facciamo finta

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Voi fortunati delle nuove generazioni ne sapete ben poco del playback perché oggi, grazie alla tecnologia e anche alla professionalità di certi tecnici del suono che ci sono in giro, allestire in quattro e quattr’otto un’esibizione live in tv è un gioco da ragazzi. Poi vuoi anche il fatto che oramai se non canti e suoni dal vivo non sei nessuno, pensate a tutti i talent e i reality basati sulla musica che ci sono in giro. Le generazioni karaoke sono abituati alle basi con i suoni finti ma la voce per carità, quella anche se stonata deve venire da corde vocali autentiche e da apparati fonatori in carne e ossa. E poi diciamocelo: nel duemila e rotti, un Sanremo in playback come quelli degli anni 70/80 ci farebbe ribrezzo, rideremmo dall’inizio alla fine, i cantanti perderebbero la loro già scarsa autorevolezza e i fuori sincro voluti o meno ci manderebbero nel panico, oramai schiavi della vita in tempo reale. Sono convinto però che il playback a molti di noi farebbe comodo ma nella vita. Pensate che lusso se potessimo mandare allo sbaraglio una versione di noi preregistrata e limitarci a seguire i movimenti, le parole, il comportamento e le emozioni stesse in playback, certi che comunque il risultato sarà quello che già sappiamo avendo predisposto tutto per filo e per segno. Una tecnica da usare con le dovute precauzioni, qualcuno potrebbe offendersi di avere un interlocutore in differita, per esempio. Ma la tecnica del playback, almeno per esperienza personale, sarebbe fantastica in ufficio. Dopo vent’anni di lavoro uno potrebbe mandare sul posto di lavoro il se stesso di molto tempo prima e starsene a casa a riposare. E anzi, con la diffusione del remote working e dei mezzi di comunicazione e collaborazione, sarà ancora più facile partecipare alle riunioni mandando delle immagini di repertorio. Tanto alla fine, quando vogliamo essere cortesi con qualcuno, anche se non è vero gli diciamo che è sempre uguale, che gli anni sembrano proprio non essere passati.