torta di compleanno

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C’è un bel racconto di Carver, ripreso in quel famoso film in cui Altman intreccia le sue storie, in cui un ragazzino muore a seguito di un incidente. Un’automobile lo investe mentre si dirige in bici verso la scuola. Batte la testa, sottovaluta l’impatto, ricorre troppo tardi alle cure mediche e le cose precipitano. Oggi la trama sarebbe differente: il ragazzino viene travolto all’uscita da scuola mentre attraversa la strada guardando Tik Tok sullo smartphone e non prestando la giusta attenzione al traffico. Nel frattempo la sorella maggiore, quel giorno, ha marinato la scuola e si gode il primo sole primaverile al parco con il ragazzo con cui si è messa da qualche mese. Sulle loro bici a scatto fisso hanno raggiunto un prato defilato dai sentieri più battuti da chi pratica la corsa ma, anziché lasciarsi andare alle effusioni comuni alle storie d’amore dell’età, controllano le pagine Instagram sui rispettivi dispositivi per verificare in quanti hanno aggiunto reazioni alle foto che hanno postato nel corso della mattinata di libertà. Li ha notati un attempato podista, uno di quelli che da ragazzo si sfondava di canne ma in un altro posto e in un altro tempo, quando le aree verdi pubbliche erano solo grattacapi per le forze dell’ordine e alla mercé di pusher e tossici. Da qui il falso storico secondo cui fumare un po’ d’erba costituisce un inspiegabile pericolo per la sicurezza di tutti. Ma oggi è tutto diverso. L’uomo, terminato l’allenamento, si precipita a ritirare un pranzo cinese d’asporto per la famiglia, stretta intorno alla figlia che paga il prezzo di una pandemia globale che l’ha tenuta troppo tempo reclusa in casa. Quei piatti esotici hanno il sapore della consolazione, a tavola, per tutti. La proprietaria del ristorante chiede all’uomo se ha finito prima il lavoro, vista l’ora, e in lui cresce forte la tentazione di risponderle che no, non c’è stato nessun lavoro, né quella mattina né tutte le precedenti da un anno a questa parte, da quando cioè la sua azienda ha chiuso i battenti a causa della concorrenza cinese, ma non è vero, è solo uno scherzo ma anche se fosse non lo farebbe mai. L’uomo fa l’insegnante in una scuola primaria e ha un alunno cinese che però rinnega più che può le sue origini. Si nutre esclusivamente di piatti locali o di fast food americani. “Ieri sera ho mangiato ravioli”, confessa al suo maestro nell’intervallo. “Ravioli cinesi al vapore?” lo incalza lui. “No, ravioli italiani” gli risponde il bambino seccato. All’uomo farebbe piacere un po’ di scambio culturale con un vero cinese, ma con il suo alunno sembra impossibile. Hanno scelto tutti un nome italiano, dai nonni al mio alunno e i suoi cuginetti. Roberto il papà, Maria la mamma, Lorenzo il fratello. Ed è una cosa che il suo insegnante non capisce. Cerca di fargli dire qualcosa in cinese, qualsiasi cosa, ma sostiene di non conoscerlo e il maestro non capisce se si tratti di un’imposizione della famiglia. L’italiano lo parla davvero male ed è certo che a casa conversino nella loro lingua madre.

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