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I viaggi che organizziamo per trascorrere le vacanze in agosto servono principalmente per consumare le ferie arretrate da noi stessi. Partiamo e andiamo via da ciò che siamo tutto l’anno e, per qualche settimana, facciamo finta di preferire le parole delle persone con cui ci accompagniamo a quel mantra di cose che ci sentiamo ripetere da sempre nella testa dal nostro abituale interlocutore interiore, pensieri sempre uguali con l’aggravante del tempo che dilata la nostra memoria e li fa sembrare sempre più oggetti puzzolenti di muffa da mercatino dell’antiquariato. Distanti da noi stessi portiamo solo qualche cianfrusaglia emotiva giusto per poter dimostrare, quando occorre, le nostre generalità. Un paio di libri, il computer con cui scrivere cose come questa sul nostro blog, le password di accesso ai servizi di streaming musicali e cinematografici che non si sa mai.

Seduto sul divano di casa, insieme al gatto nutrito e controllato da qualche vicino di fiducia, resta il nostro esoscheletro nella posizione segnaposto con cui ci lasciamo vivere il resto dell’anno, nemmeno fossimo un insetto qualunque. A quel simulacro di noi stessi, che torneremo a indossare al termine della vacanza come una tuta del Decathlon macchiata qualsiasi, abbiamo lasciato in custodia tutto ciò che tiene caldo a partire dalla depressione che ci coglie ogni fottuto agosto e, davvero, meno male che abbiamo messo da parte due lire per muoverci altrove.

Giunti a destinazione, disponiamo con cura nei cassetti dell’appartamento che abbiamo affittato tramite Airbnb – alla faccia di chi ha paura della gentrificazione – il bagaglio di ansie a cui non possiamo rinunciare e che ha condiviso il viaggio insieme a noi ben stipato nel Thule porta-tutto. La provvista di sogni ricorrenti che ci siamo portati da casa invece consente un rilascio graduale notturno a copertura di tutto il periodo di permanenza e, come quel sistema per cui Google all’estero ti restituisce risultati nella lingua del paese in cui ti trovi, il nostro subconscio programma un palinsesto estivo decontestualizzato dalle preoccupazioni stringenti del quotidiano invernale, una sorta di Techetechetè personale ma molto, molto più appassionante. Ecco quindi trasmissioni oniriche che non andavano più in onda da decenni con attori e comparse di cui avevamo perso le tracce pure su Facebook.

Poi, a metà viaggio, quando sembrano mesi che siamo via di casa e il rientro risulta così distante da non costituire alcuna preoccupazione, ci chiediamo regolarmente il senso delle cose e tentiamo risposte alle grandi domande della nostra vita. Gli stranieri che ci ospitano esistono davvero o stiamo partecipando a un reality? Chi ci crediamo di essere per sventare il complotto di chi sostiene che la terra sia tonda se, volando fino a qui, abbiamo notato qualche curvatura? Perché Marcell Jacobs vuole disinteressarsi del tema dello ius soli e segue Salvini sui social? Per tutto ciò non ci sono certezze, delle notizie sbirciamo solo i push sui nostri smartphone e poi camminiamo e basta. Camminiamo per km e km, controlliamo i passi su Google Fit, guardiamo le case diverse, le persone diverse, i menu diversi scritti in una lingua diversa. In tutto questo, le risorse per bearsi nello spleen sono davvero poche. Meglio risparmiare per una birra in più perché, si sa, all’estero per gli italiani è tutto molto più caro.

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