sfida accettata

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Mia madre mi dice che il ragazzo nella foto mi somiglia, o per lo meno ricorda me trentacinque fa con il quadruplo dei capelli e una pettinatura fine anni settanta, e che tutte le volte in cui faceva con mia zia il giro settimanale al cimitero la impressionava pensare che ci potessi essere io là sotto. Ma a quei tempi ero vivo quanto ora, aggiungerei fortunatamente e qualche gesto di scongiuro che voi non potete vedere perché comunque mi immaginate mentre scrivo con due mani sulla tastiera.

E probabilmente si tratta dello stesso periodo in cui avevo indovinato il tragitto che seguiva Maria per raggiungere il capolinea dell’autobus all’uscita da scuola. La stessa Maria che poi ho scoperto che in realtà non era proprio quello il suo nome ma una specie di versione in ebraico che un ignorante come me potrebbe anche scambiare quasi per un anagramma. Comunque io la precedevo intelligentemente per qualche scorciatoia per scoprire se lei, scorgendomi avanti, era interessata a raggiungermi e a percorrere l’ultima parte della strada insieme. Una volta poi è successo, ho sentito qualcuno correre e poi mi è arrivata una pacca sulla schiena con la forza di chi non riesce a tenerla sotto controllo, soprattutto in quella fase della vita in cui le attenzioni alle persone che ci interessano le rivolgiamo anche con modi piuttosto grossolani, perché non abbiamo ancora ben chiaro che cosa significhino l’amore o il sesso. E se non ricordo male quella volta è stata l’unica, lei aveva una giacca gialla e io avevo allungato la strada per tornare a casa con una distanza irragionevole.

Maria non la incontro da quell’anno lì e sono certo che quella sia stata anche l’unica occasione in cui ci siamo trovati così vicini, quindi se anche lei ora vedesse quella foto sulla lapide che impressiona ancora oggi mia mamma forse avrebbe qualche reminiscenza, ma lo dico solo per qualche grado in più di sdolcinatezza perché so benissimo che Maria già aveva poco slancio nei miei confronti allora, figuriamoci nella ricorrenza del giorno dei morti del 2014, il primo anno in cui sono a trovare mio papà dall’altra parte della barricata, avete capito cosa intendo.

Mi soffermo solo ancora su due aspetti degni di nota di questa visita al cimitero. Poco più avanti dalla tomba di mio papà c’è un suo zio morto negli anni 30 che è identico a lui, e anche di questa foto mia mamma commenta la familiarità. D’altronde in quel borgo dell’appennino c’è pieno di gente che ha il mio stesso cognome, veniamo tutti da lì. Un fattore che diverte tantissimo mia figlia,  il cognome è anche il suo e nel posto in cui viviamo costituisce invece una rarità. Si mette a passare in rassegna tutto lo schieramento di defunti provenienti dallo stesso ceppo e la cosa cambia tutta la prospettiva con cui approccio quella visita.

Anche la foto che mia madre ha scelto come ricordo ultimo di mio papà appartiene a un passato che fatico a riconoscere, figuratevi mia figlia che l’ha visto solo negli ultimi undici anni. Probabilmente anche per lui, come per lo zio morto negli anni trenta o per il mio sosia fine anni 70 è stata identificata una fisionomia ideale da attribuire all’anima con lo scopo di riconoscimento per quella che viene definita la vita eterna. Una procedura che poi non è così strana perché funziona anche per i vivi, e se avete una certa età come me non potrete negarlo. Se mi chiedete di mostrarvi l’aspetto di tizio o caio, persone che conosco dai tempi di Maria e della sua giacca gialla, o che magari ho perso per strada perché abitiamo a 300 km di distanza quindi è impossibile frequentarsi con assiduità, se mi chiedete di descriverveli vi disegnerei un ritratto di quello che è il loro momento di massima forma, mica trenta chili in più o senza denti o fiaccati da qualche grave malanno o zoppi a causa di un incidente di lavoro. E lo farei perché questa pratica delle figurine con il ritratto che poi valgono per sempre è una banale e ovvia tecnica di conservazione del sé, egoismo allo stato puro, una feroce foto di gruppo dove ci si tiene tutti stretti quel po’ di vita con cui si vorrebbe restare per sempre.

12 pensieri su “sfida accettata

  1. mi sono ritrovata a scegliere tra le foto della mia mamma quella che, secondo me, esprimeva meglio la sua indole. un po’ più vicina alla sua vera età anagrafica, quando è partita, un po’ più vicina al mio cuore. non è semplice, per niente. mio padre, invece, nel rinnovare la sua carta di identità è stato dal fotografo che gli ha reso un servizio niente male. sicché una domenica a pranzo mi porta questa fotina e mi dice di conservarla. non ha aggiunto molto e io, naturalmente, ho capito. mi ha sollevato da ogni scelta. la foto, mia, non l’ho ancora scelta ma l’epitaffio è pronto, così come il libro che dovrà accompagnarmi e la musica che dovranno suonare. non si sa mai…

  2. Venicio

    Cercare somiglianze, anche se può sembrare macabro, ha un fine. Quello di esorcizzare la morte. Non sei là sotto, sei qui a guardare. La stesso viso, gli stessi capelli. Tu o lui, non fa differenza passano anni, decenni, forse secoli, e sei sempre lí

  3. è vero venicio, convengo. ma la morte è difficile da esorcizzare e non basta una foto. conviverci con la morte quello sì, specie se qualche volta l’hai scampata…

  4. Io avrei preferito una foto più recente anche se meno evocativa e più spietata sulla vita. Nei ritratti troppo vecchi, specie quelli dei giorni di gloria, poi uno si riconosce mai.

  5. Ci scherzo spesso con i miei genitori. Ogni volta che gli faccio una bella foto dico loro che la conserverò per la lapide. Immancabilmente si solleva la mano di mio padre a mostrarmi le corna. Mi serve ad esorcizzare

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