alcuni aneddoti dal mio futuro

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un po’ di cose a casa – day #66

Il tema dell’ultimo incontro della domenica pomeriggio con la mia prima è stato una sorta di rito per terminare in bellezza la fase 1. Ho chiesto, qualche giorno fa, di fare un disegno di una esperienza significativa vissuta lungo i mesi di clausura e poi di raccontare la storia nel corso della videoconferenza di classe.

Jolanda, che ha un cortile interno sufficientemente ampio, ha imparato ad andare in bici. Elisa sui pattini. Delia ha sfidato i membri della sua famiglia a Cluedo e mi ha pure spiegato, per sommi capi, le regole del gioco. Sostiene che non è stato per niente semplice, che ha affiancato la sorella maggiore per qualche partita e poi si è lanciata come giocatrice indipendente.

Anche a casa di Elisa i giochi da tavolo hanno costituito un efficace diversivo ai passatempi digitali, il Monopoli su tutti. Le ho chiesto se fosse riuscita ad accaparrarsi le zone più esclusive della città di cartone a due dimensioni, come Viale dei Giardini o Parco della Vittoria, ma non si ricordava i nomi. Ho provato a spostare la discussione sui colori, ma poi la mia collega mi ha rivelato che non è più il Monopoli di una volta e che il viola non è più riservato alle classi sociali più abbienti. Elisa è comunque riuscita a costruire un albergo grazie al quale ha mandato il padre sul lastrico.

Sandy si è disegnata vestita da principessa su una carrozza posizionata in balcone e questo, nell’economia dell’attività didattica, ha costituito forse il momento più alto. Anzi no. Simone ha aiutato il papà a smontare i freni dell’auto perché erano rotti e a sostituirli con quelli nuovi. Un aneddoto che, come potete immaginare, ha suscitato l’invidia del maestro: non so se ve l’ho detto ma ho dovuto ricorrere all’aiuto di un amico persino per cambiare le spazzole dei tergicristalli.

Vi svelo però un segreto: ogni tanto mia moglie mi sorprende mentre seguo una di quelle trasmissioni tv in cui ci sono meccanici che rimettono a nuovo auto d’epoca. Il mio preferito è un inglese che, come se fosse una cosa normalissima, seziona tutte le componenti delle macchine e dei motori fino all’ultimo bullone, le pulisce, sostituisce quelle rotte e rimonta il tutto con risultati sorprendenti. L’aspetto più interessante della trasmissione è la traduzione dei dialoghi, in quando abbondano di termini tecnici per definire ogni pezzo e talvolta mi viene il sospetto che i produttori – per la localizzazione in italiano – si inventino qualche parola perché a me sembrano tutti neologismi.

Per finire, Anna ha ritratto se stessa in giardino con a fianco il fratello che pilota un drone. Ha inserito persino lo spazio della villetta a fianco, disegnando la bambina vicina di casa che osserva i giochi dietro a un recinto che ho scambiato per una rete da pallavolo.

Poco prima di chiudere ho detto che le domeniche pomeriggio della fase 2 è meglio trascorrerle all’aperto, dopo tutto questo tempo passato in casa. Ho pensato però al disegno che avrei fatto io, se qualcuno mi avesse chiesto di rappresentare un’esperienza importante vissuta ai tempi del Covid-19. Avrei diviso un foglio in venti rettangoli uguali, quattro file da cinque, e in ognuno di essi avrei ritratto i miei diciotto alunni proprio come li vedo io quando siamo tutti insieme in videoconferenza su Google Meet. Diciotto ritratti a mezzobusto e, per riempire gli spazi, la mia collega ed io che tiriamo fuori le parole da quei corpi poco adatti alla comunicazione a distanza. Corpi di bambini che non stanno mai fermi, che saltano, cadono, corrono, puzzano, si inciampano, si spingono, dondolano, si lanciano per terra, calciano la palla, tirano le pietre, imitano gli animali, imitano le motociclette, ballano, fanno cadere le sedie, raccolgono le matite, colorano, alzano la mano, osservano e chiedono.

Ecco: avrei disegnato una scacchiera con diciotto facce, strette ciascuna in una cella che nessuno ha meritato, all’interno di una prigione ingiusta. La fase 2 sarà il momento migliore per chiudere a chiave tutto, appena i bambini saranno fuori, buttare giù i muri e far finta di aver sognato tutti insieme una cosa un po’ strana.

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