everybody hurts sometimes

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C’è una celebre canzone dei Cure che mette nero su bianco che le lacrime sono un’esclusiva femminile, secondo le convenzioni su cui si basa la nostra società. É chiaro che si tratta di una finzione poetica provocatoria per far passare il messaggio contrario. Se vivete a contatto con i bambini, anche se ai tempi del Covid al massimo gli puoi stare a non meno di un metro e venti di distanza, avrete a che fare con i pianti tutti i giorni e, per di più, indistinti. Però quando i maschi iniziano a sembrare grandicelli, diciamo verso la quarta o la quinta, le volte in cui si lasciano andare alle lacrime fa strano. Nel caso delle bambine, invece, ci facciamo meno caso ed è un’ingiustizia perché, invece, si tratta di una sensibilità che è sbagliatissimo non coltivare e, comunque, ogni sofferenza – anche la più futile – dovrebbe far suonare un campanello di allarme in un adulto. In questo periodo di colleghi in quarantena salto da una classe a un’altra ed è sorprendente osservare il modo in cui la tipologia di pianti delle bambine vari, dalle più piccole alle più grandi. In seconda, per dire, manca ancora la mamma e le lacrime sono affluenti di altri corsi di liquidi che colano dal naso e vanno a sfociare in un estuario sul mento. Poi ci sono le amarezze dovute alla compagna che non condivide il gioco, alla pellicina che arrossa il dito, a qualche maschiaccio che supera mentre siamo tutti in fila indiana nell’attesa del nostro turno in bagno.

Nelle classi alte la faccenda diventa più complessa. Questo pomeriggio Marta ha aperto le cateratte all’improvviso, dopo un veloce botta e risposta con la compagna che mi è sfuggito. Marta ha dieci anni ma sembra già una studentessa della secondaria e il suo pianto mi è sembrato subito differente da quelli a cui mi hanno abituato le mie alunne. Le lacrime colavano lateralmente, dagli angoli degli occhi sugli zigomi e verso l’esterno del volto, e sono state accompagnate da un’espressione di sofferenza inequivocabile, una di quelle che ti fanno salire un gradino più su nella vita. L’insegnante di sostegno ha lasciato il suo asperger ad alto funzionamento a sé – ormai è del tutto indipendente e pronto ad abbandonare il nido della primaria – ed è corsa ad accompagnarla in bagno. Giuro che mi spiace banalizzare così, ma sembrava davvero una cosa da donne, una situazione che un mio intervento non sarebbe mai stato in grado di salvare. Marta e la collega sono rimaste fuori una manciata di minuti. Poi è rientrata camminando tra i banchi gremiti a testa alta, con una dignità esemplare, gli occhi rossi, e ha ripreso con sicurezza il suo posto. É stata questione di un attimo: Marta è uscita dalla classe ancora bambina ed è rientrata già adolescente.

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