questo anniversario, un po’ più dirompente.