superfantastico

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Bello “Captain Fantastic” ma non ci vivrei. Questo è quello che penso ogni volta che lo trasmettono alla tele. Primo perché invidio il ruolo di Viggo Mortensen e il modo in cui ha cresciuto i figli. Quella scena finale, tutti a tavola a colazione ciascuno con il suo libro e nemmeno l’ombra di uno smartphone acceso, mi fa schiumare dalla rabbia. Perché non ci sono riuscito io? Perché in casa mia le principali attività – leggere, ascoltare musica, guardare un film come “Captain Fantastic”, giocare, comunicare con il resto del mondo – dipendono da Internet e da dispositivi ad essa connessi? Perché mia figlia non cita Noam Chomsky nelle verifiche assegnate dalla scuola pubblica? Vuoi mettere l’educazione parentale?

Secondo perché vivere isolati non rientra nei miei standard di pianificazione familiare. Ti viene un attacco di appendicite proprio durante una tempesta di neve, non ci sono spazzaneve né veicoli spargisale che liberano le strade e allora ciao. Con le gomme lisce che mi ritrovo sulla Yaris del 2007 non supererei il primo tornante. E poi che scomodità. Le galline che fanno le uova nel bus, la frutta da raccogliere sulle piante, i figli che crescono sani al riparo dal cibo industriale al 30% in sconto all’Esselunga.

Terzo perché i miei figli, ancora loro, riderebbero del modo in cui mi arrampico sugli alberi, vado a caccia di cinghiali a mani nude, riparo le infiltrazioni del tetto, aggiusto il sistema di irrigazione artigianale, eseguo interventi sui pannelli solari realizzati con materiale di riciclo proprio perché non sapevo quale materiale utilizzare per il riciclo – perché fondamentalmente sono un intellettuale, critico musicale e scrittore di narrativa americana e di ingegneria grillista non me ne intendo – e così li ho costruiti a cazzo.

Quarto perché è inutile fare i fricchettoni nel bosco, i duri e puri e intransigenti su qualsiasi cosa, menarla al resto del mondo con il socialismo reale, farsi cremare come gli antichi e gettare le ceneri nel cesso se poi, al funerale, ti fai suonare “Sweet Child o’ Mine” di quei tamarri capitalisti metallari dei Guns N’ Roses.

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