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Speranza – L’ultimo a morire

La recensione di un disco d’esordio dovrebbe prevedere un nutrito preambolo di dettagli biografici. In un album di debutto non ci sono solo le prime canzoni ma c’è, soprattutto, la vita che l’ha preceduto e le esperienze che hanno portato l’artista sin lì, un trascorso di cui le canzoni sono un adattamento in musica. Come l’inizio di ogni cosa si tratta del momento più bello. Dall’uscita del primo disco nulla sarà più come prima.

In realtà di Speranza se ne parla già da un po’. Non a caso – giustamente – in “Casertexas” sostiene di incazzarsi quando, dopo vent’anni che scrive canzoni, c’è ancora chi lo chiama emergente. Come molti esponenti della scena rap e trap, il periodico rilascio di singoli sotto forma di video per Youtube e di brani pubblicati sulle piattaforme di streaming ne ha alimentato la fama grazie al passaparola. Nel caso di Speranza c’è anche il provvidenziale endorsement di un esponente del settore che ha attirato curiosità trasversale (“So’ n’eremita c”u tocco ‘e re Mida/Tiene l’invidia? Nun t’aggia dà cunto”, Camminante), ed è curioso che, per le nuove generazioni di artisti che hanno conosciuto l’industria discografica già allo sbando, la pubblicazione di un ellepì costituisca ancora un obiettivo di carriera.

Per i dettagli sulla sua vita, quindi, vi lascio a un’intervista rilasciata a Daria Bignardi – interessata, come già accaduto per l’analoga iniziativa con Massimo Pericolo, a confezionare un’adeguata collocazione a un fenomeno scomodo secondo un modello di catalogazione tale da consentire, al pubblico dei “grandi”, una facile rintracciabilità culturale all’interno del loro sistema, per ovvi fini di controllo (“Hê capito Savià? Me piglio pure ‘o stereo cu tutto l’impianto”, Spall a sott 4) e a questo esaustivo documentario di Noisey, in cui Speranza è stato seguito durante la preparazione del suo “L’ultimo a morire.”

In entrambi i casi risulta difficile abbinare il mansueto Ugo Scicolone, con i suoi occhi chiari e i suoi modi garbati, con la sua umiltà da ragazzo del sud che sembra chiedere scusa del disturbo, con le sue debolezze e i suoi tic, alla voce hardcore-trap urlata di Speranza, sicura, massiccia e diritta al punto, a tratti violenta, poliglotta e multiculturale, esasperata nei cupi videoclip dalle movenze che ne accompagnano l’espressività, un timbro graffiante che sta al rap come i Sepultura stanno al metal.

Certo è che grazie alla raffinata musica di Speranza la trap italiana sale finalmente di livello, consolidando un meritato processo di emancipazione dalla mediocre generazione rap precedente, già iniziato con Massimo Pericolo. L’età media dei seguaci di questo fenomeno – unico per bacino di utenza nella storia del pop italiano – malgrado temi e approcci vietati ai minori si è abbassata vertiginosamente, fino a contendere il marketshare dei fan ad artisti del calibro dei Me contro te. Nulla di male, per carità, a parte il rischio che un pubblico composto da alunni della scuola primaria e secondaria di primo grado depauperi la portata esplosiva di nichilismo ribelle degli esponenti del settore, una reductio ad animazione da oratorio estivo di prodotti pensati invece per trasmettere machismo, voglia di sfondarsi di qualunque sostanza stupefacente (“E quanno stongo arrapate/Cucaina ‘int”a purchiacca, еh/Non legalizzate o si no venimmo ‘a mortе”, Chinatown) e indissolubile appartenenza al ghetto.

