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Gli spunti di riflessione sulla didattica a distanza sono numerosissimi e non c’è media o profilo social che non ci ricordi, con una frequenza impressionante, la complessità della questione. Come ogni altro trend topic tendente alla sovraesposizione si passa dall’entusiasmo sfrenato per il potere taumaturgico della tecnologia al più becero luddismo da quattro soldi. Bene, mi viene da dire. Questo significa che la scuola è tornata al centro del dibattito. Il problema è che la resilienza si trasforma in insofferenza e la cosa ha fatto tutto il giro fino ad arrivare che al rientro a scuola nessuno vuole più tornare dopo che tutti volevano tornarci ma non si poteva. Ho letto molte cose interessanti e diversissime sul tema, in giro.

C’è una lettera, sul blog di Concita De Gregorio, in cui una mamma si chiede

Noi come lavoratori del settore privato abbiamo fatto dei sacrifici, lavorando fuori orario e spesso nel weekend per sopperire al tempo dedicato ai nostri figli durante l’orario lavorativo, senza chiedere straordinari, ma soltanto per il senso del dovere che ci lega alla nostra attività, per la volontà di rispettare le scadenze che ci sono state date o che spesso ci siamo dati da soli.

Allora mi chiedo, perché la scuola non può fare altrettanto? Perché non rinunciare alla pausa Pasquale per quei bambini che riprendono ad andare a scuola solo 2 giorni prima di questa pausa? Perché la scuola non si può prolungare nel periodo estivo per restituire ai ragazzi un po’ di quel tempo perso durante i periodi peggiori della pandemia? Perché gli insegnanti non si offrono di dare un supporto spot ai ragazzi in DAD invece di limitarsi a quelle poche ore di lezione sincrona? Perché gli insegnanti o i sindacati continuano a opporsi sempre ad ogni proposta innovativa che riguarda la scuola mentre i genitori devono sempre fare i salti mortali per conciliare il lavoro con le esigenze familiari?

La DAD è faticosa tanto per i ragazzi quanto per gli insegnanti. A parte la formazione a cui in molti si sono sottoposti per poter sfruttare al meglio le piattaforme in modo da evitare una mera trasposizione della lezione frontale in videoconferenza, si è resa necessaria una riformulazione della valutazione, per non parlare delle conseguenze che l’anno di pandemia avrà sul seguito del percorso scolastico, durante il quale i docenti dovranno tenere conto del tempo speso diversamente dalla scuola tradizionale e si dovrà scegliere se dedicarsi a un recupero in fretta e furia del programma perso oppure fare leva sull’esperienza per dare una svecchiata a certe dinamiche didattiche agli antipodi del mondo del lavoro. Io non credo che il tempo regolamentare sia sufficiente per dedicarsi a tutto questo. Se c’è da lavorare in classe (rigorosamente senza aria condizionata, speriamo almeno tutti vaccinati, adulti e non) a fine anno scolastico io ci sono. A noi insegnanti si chiede qualcosa in più, spero che siano in molti a mettersi in gioco, a fronte (speriamo) di un riconoscimento economico per i volenterosi.

C’è poi un pezzo tratto da Il Foglio, riportato sul blog di Claudio Giunta, con cui non sono completamente in accordo ma che ha formulato due spunti interessanti utili a verticalizzare il percorso formativo dei ragazzi, un antidoto agli errori di scelta (che non ci sarebbe problema a commetterli se la scuola fosse focalizzata sull’insegnamento anziché sulla valutazione) e all’abbandono scolastico, una lesson learned dopo quanto successo negli ultimi dodici mesi.

Gli esami delle medie fungeranno da prova d’ingresso per le superiori, con commissioni composte da insegnanti di liceo, vincolando i candidati alla scelta successiva in base a inclinazioni e capacità comprovate. La maturità si svolgerà interamente per iscritto e sarà valutata anonimamente durante l’estate da una megacommissione centralizzata che assegnerà voti in modo univoco. Gli studenti faranno un bagno di realtà e ciascuna scuola capirà davvero se funziona o se non prepara in modo adeguato.

Chiudo quindi con le parole pubblicate sul profilo LinkedIn di David Bevilacqua. Il titolo dice già tutto: “Shining e le lezioni della pandemia: da soli e senza distrazioni non siamo affatto più produttivi, siamo semplicemente a rischio“. Bevilacqua parla di aziende, di remote working e di nuova normalità nel mondo delle imprese con spunti che possono tranquillamente essere applicati alla scuola post-covid. Lo riporto integralmente per chi non può accedere a LinkedIn.

Nel classico horror di Stanley Kubrick, Shining, Jack Torrance, impersonato da Jack Nicholson è uno scrittore di romanzi che sogna un posto dove poter finire il proprio romanzo in pace, al riparo dal caos cittadino e da ogni forma di distrazione.

