storia di un’impiegata

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L’impiegata allo sportello e io siamo al limite del flirt mentre ai due lati opposti del suo laptop stiamo ingannando l’attesa mettendo insieme una lista delle canzoni più adatte da ascoltare quando ti svegli e piove e vivi in una civiltà sufficientemente evoluta in cui non sei tenuto ad essere produttivo se fuori c’è brutto tempo. Le casse del computer non sono granché e in più poco dietro, accampata sui divanetti sfondati della reception – le cinquanta sfumature di tagli alla pubblica amministrazione si vedono anche da questi apparentemente piccoli dettagli – una famiglia è in attesa del proprio turno ma uno dei figli riesce a esprimersi solo attraverso versi che rientrano nella categoria dei muggiti e qui, io e lei così vicini al pc, sembra aumentare il grado di intimità. Non è facile decidere una playlist del genere, le faccio presente dall’alto della mia competenza in materia, perché cadere nelle solite lagne malinconiche trite e ritrite è facile. Faccio di tutto per riportare alla memoria condivisa anni di ascolti crepuscolari con la perfezione filologica che mi contraddistingue, talvolta lasciando persino sgomenta la coautrice di quella compilation improvvisata. D’altronde è un classico. Si cerca di colmare lo svantaggio della differenza di età con il bluff che ne sai più di chi è più giovane ma è una amara consolazione e lo sanno tutti. La cosa però sembra andare per le lunghe. Il suo collega sembra metterci più del tempo necessario a trovare il mio libro nel magazzino. La colpa è solo mia: proprio stamattina in cui devo trascorrere quasi due ore di viaggio in treno per lavoro mi sono dimenticato il romanzo che sto leggendo sul comodino, e per fortuna che tra i servizi che sono rimasti dopo lo scempio che è stato fatto dello stato assistenzialista è rimasto questo. Se hai lasciato qualcosa di estremamente importante a casa vai all’ufficio “Oggetti Remoti” e loro te lo recuperano nel formato originale e in tempo reale. Non chiedetemi come sia possibile, questo è un racconto di fantasia e non sono certo tenuto a spiegarlo a voi. C’è proprio la sede di quartiere a un paio di isolati dalla stazione, e considerata la gravità del caso è giusto approfittarsene. E poi lasciatemelo dire: pago le tasse alla fonte in quanto lavoratore dipendente e, come dice un certo elettorato presuntuoso e grillista, gli impiegati pubblici sono al mio servizio. Vedete la famiglia rumorosa qui dietro alle mie spalle? Loro hanno una visita ortopedica per il figlio che muggisce, ma hanno scordato le lastre al piede nello zaino del papà, nel suo ufficio. Era o no l’unica cosa a cui pensare prima di recarsi all’appuntamento? Lo so perché per loro la procedura è un po’ più lunga, ci sono tutte le menate della privacy in ambito ospedaliero e sanitario, ed è per questo che il ragazzino che chissà di quali problemi soffre si sta innervosendo, e io con lui. La storia finisce qui. Il commesso riemerge con il mio libro così firmo la ricevuta e mi accomiato dall’impiegata il più in fretta possibile per evitare di dare adito a qualunque equivoco di interesse nei suoi confronti. Mi vedo già: io e lei seduti in un bar a bere qualcosa e a non guardarci negli occhi, con lei che si vede che è lì controvoglia ma non sa spiegarsi perché ha accettato l’invito.

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