il mondo ha bisogno di storie, fatevi sotto

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Non fate troppe storie e dateci dentro. I grandi brand della socializzazione su Internet si rincorrono per indurvi a postare le vostre storie usa e getta, e non solo le più simpatiche svaniscono dopo ventiquattr’ore come l’inchiostro simpatico, o come tutte le più belle cose vivono solo un giorno, come le rose. Snapchat, Instagram, Facebook e pure Whatsapp hanno adottato tutti la stessa funzionalità in una efficace corsa al ribasso derivativo, sapete come vanno le cose nel commercio: se non puoi batterli, copiali. La ormai onnipresente ironia del web si è scatenata anche su questa tematica critica e davvero, sembra che tutto oggi debba mettervi a disposizione la possibilità di produrre storie volatili, in senso chimico e non dei pennuti. Avremo quindi le storie del microonde, quelle della lavastoviglie e persino quelle del Televideo, una tecnologia che solo al pensiero mi fa commuovere perché mi ricorda mio papà che, del Televideo, era un lettore compulsivo, con quei caratteri da informatica vintage.

Io resto fedele a questo canale, il mio blog intendo, per raccontarvi le mie. Volete sapere l’ultima? Ieri mi sono unito a un gruppo di amici (della categoria genitori della squadra di pallavolo in cui militano le rispettive figlie) per una serata all’insegna del southern rock. Un papà che suona (piuttosto bene) la batteria in una cover band (piuttosto brava), il tutto nel contesto di un locale di provincia ubicato all’uscita di una superstrada specializzato nell’iconografia rock. Avete presente? Chitarre appese ai muri, foto dei mostri sacri del rock, musica live rigorosamente schierata, cameriere tatuate e piuttosto aggressive e, cosa che mi ha piacevolmente sorpreso, oltre all’acustica finalmente rispettosa del gruppo sul palco, pubblico adeguato. Basettoni, portafogli con catene attaccate ai jeans, stivali, baffi e barbe, cappelli da cowboy, ragazze in tiro secondo i crismi del rock’n’roll, ma tutti con un preoccupante trait d’union: l’età avanzata.

A partire dai musicisti fino alla gente in sala non credo ci fosse nessuno sotto i trent’anni. Il rock diventa sempre più un passatempo per quaranta-cinquantenni ed è difficile capire come si concili con tutti gli aspetti collaterali propri del rock: le groupie, l’alcol, la droga, ma anche le mogli cagaminchia che, invece, sono le prime a saltare sui tavoli – malgrado gli acciacchi dell’età – per ballare il southern rock. Purtroppo non solo i ragazzi oggi non suonano più il rock ma credo nemmeno lo ascoltino più, e quando vedo un under 18 con i capelli lunghi e qualche rimando al rock (una maglietta, una scritta sullo zainetto) mi viene da fermarlo per fargli i complimenti. La morale è che ieri sera mi sono esposto a così tanto southern rock che stamattina ho dovuto a mio modo disintossicarmi con gli Smiths. Nessuno mi toglie comunque dalla testa che sia inutile pubblicare tutte queste storie, perché il mondo non ascolterà.

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