alcuni aneddoti dal mio futuro

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cronaca vera

Oggi in redazione sono passati a trovarci Bernie Sanders e Fidel Castro e, quando rientro dalla pausa pranzo, li noto commentare a fianco del direttore del quotidiano, seduto sull’angolo di una delle scrivanie dell’open space come nei film americani, il testo di un paio di stampe A4 su cui ci sarà probabilmente la bozza dell’editoriale di domani. Poter mangiare a casa spezzando la giornata lavorativa è un privilegio impagabile anche nei sogni. Abito a cinque minuti a piedi dal giornale, che ha la sede negli uffici di Via al Ponte Calvi proprio al posto degli uffici di una software house in cui ho lavorato quando avevo poco meno di trent’anni, quella dall’elevato tasso ingegneristico e maschile tanto che alle pareti non c’era appeso nemmeno un poster, per non parlare di stampe artistiche e dipinti.

Le uniche ragazze sono la tuttofare alla reception e la grafica con cui ho una specie di relazione clandestina. Io sono single ma lei ha già un fidanzato. Con lui e la sua famiglia trascorre il venerdì sera a dilettarsi con il liscio e altri balli di coppia. Anche se musicalmente siamo diversissimi, in certe situazioni ce la caviamo piuttosto bene. Abbiamo appunto approfittato della vicinanza di casa mia che – anche se si trova a sessanta km da lì ma, nei sogni, vale tutto – è quella dei miei genitori. Appena ci siamo chiusi la porta alle spalle non abbiamo perso tempo. É alta come me e, mentre ci abbracciamo in piedi per qualche preliminare, mi domando se sarà ancora in forma come era allora, dopo tutto questo tempo. Il fatto è che io un po’ mi vergogno se lei è rimasta giovane, dopo più vent’anni. Il confronto con il grasso superfluo che mi si è depositato sopra il fondoschiena e l’alluce valgo potrebbe risultare impietoso.

Nella realtà invece qualche anno dopo, ma io ero già andato via da lì, metterà su famiglia con il collega ingegnere con il sorriso a sessantaquattro denti, quello dai lineamenti tutt’altro che etero e che non nascondeva il suo orientamento nazifascista. Chissà come avrebbe reagito se, al ritorno per riprendere servizio dopo pranzo, si fosse trovato, a pochi passi dalla sua postazione, due pezzi da novanta della storia e della sinistra internazionale come quelli. In redazione c’è anche mia figlia, sta svolgendo uno stage come quello inutile che avevo fatto io a La Stampa, appena laureato. Mi avvicino e mi vanto con lei facendole notare il livello di ambiente professionale che frequenta suo padre. A guastare tutto sono i commenti del caporedattore dello sport, un omuncolo viscido, senza capelli e squallido che, manco a dirlo, vota Fratelli d’Italia. Mentre ci ammorba con i suoi sproloqui e una canzonaccia in rima sul ventennio mi gioco la solita gag, quella in cui capovolgo la testa sostenendo di non riconoscerne i lineamenti senza osservarlo a testa in giù.

A darmi man forte sopraggiunge Nicola Zingaretti, che nel frattempo si è unito a noi per omaggiare i nostri ospiti esclusivi. Supera i due metri di altezza ha una dialettica così convincente che il collega meloniano è costretto a ritirarsi nelle sue fogne morali, come è giusto che sia. Propongo a mia figlia di farsi un selfie con Sanders, Castro e il segretario del PD perché un’occasione così non capiterà mai più ma lei, come accade nella realtà, non vuole mettersi in ridicolo. Io invece, a differenza sua, non ho nulla da perdere, così attivo la fotocamera dello smartphone rivolta verso di me ma, come al solito, non riesco a impugnarlo bene senza ostruire l’obiettivo con le dita.

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