L’ Overlook Hotel, piazzato in un remoto punto delle Montagne Rocciose del Colorado, sembra la soluzione. C’è vacante un posto da custode, una paga dignitosa, un luogo apparentemente confortevole e di lusso per la sua famiglia, la moglie Wendy e il figlioletto Danny.

Il manager che gli illustra il lavoro, Dick Hallorann, impersonato da un magistrale Scatman Crothers, è molto chiaro al riguardo: “Fisicamente non è un lavoro molto impegnativo”, gli dice il manager prima dell’inizio di quello che dovrebbe essere un periodo di cinque mesi. “L’unica cosa che può diventare un po’ difficile qui durante l’inverno è un tremendo senso di isolamento.”

Isolamento. Un tremendo senso di isolamento.

Il Maggio scorso si sono celebrati i quarant’anni dall’uscita del film. Un capolavoro di Kubrick che tuttavia negli anni riuscì a fare discutere e dividere. Per molti si tratta di un film di altissimo livello, così alto che ciascuno può trovarne un proprio senso. Per altri, compreso lo scrittore Stephen King autore del libro dal quale il film è tratto, vi sono troppi buchi logici e troppe cose lasciate in aria. Come il fatto che non è chiaro se Jack arrivi pazzo all’hotel, se lo diventi in seguito, se ha davvero qualche collegamento con gli ospiti fantasmi e i truci assassini. O, più semplicemente, come sia possibile che un albergo così grande risulti in ogni scena sempre lucido e splendente senza traccia di polvere.

Quel che bisogna dire però è che, almeno all’epoca, era troppo fresco il successo di “2001: Odissea nello spazio” e troppo impietoso il confronto.

Oppure, riprendendo una osservazione apparsa proprio in questi giorni sull’Economist, tra i due film di Kubrick, Odissea nello spazio e Shining, emerge un messaggio ben preciso e non serve cercare altro: se tre persone sono bloccate in uno spazio ristretto in mezzo al nulla, una di loro impazzirà e cercherà di uccidere gli altri.

Ecco, questa riflessione, probabilmente è troppo banale per una reale critica cinematografica ma è forse il pensiero che più ci viene in mente in questi giorni. Quarant’anni dopo. Rinchiusi tutti in spazi familiari divenuti troppo stretti. Disciplinati da zone e colori che non capiamo e tolleriamo a fatica. Catapultati tutti in un Overlook personale. Dove “fisicamente non è così impegnativo, ma si prova un tremendo senso di isolamento”.

“Tutto lavoro e niente svago rendono Jack un ragazzo annoiato”.

In Shining, come accade in quasi ogni altro film, c’è una storia nella storia. La frase che ad esempio Jack ripete ossessivamente alla sua macchina da scrivere, cambia a seconda della versione linguistica del film.

Si dice che lo stesso Kubrick pretese di vedere e approvare le singole traduzioni e, alla fine, quel che ne esce fuori confrontandole è un interessante contraddizione di pensieri riguardo la produttività.

Nella versione italiana, Jack ripete ossessivamente: “il mattino ha l’oro in bocca”

In tedesco, “non rimandare a domani quello che puoi fare oggi”

In inglese invece, nella lingua originale, troviamo forse la cantilena più potente: “All work and no play makes Jack a dull boy”.

“Tutto lavoro e niente svago rendono Jack un ragazzo annoiato”.

Ragazzi annoiati. E soli. Da oltre un anno a questa parte, lo siamo forse un po’ tutti.

Abbiamo bisogno degli altri. Abbiamo bisogno dell’altro.

Quello che Jack sperimentò in un hotel sperduto del Colorado, lo stiamo sperimentando tutti.

Ma la scienza lo ha sempre saputo.

In uno degli esperimenti più bizzarri e crudeli, fra storia e leggenda, un posto di rilievo spetta alla ricerca linguistica di Federico II, ben ripresa e raccontata in un bell’articolo apparso qualche anno fa su Repubblica.

Nella Cronaca lo storico del XIII secolo, Salimbene de Adam, descrive un esperimento, ideato dall’imperatore Federico II di Svevia, per rispondere alla dibattuta questione che gli antichi linguisti si erano posti sin dai tempi del faraone Psammetico: qual è la lingua umana originaria? L’egiziano, il frigio, l’ebraico?

Per provare a rispondere, Federico II decise di far nutrire regolarmente un gruppo di neonati in assoluto silenzio, i piccoli furono toccati quel minimo indispensabile alle cure igieniche al fine di eliminare completamente le loro possibilità di interazioni linguistiche con le nutrici.

Come risultato, i bambini non parlarono però né egiziano né ebraico. Morirono.

