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Non conosco i gusti musicali delle mie colleghe, non ne abbiamo mai parlato. Solo una volta Benedetta ha fatto cenno alla sua passione per i Pearl Jam ma poi non ho approfondito. Non c’è mai tempo e l’umanità è talmente variegata che non riesco a immaginare un collegio docenti che abbia all’ordine del giorno i Cure, per esempio. Devo aver incrociato questa riflessione con un dato reale sull’aumento dei biglietti dei concerti – i Massive Attack a Milano la prossima primavera costano quasi 50 euro – per ambientare nella platea dell’auditorium della mia scuola quanto sto per raccontarvi. Sul palco ci sono i Rage Against The Machine ma con una line-up parziale, composta solo da Zack De La Rocha accompagnato dal batterista. Nemmeno in sogno è possibile delineare una riduzione dei loro brani più famosi a solo due strumenti. Di certo il loro stile risulta ostico alle colleghe che sono sedute nei divanetti appena rimessi a nuovo dal comune di fianco a me e nella fila davanti. Si alzano e si allontanano con quella espressione che fanno le persone quando non capiscono quello che gli è stato detto. La collega seduta davanti, addirittura, per non disturbare i spettatori e costringerli ad alzarsi al suo passaggio, striscia umilmente sotto i sedili. Probabilmente si tratta di un concerto gratuito, se qualcuno si permette di abbandonarlo a metà. È un comportamento che trovo inammissibile. Per ammortizzare il costo del biglietto si deve rimanere fino all’ultimo bis, e andarsene è ammesso soltanto quando non c’è stato nessun investimento economico. La band sul palco attacca con “Killing in the name of”, il loro più grande successo. Confermo il fatto che, per un genere così guitar-based, presentarsi solo voce e batteria può risultare limitante. Mi vengono in mente i Twenty One Pilots, ho fatto ascoltare un paio di loro canzoni la settimana scorsa in classe. Simone aveva proposto Eminem ed è lì che ho pensato che il cantante un po’ gli somiglia, almeno nel timbro. Nessuno dei miei bambini mi ha dato ragione ma non li biasimo, probabilmente sono troppo piccoli per certe raffinatezze da addetti ai lavori. Comunque non mi sembra un problema. I RATM eseguono il loro cavallo di battaglia senza far rimpiangere l’assenza di Tom Morello. Poi però a un certo punto, nella seconda parte della canzone, nel punto più concitato, mentre Zack De La Rocha si lancia sul pubblico, il batterista si alza e inizia a pogare da solo. La cosa curiosa è che la canzone va avanti come se niente fosse ed è in quel momento che capisco tutto. Anche i RATM suonano con le basi pre-registrate come facevamo noi quando militavo nell’orchestra di liscio. Che delusione. Non è possibile. La canzone finisce e ci mettiamo a polemizzare seduti in platea, ai tempi del Covid un concerto con il pubblico in piedi è fuori discussione. Il batterista sembra molto seccato di quel brusio – nemmeno fossimo a messa – e passa tra la gente per chiedere un po’ di silenzio. Il concerto ormai ha perso d’interesse, così mi metto a osservare le bancarelle di dischi usati che sono posizionate ai lati della sala. Una è fianco del palco e vende, oltre agli ellepi, del merchandising della band, un particolare che mi convince del fatto che si tratti di una bancarella ufficiale, quindi americana, quindi con prezzi dei dischi fuori dalle logiche della bolla che sta inghiottendo il mercato del vinile qui in Italia, ora che è così tornato di moda. Dai contenitori posizionati su uno dei tavoli noto alcune copertine che fanno al caso mio. Alle mie spalle c’è un altro venditore. Si trova a fianco del bar e probabilmente è di stanza del posto. Non ho dubbi su quale visitare per primo. Inutile dire che, appena mi avvicino, i contenitori di dischi spariscono dal sogno ed è un peccato perché avevo proprio voglia di fare affari. Mi devo accontentare del solito rigattiere da mercatino dell’usato di Milano, uno di quei finti fricchettoni che mettono i trentatré giri minimo a venti euro, indipendentemente dal titolo. Mi avvicino e mi accorgo che è ancora peggio. Si tratta di una specie di bookshop come quelli dei musei, cari come il fuoco. Hanno solo ristampe in edizioni di lusso e a costi proibitivi. Sono comunque soddisfatto di come è andata la giornata. Poco prima, nei pressi dei bagni ubicati al piano inferiore, ho trovato un soprabito primaverile nuovo di pacca, ancora con il cartellino. Sembrava abbandonato e l’ho fatto subito mio. Mi calza a pennello anche se il colore – blu carta da zucchero – pur essendo il mio preferito è impossibile da abbinare al resto del mio abbigliamento. Mi convinco che nulla più mi trattiene al concerto, né la compagnia, né la musica e tantomeno la possibilità di espandere la mia collezione di vinili. Superata la sala concerti, l’auditorium sembra un museo a tutti gli effetti. Ed è per questo che all’uscita l’addetto al guardaroba, uno di quelli che nella puntata di Presa Diretta della scorsa settimana ho scoperto essere pagati meno di un operatore delle pulizie, premesso che ho molti amici che lavano gli uffici, nota il soprabito che indosso e mi ringrazia di volerlo riconsegnare, qualcuno lo aveva appena smarrito.

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