Ma il pericolo è anche che un genere così di moda esaurisca il suo principio attivo per sovraesposizione, imitazione dei modelli e ripetitività dei temi. Sono anni che la proposta trap si avvale di narrazioni e stereotipi quali il riscatto sociale conseguito grazie al successo, la droga, le faide interne, le donne consenzienti, brand e auto di lusso (“Ho il cambio vestiti con l’antitaccheggio/Chiuse ‘int”o cuofano d”a Bentley”, Calibro 9) e altri ingenui scimmiottamenti degli inventori oltreoceano del genere. D’altronde, come biasimare l’esterofilia dei trappisti italiani: Little Tony faceva lo stesso con Elvis, la PFM con i King Crimson, i primi Diaframma con i Joy Division, i Casino Royale con i Massive Attack.
La proposta di Speranza è invece quella di un giovane uomo reso adulto – ha superato abbondantemente la trentina – dai bastoni che la vita mette tra le ruote mentre pedaliamo già con l’affanno (“Io non punto in alto, miro alle ginocchia”, A la muerte). Nato a Caserta e cresciuto in un villaggio edificato per immigrati assoldati come minatori al confine tra Francia e Germania, Speranza impara a scrivere a 12 anni mosso da una sensibilità non comune, nutrita in un ambiente composto da coetanei di diverse origini e tenuta a digiuno dalle ristrettezze della quotidianità. Con qualche demo rientra in Italia nella sua città natale e, grazie al passaparola, attira l’attenzione del pubblico e degli addetti ai lavori che iniziano a indicarlo come una delle realtà più interessanti della scena nazionale. Nel frattempo per mantenersi fa il muratore, professione di cui canta la fatica e il look (“Sul cantiere vesto solo Mapei, ehi/A sera ‘ncopp”o palco, po’ ‘a matina sott”o masto”, Casertexas).

Colpiscono la sua grinta, la sua abilità nel mescolare dialetto della sua terra, italiano e francese, e soprattutto i contenuti dei suoi pezzi, amare constatazioni della vita nella provincia meridionale, del doversi arrangiare con espedienti al limite della legalità e dei guai con la giustizia che ne conseguono (“I soldi ti fottono, je me fotto ‘e sorde”, Fendt Caravan), della difficoltà di mantenere la dignità in una società che non ammette scatti di anzianità, una gara in cui quelli come Speranza sono destinati a inseguire vetture da miliardari, superveloci e acquistate grazie a soldi facili, trainando una roulotte Fendt che è allo stesso tempo una casa e uno status symbol al contrario per rom e sinti.

“L’ultimo a morire”, il cui gioco di parole con il nome d’arte di Ugo Scicolone è fin troppo scolastico, è una raffinata produzione Sugar con beat ricercati, intuizioni da fuoriclasse e ospiti del calibro di Tedua, chiamati ad accompagnare Speranza tra i grandi della musica italiana pur rimanendo leale a se stesso (“Mi parlano di trap, ma sto ’int’a n’atu pianeta/Sto cu Pietro l’albanese, viaggio a 230”, Omm i merd). I testi sono ricchi di citazioni e calembour nelle diverse lingue che Speranza è in grado di sfoggiare, ma è quello che dice che colpisce l’ascoltatore. Finalmente c’è qualcuno che nella trap racconta qualcosa di interessante, fuori dal suo metro quadro di cameretta al netto di pc e console (“Piglia chesta base, lievece ddoje barre/Due barre di silenzio per le vittime di Gaza”, Casertexas).

I rapporti con le donne, quando la vita va così, passano in secondo piano (“Pisciare è meglio che chiavare”, Fendt Caravan, e “Mondo in crisi di abbandono, l’ha detto il telegiornale/Mentre cerchi il punto G, sto cercando il punto SNAI”, Takeo Ischi), ma a giudicare dalle tracce “Iris” e “Puttana***” c’è qualche cicatrice che fa ancora male. Ed è un peccato che i primi successi con cui l’artista casertano si è imposto al pubblico ritornino solo come citazioni nei nuovi pezzi. Ci sono echi di “Givova” in “100 anni” e di “Chiavate a mammeta” in “Calibro 9”, mentre “Spall a sott” rinasce nella sua quarta vita in un pezzo a sé e come intercalare in molti degli altri brani.

La musica di Speranza, come il genere a cui appartiene, non ammette compromessi: o si ama o si odia. Un manicheismo che si è inventato chi è cresciuto con il rock e che è tempo di superare, ora che anche gli artisti trap stanno diventando adulti e si confrontano con quello che il mondo offre loro e quello che il mondo gli ha negato. Non bisogna, quindi, approcciarne l’ascolto come gli altri generi a cui siamo abituati. Qui di musica ce n’è ben poca ma c’è tanta passione, come ci sono cuore pancia e cervello, e soprattutto lingua velocissima, fiato serrato, e occhi che non si abbassano nemmeno di fronte alla sfida più grande.

Speranza è davvero una speranza. Anzi, una certezza. Le parole sono importanti, se non fondamentali, e ne “L’ultimo a morire” di parole ce ne sono milioni. C’è solo l’imbarazzo della scelta.

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