Se questa storia può apparire poco credibile, vi è esperimento dai risultati molto simili, frutto di alcuni studi condotti da Renè Spitz uno psicoanalista viennese emigrato durante la seconda guerra mondiale negli Stati Uniti.

Nello scritto Hospitalism e nel filmato Grief a peril in infancy il ricercatore osservò 91 bambini abbandonati sin dalla nascita in orfanotrofio, nutriti regolarmente ma con scarsi contatti interpersonali. Le nutrici dedicavano qualche carezza ai primi della grande camerata in cui vivevano gli infanti ma per gli ultimi il tempo stringeva e non si andava oltre le minime interazioni necessarie al nutrimento e all’igiene.

Dopo 3 mesi di carenza di contatti i bimbi svilupparono una grave apatia, inespressività del volto, ritardo motorio e deterioramento della coordinazione oculare.

Entro la fine del secondo anno di vita, il 37% dei 91 bambini, pur essendo stati alimentati correttamente, morì. Morirono con i segni clinici del marasma, una malattia provocata dalla carenza proteica tipica della denutrizione. Morirono di fame, fame di contatto.

È tremendo. E per il futuro dobbiamo ricordarcene.

Il ghigno folle di Jack, le ricerche, le esperienze personali e l’esperienza di questi mesi. Abbiamo davvero troppo materiale per non ammettere che mente e corpo sono sin troppo correlati e non vi è qualcosa che conta più dell’altro.

Anche se siamo in una situazione in cui la tutela dell’integrità fisica, salvare la vita, appare fondamentale, bisogna ricordare che la vita è fatta anche da affetto, interessi, contatto.

Questo per ricordare e ricordarci di essere più buoni con noi stessi.

Quando non siamo così produttivi anche se privi di distrazioni.

Per ricordarlo anche nei confronti dei nostri collaboratori.

E per ricordarcelo pensando al futuro.

“Fisicamente non è così impegnativo, ma si prova un tremendo senso di isolamento”.

Ho scritto molto di Smart Working in questi anni e ho deciso di abbandonare tutti quei dibattiti su Smart-working vs remote working o su quale sia la settimana ideale di lavoro nel periodo post-pandemia.

Quattro ore la settimana, cinque, dodici con intermezzi musicali? Conta poco.

Solo ufficio o solo smartworking? Irrilevante.

Tutti a lavorare nei borghi? Non credo.

Southworking ? Improbabile.

Anche quando torneremo tutti in ufficio, non lo faremo tutti i giorni e forse non per tutta la giornata, ma lo faremo perché sceglieremo di farlo e non perché’ saremo obbligati, ma oggi più di prima ci servono mondi nuovi.

Uffici che siano luoghi di socialità e scambio.

Spazi belli, spazi aperti e di condivisione dove passare una parte e una dimensione importante, ma non esclusiva della nostra vita. Non saranno quindi palestre, mense e calcio balilla a farci scegliere di recarci ma il valore delle relazioni che troveremo e lo spessore delle persone che li abiteranno.

Tanto, non tutto.

A un passo dai cinquant’anni, compresi che l’ufficio non è la mia casa, l’azienda non è la mia famiglia e il lavoro non è la mia vita.

Il lavoro è una parte importante, importantissima ma non totalizzante. Ho compreso che per lavorare bene avevo bisogno anche e soprattutto di vivere bene.

In fondo, anche se lavori in un’azienda con decine di migliaia di dipendenti, per quanto grande, innovativa, meravigliosa e diffusa nel mondo possa essere, stiamo comunque parlando di un microcosmo. Stiamo parlando di qualcosa di più piccolo di un qualunque quartiere di Milano, che certamente non può avere né instillare la pretesa di contenere tutta una vita.

Ecco, penso che la pandemia lo abbia adesso ricordato a tutti. E tra tanta difficoltà e tristezza, questo è qualcosa da ricordare.

All works and no play, makes Jack a dull boy

All works and no play, makes Jack a dull boy

All works and no play, makes Jack a dull boy

All works and no play, makes Jack a dull boy

Un pensiero su “proffesionisti

  1. ilcomizietto

    Mi commuove la tua speranza di essere pagato di più per lo sforzo maggiore richiesto dalla DAD o un prolungamento delle lezioni. Ti comunico che nel privato non succede. Anzi, se hai un banale mal di denti o un mal di schiena, lavori lo stesso, che tanto non ti devi muovere, no? Statisticamente chi lavora da casa lavora di più delle 8h canoniche e non si vede nulla nello stipendio. – Personalmente penso che gli insegnanti abbiano fatto veramente i salti mortali, in questi quasi 14 mesi. Tutto da soli. Bravi. Se chiedessero il mio voto per pagarvi di più, lo darò.

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