Un po’ per la sua esperienza, un po’ per il portfolio che comunque ĆØ di tutto rispetto, la media con cui S. viene convocato da aziende, agenzie di lavoro e head hunter ĆØ impressionante. “Guarda, non saprei fare una media, ma un buon 25% di mail inviate ha un seguito. Mi chiamano, cerco di fare una piccola scrematura in quella fase, quindi se vedo che l’occasione ĆØ ghiotta non so resistere e vado“. E qual ĆØ l’occasione ghiotta? “A priori, cioĆØ senza sapere nulla dell’azienda che mi ha contattato, mi ispirano le agenzie di lavoro. Molto spesso i selezionatori sono giovanissimi che non hanno una visione dettagliata di quello che ĆØ il mio profilo professionale. Ma non voglio mettere in difficoltĆ nessuno, cerco solo di trovare un sfogo alla voglia che ho di raccontarmi al prossimo“. ChissĆ . Forse S. soffre di solitudine, nella vita privata, e considera la vita pubblica sul posto di lavoro la sua principale arena di rapporti interpersonali.
S. prende le ore di permesso necessarie – anzi, mi ha confidato che talvolta confessa senza problemi dove ĆØ diretto, la sua perversione non ĆØ un segreto per nessuno, ormai, tra le persone a cui riporta – e poi va in scena. Il mattino sceglie l’abbigliamento più adatto, a seconda dell’occasione si prepara anche una versione ad hoc del suo percorso professionale. Quindi si reca sul posto, a volte anche con difficoltĆ . “Ricordo un colloquio presso un head hunter in zona Molino Dorino, in un quartiere residenziale. Aveva l’ufficio nel suo appartamento in un palazzo senza portinaio, non ti dico la fatica per trovarlo, tra pensionati a spasso con i cani e massaie di ritorno dalla Coop“.
Insomma, S. ha fatto del colloquio una sorta di performance artistica, uno spettacolo di se stesso volto a mettere in luce l’estetica della disoccupazione, una specie di living theathre a sfondo psicoattitudinale. Intendiamoci: cercare lavoro per finta può sembrare fuori luogo, il mercato ĆØ quello che ĆØ, il tema della precarietĆ ĆØ delicato e scherzarci su non ĆØ lecito. Ma non c’ĆØ da preoccuparsi: si tratta di un vizio innocuo, solo un po’ di tempo sottratto agli uffici del personale, per sentirsi risorsa umana fino in fondo.