alcuni aneddoti dal mio futuro

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svalutati – day #18

Il limite della didattica a distanza è la valutazione, un principio evidente di per sé che deve far riflettere gli insegnanti sulle attività da assegnare agli studenti quando sono a casa. A casa ci sono genitori ingegneri, sorelle all’università, fratelli al liceo, parenti di terzo grado pronti a intervenire a causa di adolescenze irrisolte. E poi c’è internet, le versioni di latino prêt-à-porter, i tutorial su Youtube. In questi giorni di iper-vacanza la bomba è esplosa: le famiglie patiscono la valanga di compiti tradizionali o autentici, i docenti imbranati sulla rete impazziscono cercando di familiarizzare con le soluzioni innovative per rimanere in contatto con la classe, gli studenti ormai ce li siamo giocati, del tutto fuori controllo e inadatti a sopravvivere nel cammino verso le competenze, pur avendo strumenti potentissimi a disposizione.

La scuola fuori dalla scuola fa acqua da tutte le parti, un segnale che il gap del nostro sistema educativo con la realtà, con il lavoro, con la pratica, vive e lotta contro di noi. Pensate al valore che può avere una qualsiasi attività traslata dai banchi della classe alla scrivania della cameretta. In terza media ho disegnato una proiezione ortogonale di non ricordo che cosa a mia figlia perché aveva fatto tardi all’allenamento di pallavolo, non ce l’avrebbe fatta a terminare tutti i compiti, e grazie a me ha preso un voto altissimo, mi pare un otto o un nove. Oppure pensate ai prof che vogliono fare le interrogazioni in videoconferenza. La sorella maggiore che si sta laureando si mette dietro lo schermo del laptop e suggerisce le risposte di chimica all’alunna a cui il docente rivolge delle domande per metterle un voto alla fine. Sembra la solita incompatibilità tra la sfera analogica e quella digitale: didattica a distanza e voti vivono in due mondi diversi, come una mela e un bullone.

Ma dal momento che non voglio far parte del problema ma portare soluzioni, ecco secondo me quello che noi insegnanti dovremmo prescrivere ai nostri alunni in situazioni come queste, fermo restando che è auspicabile che non si avverino più. Leggete romanzi, digitali o di carta. Tanti romanzi. Nei romanzi si imparano tutte le materie, persino la fisica e il disegno tecnico. Guardate tanti film, ma solo dopo aver letto tanti romanzi. Cercate tanti articoli di divulgazione in rete, c’è pieno di capoccioni che spiegano tutte le cose che ci sono da capire. Mettete sul piatto tanti dischi e ascoltateli dalla prima all’ultima traccia. Poi ascoltateli una seconda volta, una terza e una quarta, e poi provate a scrivere quello che avete capito. Scrivete su Word, su un file di blocco note, su un blog come questo, ma scrivete tanto e scrivete tutto quello che vi passa per la testa. Chiamate gli amici, i nemici, quelli a metà, le persone con cui avete poca confidenza, le nonne di novant’anni, i cugini di terzo grado. Fatevi raccontare cos’è la vita, com’è la vita, cos’è la morte, come sarà morire.

Avete mai notato quelli che su Facebook dicono di aver studiato all’università della vita? Ecco, forse parte del programma per una laurea triennale all’ateneo della strada è compreso in un piano di studi di questo tipo, senza aule né docenti, con la differenza che in strada ora è meglio non andarci. Possiamo chiamarla università di casa propria. Ora poniamoci il problema di valutare, quando tutto tornerà alla normalità, quelli che in questi mesi di quarantena e clausura si sono preparati così. Dei veri geni? Ci potete scommettere.

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