l’orticaria e le bollicine

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Più di restare chiuso in uno spazio angusto completamente privo di ombra e i tetti in lamiera, più di sfoggiare un outfit completamente inadatto alle temperature elevate della bella stagione, più che bere una tazza di latte bollente appena sveglio quando fuori ci sono quaranta gradi, più che mangiare pietanze tipicamente invernali – una bella cassoeula – sotto il sole, non c’è niente che mi faccia sudare di più di una canzone tratta da Bollicine di Vasco Rossi ascoltata in estate. I motivi di questa idiosincrasia vanno ricondotti a diversi fattori, a partire da sottigliezze quali le abbondanti mandate di riverberi sul rullante e la preponderante plasticosità dei suoni di batteria. Gli effetti sulle chitarre poi, una pratica tutta italiana che ti fa riconoscere un brano registrato al di qua delle Alpi sin dai primi solchi del disco. Il sax che emerge qua e là con quel timbro languido, un sacrilegio rispetto alla ruvidezza per quale è stato inventato e che pone le sonorità del sesto album di Vasco Rossi agli antipodi geografici e sonori della musica americana. Le tastiere pacchiane, proprie di un modo di intendere i synth nella massima subalternità del rock canzonettaro di Vasco. Ecco, già solo parlare di questi pochi elementi a introdurre Bollicine mi fa patire l’afa come un anziano con il completo di lana a ferragosto. La tracklist, poi, è tutta un susseguirsi di vampate di angoscia, dal retrogusto di adolescenza gettata alle ortiche, di tempo sprecato ad adattarsi alla moda altrui per pura codardia da emarginazionale sociale. Ve la ricordate o devo passarla in rassegna brano per brano? Cocacosa cocacola ha una freschezza illusioria quanto un bicchiere di una bevanda sgasata e lasciata fuori dal frigo, con gli adolescenti che la cantano ostentando arbitrariamente il doppio senso con la polverina bianca più usata dagli italiani. Poi la canzone d’amore, la serenata con dedica che induce a soffocamento emotivo con la sua esplicita dichiarazione d’intenti a forma di ballata, con la chitarra di Dodi Battaglia dei Pooh, degno esecutore della peggio melodicità nazional-popolare. La sfida alla divinità di Portatemi Dio, le Deviazioni che accontentano le frange oltre le regole della sua fanbase, il carpe diem di Giocala con la sua filosofia da bar tavola fredda sulla strada provinciale e l’inno al nichilismo sentimentale di Mi piaci perché, la summa della concezione rossiana dell’essere donna oggi. Fino a quell’idea di James Dean de noantri a cui a noi che Bollicine fa venire le bolle sulla pelle non abbiamo mai creduto, presentata lungo esibizioni playback di programmi musicali pomeridiani e fortemente penalizzate da chissà quali agenti chimici, colonna sonora di anni di disimpegno esistenziale, politico, sociale, volto a scardinare definitivamente tutto il potenziale delle generazioni a venire. E lui in quella foto da copertina, con quegli occhiali assurdi che non sai se ti guarda o no e con le mani fuori campo, probabilmente intente a contare i soldi dei numerosissimi acquirenti di provincia che nell’estate dell’83 erano comunque lontani dal compimento della maggiore età e dal diventare boriosi adulti pieni di rimpianti.

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